“Si accende il buio”: la storia incredibile un bimbo montanaro fatto nascere da un medico tedesco cristiano

 

"In questa casa poco fa è nato un bambino. E' stato un parto molto difficile. Vi prego di essere umani, non prendete generi alimentari e non incendiate la casa". Firmato ufficiale sanitario Lubeck numero di matricola L 33 842.

Questa piccola lettera, vergata il 5 agosto 1944 a Case Balocchi, ai piedi del Monte Cusna dall'ufficiale sanitario della Luftwaffe Gottfried Lubeck, salvò la vita al neonato Francesco Zambonini, oggi 68enne artigiano in pensione e tutta la sua famiglia. Al tempo stesso un messaggio sul retro che indicava il padre Giovanni come “già impiegato in un campo di lavoratori italiani” evitò al capo famiglia di essere deportato in Germania. In quei giorni infatti era in atto l’Operazione Wallenstein III, un feroce rastrellamento su larga scala in tutto l’Appennino emiliano con il compito di stanare partigiani e catturare uomini da deportare in Germania come lavoratori coatti. Per tutta la vita Francesco Zambonini, appresa la incredibile storia della sua nascita e salvezza dai genitori, custodendo come una reliquia quella letterina ha cercato quel soldato. Fino a che, nell’agosto 2011, ha consegnato la missiva ad un giornalista, il reggiano Matteo Incerti. Da lì sono iniziate le ricerche ed incredibilmente Zambonini grazie all’aiuto di Matteo Incerti è riuscito a dare un volto ed una storia a quel milite dei reparti d’infermeria della Luftwaffe, ma non solo. Ne è nato un romanzo storico, “Si accende il buio” edito da Aliberti (232 pagine, 38 foto 15 euro) , scritto con la collaborazione del figlio di quel soldato, il giornalista tedesco Johannes Lubeck. La storia infatti si è fatta ancora più incredibile come ha spiegato l’autore del romanzo Incerti. “Gottfried Lubeck, è morto nel giugno 2010, ma aveva raccontato anche lui quella storia ai suoi figli e tutta la vita ha cercato quel bimbo, Francesco”. Così Johannes Lubeck, uno dei quattro figli del soldato, scavando insieme a Matteo Incerti tra vecchie lettere di famiglia, ricordi, e gli efficientissimi archivi tedeschi ha fatto emergere una storia ancora più incredibile che è al centro del romanzo. È l’epopea di una intera famiglia tedesca, la famiglia Lubeck e di tre fratelli Gottfried, Theo che era una camicia bruna e Johannes paracadutista scelto oltre quella di un gruppo di sei soldati dei reparti sanitari della Luftwaffe, che si riscattarono dal nazismo attraverso semplici atti di umanità, amore e fede cristiana.

IL FRATELLO CHE SFIDO' GOEBBELS - Uno di loro, Johannes Lubeck, del quale il nipote porta il nome, per vendetta d’amore, arrivò perfino a sfidare e sferrare schiaffoni a Joseph Goebbels dopo che questi aveva violentato la sua fidanzata che lavorava come segretaria presso il Ministero della Propaganda. Un episodio tra realtà e mito famigliare tramandato, inedito, che è già diventato documentario questa estate sulla televisione nazionale tedesca “MDR”(http://www.mdr.de/ahnen/pruegel-fuer-goebbels100.html ) dove il co-auotre di “Si accende il buio” come testimone ha intervistato anche la segretaria di Goebbels Brunhilde Pomsel, che oggi ha 101 anni, la quale ha detto di ricordar un episodio simile.

 

LA FAMIGLIA CHE DISSE “NO”. Tanti i gesti compiuti da questa famiglia tedesca che si destò dal nazismo con piccoli gesti umani. Tutti documentati con lettere e documenti. Emil, il capo famiglia stracciò la tessera del partito nazista quando la brutalità hitleriana del programma d’eutanasia collettiva gli porto’ via un caro amico ritardato mentale ospitato in famiglia, Theo,ingegnere e caporale delle SA, le camicie brune naziste, che salvò ad un collega di lavoro comunista che era stato condannato a morte. Johannes infine sfidò Goebbels e trovò la morte in guerra in Sicilia in una missione di fatto suicida dove fu inviato per punizione. Gottfried con l’altro gruppo di quattro soldati del reparto d’infermeria, tutti credenti cattolici o protestanti, si prodigò nell’aiutare civili sia a Grosseto che sugli Appennini emiliani.

