Dopo i comunicati ufficiali Giovanni Teneggi torna sul tema del punto nascita al S. Anna

Giovanni Teneggi

Sul tema dell’ospedale S. Anna di Castelnovo ne’ Monti e in particolare del più urgente tema della tenuta del punto nascita è finalmente arrivato il confronto fra i sindaci del territorio montano e l’Ausl di Reggio Emilia. Le dichiarazioni degli uni e degli altri, evidentemente non concordate, chiariscono le opinioni sul punto e indicano l’urgente necessità di un confronto con il convitato di pietra ancora assente, la Regione Emilia-Romagna.

Intanto una prima osservazione. Se un giornale fraintende le dichiarazioni dell’Ausl affermando che il punto nascita di Castelnovo ne’ Monti è insicuro, la smentita non arriva nemmeno. Se invece a fraintendere sono i Sindaci e affermano una presunta volontà dell’Ausl di difenderlo, la smentita arriva immediatamente. Le posizioni mi sembrano chiare. Peraltro, sarebbe davvero così grave che l’Ausl intendesse davvero difendere in ogni modo un proprio servizio territoriale? Nessuno avrebbe certo pensato fra i modi a barricate o fucili, ma più semplicemente a servizi e tecnologie che rendano praticabile questo punto nascita dentro agli standard di sicurezza previsti. Non è forse ciò che è stato attribuito, senza smentita, all’Ausl, nella prima parte dell’articolo? Continuiamo a pensare che le affermazioni sulla tenuta strategica e complessiva dell’ospedale S. Anna sia gravemente messa in discussione nella sua credibilità dalla chiusura del suo punto nascita e ancor più siano messe in discussione le politiche di ricrescita sociale ed economica del nostro Appennino. Pensiamo allora che la serietà – che conosciamo e non mettiamo in discussione – degli standard di sicurezza sui punti nascita siano da affrontare nelle aree montane con pari serietà di politiche e più raffinati e coerenti modelli organizzativi delle professioni e dei servizi per la salute. La chiusura di questo punto nascita non sarebbe certo segno dell’efficienza del sistema sanitario emiliano romagnolo ma del suo fallimento. E segno, ben più drammatico, se fosse confermato, del fallimento delle politiche regionali di sviluppo intelligente di tutto, diciamo tutto, il territorio regionale nel quale, mi pare di ricordare, i nostri Comuni sono ricompresi e del quale, mi pare di ricordare, siamo cittadini anche qui.

Ebbene, arriviamo al punto. Dove sono i rappresentanti regionali e dove la politica? E fingendo, per ostinazione, di non aver compreso bene, chiediamo ancora: la Regione esprime un’opinione pubblica in proposito o rimane solo a suggerire cosa smentire o no ai propri dirigenti? Abbiamo rispetto e possiamo comprendere il ruolo e l’imbarazzo del direttore Nicolini. Chiaro il suo ruolo tecnico e il riepilogo delle norme che in questa veste ribadisce ad ogni occasione. Noto anche che proprio grazie alla sua azione e certamente in massima sicurezza il punto nascita è oggi aperto e vivo. Ci segnala – cosa altro potrebbe fare? – che la mera applicazione tecnica e giuridica delle norme nazionali porterebbe alla chiusura di questo servizio essenziale al territorio e che per salvarlo occorre un’opzione politica chiara e determinata seguita dai giusti investimenti. Un’opzione, diciamo noi, che non riguarda solo l’apertura del punto nascita ma della stessa montagna.

Questa è l’attesa chiara che esprimiamo. La Regione deve mettersi al fianco del territorio e non contro di esso adottandola velocemente. Che il poco tempo che il Governo ci ha dato sia quello delle soluzioni non degli scontri.

(Giovanni Teneggi)

* * *

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Un Commento

  1. Concordo con la relazione, in più vorrei aggiungere le solite problematiche territoriali: parliamo di persone dall’alto crinale e oltre, perché anche dopo i rispettivi passi la problematiche rimangono, ospedali molto lontani, spesso siamo stati l’unico punto di riferimento. Non credo che la politica Ausl sia quella di fare tutti cesarei programmati. Con la sicurezza cosa si intende? Perdita delle acque a Cerreto Alpi e arrivare a Reggio Emilia é una sicurezza? O parto complicato? Abbiamo un megareparto, appena ristrutturato, veramente meraviglioso, una caposala ostetrica meravigliosa, quanti di noi sanno che abbiamo anche il parto in acqua? Credo che la politica sia stata di non informazione per arrivare a chiuderlo! E le donne vanno a programmare il parto in acqua da altre parti? Solita domanda di dovere: ma perché non si chiudono Scandiano o Montecchio che sono a soli dieci minuti di macchina dal S. Maria? Prima di utilizzare fondi per l’ospedale della donna e del bambino, che dovrebbero essere dedicati a noi, dovrebbe esserci un giudizio vero e proprio sulle problematiche territoriali. Sono state fatte diverse modifiche sul personale e sulla struttura in generale, ma la popolazione non è stata informata, credo che a nessuna donna della montagna piaccia fare 45 km per effettuare una visita ginecologica. Dare un servizio di visite con più dottori e pubblicizzarlo? Tutta la popolazione ha l’obbligo civile di denunciare le problematiche del proprio territorio, ma dobbiamo farlo!

    (Monia)

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