Il profumo della mia terra / Maggio 2^ parte

Il   Cantamaggio

 Ultimamente solo in alcuni paesi lontani da noi si è riesumata la tradizione del Cantamaggio, ma nel nostro territorio è scomparsa da molto tempo e, temo, per sempre.

Occorre, qui, una precisazione. Non confondiamo il Cantamaggio con il Maggio drammatico [1]. Il secondo almeno sopravvive, anzi, sembra che si stia rinvigorendo grazia alla dedizione e alla costanza di maggerini anziani che sono riusciti a farlo amare ed apprezzare anche ai giovani. In questo caso si tratta di tramandare un’arte drammatica tipica del crinale tosco-emiliano, i cui temi sono le gesta di eroi veri o inventati, preferibilmente del ciclo cavalleresco.

Cantamaggio a Riolunato (MO)

Il Cantamaggio invece era la veglia che i giovani facevano l’ultima notte di Aprile in attesa di Maggio. Le origini di tale usanza vanno cercate nella cultura etrusca e latina, in quel panteismo che coinvolgeva ogni fenomeno della natura. A tal punto che la gente considerava tali eventi emanazione divina. Poiché non si tratta di una veglia religiosa è scontato che vi fossero libagioni e qualcosa di buono da mettere sotto i denti. Dobbiamo ricorrere alle compagnie che lo hanno ripreso, in particolare nelle montagne di Modena, Parma e Piacenza, (ma anche in Romagna e in Piemonte), per sapere come si svolgeva. Una allegra brigata si riuniva e passava per le frazioni cantando strofe composte per l’occasione, accompagnandosi con la fisarmonica o altri strumenti. Lungo il percorso sostavano presso le famiglie intonando quartine del tipo:

È arrivato Maggio,

con la fresca rugiada;

ha lasciato l’inverno,

ha portato l’estate.

                                                                                       [Cantamaggio di Credarola di Bardi (PC)].

Le famiglie offrivano ai cantori qualcosa che veniva conservato fino al mattino. Normalmente abbondavano le uova, visto che la stagione era propizia per la loro produzione. Una volta concluso il giro la compagnia si fermava a preparare un abbondante spuntino con una gigantesca frittata, mentre il sorgere del sole annunciava che Maggio era arrivato.

I temi potevano essere diversi ma dovevano essere adeguati alle famiglie visitate. A volte era una frizzante presa in giro di uno della famiglia per avventure concluse male; più spesso era la presentazione in rima di auguri di prosperità. Altre volte si accennava alla presenza in casa di ragazze da marito, lasciando capire che i pretendenti c’erano. La vena arguta del paroliere doveva essere tanto abile da convincere i padroni di casa a sganciare cose buone e in abbondanza.

Cantamaggio  a Riolunato (MO)

Non sono in grado di sapere quando da noi l’usanza è scomparsa. Dovrebbe essere esistita fino all’inizio del XXº secolo perché da piccolo ho sentito accennare il motivo, anche se in maniera canzonatoria, con questa strofa:

Siam venuti a cantar Maggio

con la gola del formaggio:

il formaggio era finito,

cantar Maggio ho già finito.

[Testimonianza confermata da Anna Campani Castellari – Pineto]

Vi è anche un tentativo grottesco di sottolineare un concetto importante sulla qualità del formaggio. La strofa cambiava i due ultimi versi coi seguenti:

il formaggio era beghito, (con i bachi, un tempo era una squisitezza)

                 canta forte figlio ardito (coraggioso, prendendo lo spunto dai giovani fascisti).

In definitiva si vede che l’offerta data ai canterini, oltre alle uova, era il formaggio fatto in casa, di pecora o di mucca non importa. Molto apprezzato, e non solo allora, era il formaggio con i vermi. E più era piccante più era ricercato.

