“Di acque e bambini. Quando l’acqua camminava sulle spalle delle donne.” Il racconto di maggio di Normanna Albertini

“Fosse e laghetti, pozzi, fontane d’acqua più o meno potabile erano disseminati un po’ ovunque, un tempo. Era come se ci si affannasse ad imprigionare tutta l’acqua possibile. Quella piovana scendeva dalle grondaie nei larghi mastelli d’alluminio che venivano utilizzati anche per il bucato e… per il bagno settimanale. Sì, perché gli altri giorni ci si lavava “a pezzi”. Un altro spaccato della vita degli anni Sessanta in Appennino

Gemma Marzani(a destra), con la sorella Maria alla fontana di Costa de’ Grassi con il secchio. Erano vestite da “milanesi”, perchè lavoravano in città.

Aveva il sentore amarognolo delle foglie di castagno infilate nel fiasco a mo’ di tappo, l’acqua della Pianella, ma era fresca fresca anche dopo mezz’ora di cammino sotto il sole.  Usavamo proprio un mazzetto di foglie verdi di castagno per impedire all’acqua di versarsi, così come – con le stesse foglie – creavamo dei cestini in cui raccogliere le fragoline di bosco.  Fiaschi impagliati o ricoperti di vimini, dunque, uno per mano; per chi aveva mani grandi, anche due. Li portavamo così: senza zaino, con le mani.

A cinque anni si era già capaci di andare “all’acqua”, quella da bere.

L’altra, da usare in cucina, la trasportavano le donne, nei secchi e con il “basle”; un peso non da poco sulle spalle e tanta tensione per mantenere l’equilibrio.  Ho sempre pensato che se l’acqua l’avessero dovuta portare gli uomini, avrebbero tutti comprato un asino e usato un altro tipo di recipiente. Ma c’erano le donne.  Probabilmente, succedeva in ogni angolo del pianeta. Sicuramente, in alcuni paesi è ancora così.

Dicono che le gambe delle donne siano i compassi che misurano il mondo.  A cinque anni, in ogni modo, noi si andava alla fontana. Da soli. O in compagnia di altri bambini più o meno della stessa età .

Domenico diceva che aveva un anno più di me, insisteva, mentre, con i nostri fiaschi ancora vuoti, salivamo l’ultimo tratto della carraia verso il castagneto. Lì, proprio ai bordi, sotto un argine, nascosta da una copertura di frasche e da intrecci di vitalbe, c’era la fontana. Quella dell’acqua buona.

Buona tutto l’anno, mica come l’acqua di Fontana morta, a due passi dal paese, verso i calanchi della Battuta, che d’estate si prosciugava e che poteva anche farti venire un bel mal di pancia.  O quella di Rio del Monte, giù in basso – sulla carraia che doveva essere stata l’antica via per Gombio – che sgorgava proprio nel mezzo di una roccia; mia nonna Eva diceva che era scaturita grazie a un miracolo di Sant’Elisabetta, ma la santa s’era un po’ troppo contenuta, avrebbe potuto impegnarsi di più: era acqua pesante, dura da digerire.

D’altra parte, a Sant’Elisabetta – che, dicevano, era apparsa ad un contadino su una quercia in un campo denominato “la maestà” e che aveva salvato dalla tempesta il grano maturo – avevano dedicato solo una sagra la prima domenica di luglio e l’oratorio di Soraggio; un semplice oratorio, mica una grande chiesa.

L’acqua della Pianella era pertanto la più buona. Perlomeno, mio nonno Carlo ne era convinto, tanto che, quando arrivò l’acquedotto della Gabellina, per molto tempo in casa dovemmo continuare ad usare l’acqua della fontana anche per cucinare, perché lui ripeteva che il brodo e il minestrone diventavano acidi con “quella del rubinetto”.

E dopo aver pazientato e trafficato un po’ col cucchiaio, si alzava da tavola col piatto in mano, in silenzio, poveretto, per andarne a gettare il contenuto nella “zsotta” del maiale.  Non aveva tutti i torti: ricordo i fagioli che non cuocevano, non si sfacevano e le verdure che ballonzolavano intere bollendo in quell’acqua “del rubinetto”; non si amalgamavano più rapidamente come prima, fondendosi nel buon minestrone a cui ero abituata. E il brodo di carne sapeva di agro.

