La Ciùcâna? E’ una faccenda europea

Marco Fincardi, Margherita Becchetti Ciùcâna a scrittori in giardino a Vetto del 9.8.16Si parla di Ciùcâna. Con la presentazione del libro di Marco FincardiDerisioni notturne. Racconti di serenate alla rovescia, si è concluso il ciclo dedicato dall’amministrazione di Vetto  agli scrittori e alle tradizioni del nostro Appennino.

Abbiamo scoperto che una usanza presente da noi in passato, sopravvissuta per tutto il secolo scorso, non è una nostra usanza esclusiva ma è comune a tutta l’Europa o forse a tutto il mondo. Naturalmente interpretata in modi diversi. Si tratta della Ciùcâna, o Ciucûna nell’Appennino reggiano, Ciòca nel parmense, Scampanata in Toscana e nelle Marche. Il nome fa comunque riferimento al battere.

Era il modo con cui la comunità  annunciava e denunciava  il matrimonio fra vedovi o fra anziani benestanti che sposavano una giovane o altri fatti che violavano la “morale” comune, le regole non scritte che amministravano la società o mettevano a repentaglio la vita sociale dei giovani. Secondo l’autore, appunto, il fatto veniva interpretato come una rottura delle regole sociali del luogo. Rottura in quanto il matrimonio dovrebbe avvenire fra coetanei e in età procreativa.  Ridicolizzare  il secondo matrimonio di un vedovo, più che una rimostranza contro la decisione, era l’occasione per scroccare qualcosa da condividere con gli amici (affettati, gnocco, vino). Tutti capivano che per un vedovo con figli era meglio avere la presenza di una donna nella casa. I terribili suoni della Ciùcâna avvenivano di notte in condizioni di buio assoluto (non vi erano auto né illuminazione pubblica) erano ad opera dei giovani del paese, in prevalenza maschi. Si poteva, a volte, ovviare la Ciùcâna pagando pegno secondo le richiese del paese. La Ciùcâna, infatti, era espressione della volontà di tutto il paese e, ovviamente, una volta avvenuta era tramandata oralmente, per quanto non fosse gradita ai malcapitati che la subivano. Questo almeno sino dal Duecento, secolo del quale si hanno notizie scritte della sua esistenza. Notizie scritte, comunque, essendo questa una tradizione… orale.

Il discorso del relatore si è poi dilungato su aspetti anche socio-politici, su eventi che hanno visto il popolo servirsi degli stessi strumenti per opporsi alla tirannia e alla corruzione dei rappresentanti politici. Il discorso della Ciucûna è stato osteggiato in passato dai benestanti che diventavano bersaglio della derisione pubblica. Ricordo, al proposito, una Grida del Gubernatore di Reggio, del 1530: “Si fa ordinamento per parte del predicto Gubernatore, che non sia persona alcuna che ardisca né presumi de andare a fare dicta cioccona con sorta alcuna de istrumenti a la casa de esso signor Prospero …sotto pena de ducati cento d’oro per el capo, et per gli altri de ducati dieci…”.

Chi avesse memoria di qualche Ciùcâna storica o… recente ce la segnali e, volentieri e per salvarla dall’oblìo, la pubblicheremo.

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Un Commento

  1. Egregio Signor Rabotti, facendo seguito al suo invito di raccontare aneddoti sull’usanza della “ciucuna” nel nostro Appennino, vorrei segnalare che questo modo di protestare era ancora in voga a Campolungo – Casale di Bismantova nel 1947 e oltre. Mio padre, sposando mia madre nel 1947 venne ad abitare a Campolungo “in Bismantua”, come si diceva allora, e dal momento che era ateo e comunista convinto era oggetto di vessazioni di ogni genere, compresa la famosa “ciucuna” che per ben tre volte i cittadini di Casale, credenti se non addirittura bigotti, fecero sotto le finestre di casa nostra a Campolungo. Premetto che mio padre era una persona molto liberale: nonostante le sue convinzioni ci aveva battezzate, cresimate, insomma non impedì mai a noi tre sorelle di frequentare la chiesa. Mai lui personalmente aveva idee diverse che si scontravano con quelle del cappellano o parroco del momento (forse Don Saccani). Questi, quando non sapeva più cosa rispondere alle domande che gli faceva mio padre sulla religione, regolarmente lo scomunicava (altra usanza ancora in voga al momento) e allora tutta la gente di Casale, armata di coperchi, bastoni, ecc., entrava persino nel nostro cortile a “intimargli” di andarsene dal paese. Fortunatamente prevale sempre l’intelligenza e mio padre non rispose mai a tali oltraggi, anzi nella sua liberalità di idee fu sempre amico di Don Milani, prima, e Don Ivo, poi, perché nei paesi civili e tra persone intelligenti si usa rispettare ognuno le idee degli altri. Come diceva Voltaire: “Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere”.

    (Antonella Telani)

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