 

"UNA STORIA CHE CONDANNA SENZA APPELLO OGNI TOTALITARISMO E NEGAZIONISMO" “Pur senza disertare insomma seppero dire di “no” alla brutalità nazista con piccoli o grandi gesti che salvarono vite umane- spiega Incerti – Questo suona ancora più da condanna per quei nazisti e fascisti, che invece si resero protagonisti di atti brutali giustificandosi ancora oggi con la frase “erano gli ordini dovevamo eseguire”. Questa storia, tutta documentata dimostra che si poteva dire di ‘no’ alle barbarie naziste pur continuando a vestire quella divisa come coscritti. Lo fecero questi soldati, con gesti d’umanità civile e cristiana.”. Un ragionamento questo sottolineato anche da Massimo Storchi d’Istoreco. “Questo è un punto che emerge chiaro nella storia e nel libro che è raccontato a tratti come una bella favola – ha spiegato il direttore del Polo Archivistico d’Istoreco Storchi – non si cade nello stereotipo del “c’erano anche tedeschi buoni, quindi va bene…” , Anzi questa storia dimostra come si potesse dire di “no” alle brutalità naziste anche continuando a vestire la divisa dell’esercito tedesco. Ci fu chi lo fece e ci fu chi invece fu carnefice. E’ una condanna ancora più grande contro i nazifascisti ”.

“L’epopea dei Lubeck poi continua con l’epopea di questa famiglia e persone che cercano di sfuggire alla dittatura in atto nella Germania Est ed è come una favola della vita contro ogni totalitarismo” spiega Incerti. “Una favola della vita che si è conclusa lo scorso Natale quando ho abbracciato questa famiglia i Lubeck in Germania ed ho portato il mio saluto all’uomo che mi diede e salvo’ la vita” spiega Francesco Zambonini. “Una favola della vita – ha concluso Zambonini – che ci insegna che nel cuore di ognuno ci può essere bontà,umanità. Basta volerlo. Venerdì porterò la famiglia Lubeck in visita a Cervarolo”.

PRESENTAZIONI – Il libro “Si accende il buio” in libreria da domani (giovedì), sarà presentato al pubblico giovedì 6 dicembre alle 18 alla Mediateca della Biblioteca Universitaria di Reggio in viale Allegri alla presenza degli autori: Matteo Incerti, del tedesco Johannes Lubeck e di Francesco Zambonini . Poi sarà la volta di Villa Minozzo venerdì 7 alle 21 al Teatro dei Mantellini infine sabato a Grosseto, dove inaugurerà anche una mostra presso il Museo Etrusco dedicata alle cinquanta foto inedite che narrano le vita di questi soldati protagonisti del libro e della storia a Grosseto tra il 1943 ed il 1944.

SITO: siaccendeilbuio.wordpress.com

VIDEO TRAILER LIBRO: http://www.youtube.com/watch?v=JiQmB3k0WiM

 

(il tedesco in foto è Gottfried Lubeck quello che salvo' il bimbo)

 

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5 Commenti

  1. Che gioia leggere queste cose… mi avete commosso veramente.. Grazie.

    (Donatella Chesi)

  2. Complimenti a Matteo Incerti. Anche questa volta ci ha stupito con la bella storia che ha scovato.

    (Felicino Magnani)

  3. Ringrazio Felicino e lo aspetto venerdì alla presentazione di Villa al Teatro i Mantellini. Vorrei precisare, vista qualche imprecisione di qualche quotidiano, che Gottfried Lubeck non era un “soldato nazista” ma un “soldato tedesco”. Questa storia suona ancora più da condanna verso quei tedeschi che invece eseguirono gli ordini, mentre bastava essere umani e provare a disobbedire. Ci fu chi lo fece, Gottfried Lubeck, e ci fu invece chi non ebbe pietà e si macchiò di crimini contro l’umanità chiamati Bettola, Cervarolo, Monchio…

    (Matteo Incerti)

  4. Come una “favola” di Natale nostrana piena di umanità, quella che rende l’uomo vero ed intelligente in un mondo che ci sembra ogi giorno più cupo… Complimenti agli autori e al protagonista montanaro Franco Zambonini.

    (Claudio Gaspari)

  5. Francesco Zambonini e venuto a scuola a raccontarcela ed era veramente bella.

    (Kallo Boumasky)

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