Cambiarono per sempre i sapori della cucina col cambiare dell’acqua. Forse cambiò anche il sapore del pane.

Di berla, poi, non se ne parlava neanche; arrivò tardi, la Gabellina, ero già grandicella, ma ancora per parecchio tempo la usammo solo per lavare e lavarci, oltre che per abbeverare il bestiame.  Comunque, quel giorno d’estate avevo cinque anni e Domenico ne aveva già compiuti sei, perché era nato a gennaio, e discutemmo per tutto il tragitto verso la Pianella su chi sarebbe andato a scuola per primo.

Ci andammo insieme, invece, l’ottobre seguente, e avevo ragione io: avevamo la stessa età.

Lui, però, era più alto, più forte. Portava due fiaschi per mano. E lavorava già nella stalla.  Domenico lavorava ed era il bambino perfetto che mia madre mi portava sempre come esempio quando mi rifiutavo di dare una mano in casa, quello che… “Lui sì che è un bravo bambino, mica te che non hai voglia di fare niente…” . Anche a scuola era bravissimo, soprattutto in matematica. E aveva dieci in condotta.

Domenico raccoglieva sempre sacchi e sacchi di castagne nel castagneto dei Valeti, mentre io tribolavo a tirarne su qualche “sacchella”. Ci andavamo di pomeriggio, così, per riposarci, dopo esserci macinati i nostri sei chilometri di andata e ritorno da scuola e ci andavamo pure da soli, se i genitori o i nonni erano impegnati in altre faccende.

Poi le vendevamo, con quelle degli adulti, a uno dei fratelli Bertoni, di Leguigno (Augusto o Pucio), che giravano con un furgoncino per i paesi a comprarle, e c’era Flavio Rossi, di qualche anno più grande di me, che scendeva dal cassone dietro e aiutava a caricare.  Erano tante, allora, le cose che i bambini dovevano fare “per riposarsi”: tirare su i sassi mentre gli adulti zappavano, per esempio: “Cosa fai lì seduto? Va’ a tirare su i sassi e portali nella “masera”, mentre ti riposi, va’ là!” O rompere le noci per la torta, o sgranare i fagioli, o togliere il filo ai fagiolini verdi, o spezzare gli stecchi per accendere la stufa, o mondare le bietole per lo scarpasùn, o sbattere la panna per fare il burro, o raspare il fango dai “carrarmati” delle scarpe (di tutta la famiglia) con uno stecco. Odiavo pulire le scarpe.

Oppure stare a badare al latte, la mattina e la sera, in modo che, bollendo, non “andasse sopra”, spandendosi sulla stufa e impregnando tutta la cucina di quel tremendo odore di grasso bruciato.  Che poi ci voleva la carta vetrata e tanto unto di gomito per strofinare il piano di ghisa.  Anche far bollire il caffè d’orzo – e “Olandese” e “Malto Knapp”, incredibile miscuglio che dava una bevanda deliziosa! – era “tanto per riposarsi”: si rimaneva lì con un cucchiaio, sulla vampa della stufa, paonazzi e sudati, a rimestare la schiuma densa che si formava in alto, evitando, così, che tracimasse.

Oppure, “tanto per riposarsi”, ma solo per le bambine: ago e filo, aghi e lana, uncinetto e filo. I miei primi lavori a maglia, con la lana riciclata dei vecchi maglioni disfatti, cominciavano come sciarpe, ma diventavano sempre stranissime strisce spiroidali strette al centro… e i centrini all’uncinetto mi si convertivano inevitabilmente in bizzarri cappellini.

Invece, Natalia Zorra, una bambina più grande, bionda e con gli occhi azzurri, riusciva a fare dei quadretti multicolori all’uncinetto che poi, uniti insieme, diventavano coperte. Come la invidiavo.  Fu proprio l’epoca delle coperte composte di quadretti all’uncinetto, allora; le vedevi dappertutto, le piazzavano ovunque, nelle case. Ma io non sono mai riuscita a terminarne una.  L’importante tuttavia, per mia nonna Eva, era che una bambina non si sedesse mai con le mani in mano.

Anche andare “all’acqua” era esercizio “tanto per riposarsi”.  Genitori e nonni a lavorare nei campi, i bambini pure, col rastrello, che era il primo attrezzo che ti facevano usare (e guai se lasciavi uno “stugo” sul campo!) e poi, quando l’acqua era finita, ti mandavano alla fontana.

E tu prendevi su i due fiaschi e partivi per la Pianella. La provinciale per Gombio, allora, non era asfaltata, però era ben inghiaiata, quindi era già un lusso rispetto alle carraie, con l’unico problema che non potevi correre perché sulla ghiaia cadere era un attimo ed era pure piuttosto doloroso.  Per strada non s’incontravano automobili; ce n’erano ancora pochissime in giro. Soltanto Brenno, a Gombio, aveva una Topolino. E poi c’era Lillo, il “servizio pubblico”.  C’era il dottor Boccazzi, che a Gombio veniva da Felina forse una volta la settimana e che, mi ricordo, si fermava sempre a salutarci quando ci vedeva con i fiaschi.  Ad un certo punto, si lasciava la strada e ci s’incamminava per il vecchio percorso che si diramava poi in due vie per i boschi: a sinistra per la capanna di Peppo e, proseguendo, per il Mulinello e poi, ancora su, per Costa Modolana e Beleo; a destra per la fontana della Pianella e, proseguendo, per la Piagna, Tracosta e Predolo.

Castagneti inframmezzati da radure di pioppi biancastri che mio nonno chiamava “albarell”, qualche ciliegio selvatico, alti alberi di sorbo dai frutti a grappoli rossi e tanti salici lungo il fosso; poi maggiociondoli fioriti di giallo in primavera e qualche robinia; siepi di rovi che si riempivano di more durante l’estate e fragoline selvatiche che sapevamo benissimo dove scovare.  E bisce: nere, lunghe, a volte distese sul sentiero, da un capo all’altro; a volte sguscianti via sull’argine, a volte avvolte a spirale, con il capo eretto, proprio lì vicino alla fontana.  Sapevamo che non erano velenose, ma i racconti delle loro cattive abitudini – frustare con la coda le persone o andare a succhiare il latte alle mucche – ci intimorivano un po’.  E poi, a volte, erano davvero enormi. E noi solo bambini.

Imparavamo che bisognava lasciarle scappare, poi si continuava fino alla fontana. Vipere, vicino all’acqua, non ne ho mai viste.

Veramente, di vipere ne avrò viste tre o quattro in tutta la mia vita e sono sempre scappata io, perché davvero la vipera sta ferma lì e pare non accorgersi di te.  Vicino alla fontana c’erano, invece, dei piccoli roditori – che noi chiamavamo “ghiri”, ma che, probabilmente, erano altro, forse moscardini – i quali fabbricavano dei bellissimi nidi di paglia bianchi, appesi alle canne all’intorno.

E dentro la fontana c’erano le sanguisughe. Nere, mollicce, scivolose che lentamente si spostavano sul fondo.

Si appiccicavano al fiasco, e pure alle mani, quando le staccavi e le ributtavi nell’acqua.  L’acqua fluiva freddissima e abbondante da una fessura nel terreno e si raccoglieva in una piccola fossa da cui poi usciva, rovesciandosi in un canaletto che portava ai “laghi” più in basso e, infine, nel fosso.

I “laghi” erano due grandi pozze circondate, su due lati, da larghe pietre piane: le pietre su cui s’inginocchiavano le donne per sciacquare la biancheria e su cui si battevano le lenzuola.  Anche lì dentro c’erano le sanguisughe, e poi i tritoni, bellissimi, con le loro creste rosse e gialle, e le lumachine attaccate al fondo e alle pareti.

Le rane ormeggiavano i loro sacchi gelatinosi di uova alle piante vicino alla riva, ed era bellissimo quando i girini cominciavano a guizzare intorno come lacrime d’inchiostro.  L’effluvio intenso del mentastro acquatico avvolgeva tutto e i grandi fiori del vilucchione si arrampicavano intorno creando candidi bagliori.

E le donne in ginocchio, le mani nell’acqua. I capelli raccolti dai foulard legati ben stretti sulla nuca o sotto la gola e le maniche perpetuamente rimboccate fino ai gomiti.  Quanta fatica, le donne! Ricordo nitidamente mia madre che, a casa, agguantava con una mano il secchio con la biancheria già lavata e da sciacquare, si caricava in spalla il “basle” con gli altri due secchi (che avrebbe poi riempito d’acqua buona) e poi via, verso la Pianella. E noi a trotterellarle dietro.

I panni bagnati sono pesanti, anche se strizzati e sbattuti sulle piagne. Pure l’acqua è pesante. Ma tutto si spostava sulle spalle delle donne.

E ricordo che d’inverno, a sciacquare, mia madre andava in un’altra fossa più vicina – perché d’inverno l’acqua era un po’ dappertutto – e rompeva il ghiaccio con le mani per poterci tuffar dentro la biancheria. Le sue mani erano sempre livide e piene di tagli, poveretta.  Fosse e laghetti, pozzi, fontane d’acqua più o meno potabile erano disseminati un po’ ovunque, un tempo. Era come se ci si affannasse ad imprigionare tutta l’acqua possibile.  Quella piovana scendeva dalle grondaie nei larghi mastelli d’alluminio che venivano utilizzati anche per il bucato e… per il bagno settimanale. Sì, perché gli altri giorni ci si lavava “a pezzi”. Soltanto al sabato ci si permetteva di sprecare tutta quell’acqua.

Sulla stufa economica, tutta contornata dagli asciugamani che si scaldavano, grandi pentoloni fumanti riempivano di vapore la cucina e, magicamente, dalle mani della mamma comparivano le saponette: quella verde, la Palmolive, e quella rosa, la Camay. Ma prima del loro arrivo, era il sapone di Marsiglia, col suo odore pungente, lo strumento dell’igiene settimanale.  Il caldo in cucina era soffocante; mia mamma mi infilava nel mastello, mi strofinava con cura senza trascurare i capelli, poi mi metteva in piedi, prendeva un catino e, con cautela, in modo da non versarne in terra nemmeno una goccia, cominciava a sciacquarmi con acqua pulita. Tutta portata in casa sulle sue spalle. Infine mi avvolgeva negli asciugamani e mi prendeva su di peso, portandomi sulla panca di legno.

Cominciava, in quel momento, il rito del borotalco: una spolverata profumata da capo a piedi che ti rendeva la pelle asciutta e setosa. Dopo toccava ai miei capelli, e lì era sofferenza vera.  In mancanza di fono, dopo averli ben districati e parzialmente asciugati vicino alla stufa, mia mamma me li legava in due treccione strettissime, così che, spesso, mi venivano dei feroci mal di testa, ma non si poteva protestare, perché non ti credevano… I capelli si asciugavano pian piano, forse in qualche giorno.

Intanto, nell’acqua dove mi ero lavata, o ci si lavava qualcun altro (inutile inorridire, lo facevano tutti!), o ci si lavava qualcos’altro. In ogni caso, di sicuro non veniva gettata. Era la fatica a renderla preziosa. Tutta la fatica per portarla fino a casa.

Era preziosa l’acqua ed era pericolosa. Tutti quei fossi, rogge, laghi, stagni erano senza recinzione; si recintavano gli orti, per proteggere le verdure; si recintavano, in alta montagna, i campi per proteggere il foraggio dalle greggi; ma non si recintavano le buche piene d’acqua per proteggere i bambini. I bambini dovevano proteggersi da soli.

E mio fratello, nella fossa dietro a casa, ci finì dentro che ancora aveva il ciucio in bocca, e io ero lì di fianco a lui e gridavo, gridavo mentre lo vedevo scomparire sott’acqua. Arrivarono mia mamma e mia zia e lo tirarono su. Ricordo soltanto lui disteso sulla panca vicino alla stufa che sembrava morto, ma poi no, respirava, e poi il suo ciucio che galleggiava in mezzo alla fossa. Gli andò bene.  La mia amica Adele, invece, fu meno fortunata. Era stata in classe con me nei primi anni delle elementari. In seguito, la sua famiglia – mezzadri poverissimi – si era trasferita a Salvarano di Quattro Castella.

Lo lessi sul giornale quand’avevo 16 anni e conservo ancora l’articolo: “Tragedia a Salvarano di Quattro Castella – Fratello e sorella annegano in un lago – La raccapricciante scoperta fatta da un passante – Forse la ragazza è morta nel tentativo di salvare il congiunto colto da malore – Viva commozione nella zona.”

Marco aveva 10 anni, Adele 16, come me. Nessun testimone della sciagura. Soltanto un vicino di casa, Romano Fontanili, aveva udito grida di aiuto, ma era arrivati troppo tardi.  Adele era stata la mia compagna di banco e avevo pianto tantissimo, anche se di nascosto, quando l’avevo vista – bionda, triste, minuta – fare San Martino insieme ai suoi aggrappata, in un angolo, al carico delle loro povere masserizie.

Era l’unica bambina di Soraggio della mia età.

Da quando era partita, non l’avevo mai più rivista.

Normanna Albertini

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6 Commenti

  1. Un quadro di vita nelle campagne. Se è autobiografico, come indica il discorso in prima persona, è certamente di dopo la guerra. Quando, in città, le serve non scendevano più alla fontana. Eppure c’è extratemporalità nella situazione che descrivi e che esiste tuttora nel terzo e nel quarto mondo. Le donne ed i bambini che vanno all’acqua sono oggi un indice economico calcolato dall’UNESCO e dalla FAO. Sono un fattore di progresso / regresso sociale integrato nei modelli e nelle equazioni. Ma quello che hai scritto Normanna non è un bozzetto, ma un vero racconto. Ed è la conclusione (indispensabile) che lo rende tale.

    (Lucio Margherita)

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  2. Grazie Normanna per aver dato voce a queste emozioni fortissime che molti di noi hanno vissuto e conservano nel profondo del cuore. Non riesco a trattenere le lacrime, tornare a quei ricordi mi fa sentire la voce della mamma che mi dice: -Attenta che il latte non vada “di sopra”-
    Mi giro verso la mia nuova cucina, che non è calda come la vecchia stufa economica, non c’è sopra il latte, ma soprattutto non c’è la mia mamma. Però io l’ho sentita vicina, e mi sono sentita accarezzata dai ricordi…
    Grazie ancora, Normanna.

    (Giovanna Navelli)

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  3. Sono i profumi che scatenano la mia memoria; sono nata a Cinquecerri in una casa dell’Edisonvolta dove c’era l’acqua, l’orto, il prato con il pollaio e i conigli, il giardino pieno di roselline, di fragolone e di gigli.In campagna il mentastro che anticipava la presenza della Fontanina e della Fontanaccia emanava un profumo di fresco e di terra che non ho più sentito, mentre con le mani a conca noi bambini raccoglievevamo l’acqua così fredda che ne bastava un sorso. E si cercavano le more, tornando poi a casa con la bocca e le mani viola e quando si trovavano le fragoline di bosco la prima che le vedeva diceva:”Occupato mio”! e nessuno le poteva toccare. Grazie Normanna dello scatenamento dolce che hai provocato!!

    (Fiorella Ferrarini)

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  4. Brava come sempre Normanna, sai cogliere e trasmettere emozioni antiche coniugate al moderno.

    (Nuccia)

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  5. Brava come sempre, Normanna, mi è sembrato di tornare nella mia infanzia (circa 30 anni fa), vorrei tanto chè la gioventu di oggi “tanto per riposare” almeno leggesse i tuoi racconti e facesse un po’ di paragone e apprezzasse quello che ha: sentire il peso dell’acqua solo quando si fa la doccia. Grazie per i bei ricordi.

    (Carol)

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  6. Le tue istantanee si animano e diventano memoria collettiva.
    La leggerezza espresiva rende poesia la fatica quotidiana.
    Come sempre riesci a mantenere il ritmo della narrazione, senza momenti di stanchezza.

    (Pietro Chimienti)

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