Reminiscenze letterarie lasciano immaginare che vi fosse anche un Cantamaggio-serenata, destinato esclusivamente alle ragazze nubili, quindi non canto di questua, ma forse bisognerebbe andare a fare ricerche in direzione della Toscana. Potrebbe trattarsi di una variante del Calendimaggio fiorentino, le cui tracce si perdono nel tempo e fra gli autori annovera anche il Poliziano e Lorenzo De’ Medici.  Oltre a quanto detto, da noi sopravvive una interpretazione del termine non molto gradita (ma l’espressione la ricordano solo pochi anziani): I’ t’ dàgh un Cantamà-g significava ben altra cosa. E la musica non era certo allegra: Ti do un fracco di botte!

 

Al   mulèta  (L’arrotino)

 

La “mola” dell’arrotino

Come tutti gli altri artigiani ambulanti arrivava puntuale circa una volta al mese, nella bella stagione, trainando a mano una apparente carriola. Questo attrezzo differiva assai dalle carriole nostre. Non disponeva della conca entro cui appoggiare il materiale da trasportare. Era più complicata: nella parte superiore comparivano le terminazioni di quattro piedi, simili a quelle di un mobile. Poi vi erano cassetti, assali, barattoli per l’acqua. Giunto nel cortile e constatato che vi era del lavoro rovesciava quella specie di carriola in modo che i piedi servissero a stabilizzare l’oggetto; la ruota ora risultava libera e sollevata da terra. Al perno centrale, da cui usciva una manovella, veniva applicata una specie di biella di legno oppure una cinghia che raggiungeva un pedale. Con questo si trasmetteva il moto alla mola. Una cinghia veniva posta intorno al cerchione della ruota e collegata ad una puleggia solidale con l’assale su cui erano fermate una o due mole di dimensioni piccole. La grande differenza tra la circonferenza della ruota e quella della puleggia imprimeva un’alta velocità alla mola.

Anche gli arrotini si sono emancipati

Intanto le massaie portavano su un appoggio vicino gli attrezzi da cucina e le forbici mentre gli uomini tiravano fuori accette, scure, zappe, vanghe e quant’altro necessitava di una buona molatura.

Il personaggio del Mulèta suscitava un non so che di ambiguo, anche se, in realtà, il suo passaggio non dava adito a nulla di equivoco. Ciò dipendeva dalle frequenti allusioni create sulla versione dialettale del verbo aguzzare, (molare, arrotare, rendere aguzzo) che in dialetto (Gusâr) veniva usato anche per definire un atto sessuale. Dopo di che le barzellette in merito non si contano.

Il suo richiamo era caratteristico e inconfondibile:

 

“Dòni, dòni, a gh’è ‘l mulèta!

Cúša gh’îv da fêr guzêr?”…

Gh’è chi  ‘gh porta la maràsa,

al pudàj e al manarèin,

anch un vècc curtel da càsa,

un razòur  e un pêr  ‘d furbzéin.

Egh n’arà per fin a sîra…

Al mulèta al fa l’impiant,

e la môla, gira gira,

la i cuntèinta un pô tótt quant.

I ragâs i s’ardušessen

Al faléster a guardêr,

quand al spréchen e ‘l sparéssen

come stréli drée  a caschêr….

                   (Luigi Ferrari – AL MULÈTA – Dal volume: DA CHÉ INDRÉE – 1999 – Pag. 86)

[“Donne, donne, c’è l’arrotino / cosa avete da fare affilare?” …C’è chi gli porta la mannaia, / il pennato e il manarino; chi un vecchio coltello da caccia, / un rasoio, un paio di forbicine. – Ne avrà fino a sera. L’arrotino sistema l’attrezzatura e la mola, girando, girando, / li accontenta tutti quanti. I ragazzi si avvicinano / per guardare le scintille quando sprizzano e scompaiono/ come tante stelle cadenti.]

 Al bên

                                               Madunîna, me i’  gnirê….

Viene attribuita a Jàcme da la Cêša, composta sullo schema delle antiche preghiere dialettali

 

 

Madunîna, me i’  gnirê

a inšnuciâm ai vòster pê

ma un pcadûr cuma i’ sûn me

a n’ pöl che piànšer  e pregâr

per la nòta e pr’ al dé.

Madunîna, che sùta a la Crûš

j’ aî padî ‘l pêni d’ Noster Sgnûr;  

al dì ch’a v’è indivîš

fêm ciamâr in Paradiš

a cantâr agli urasiûn,

cmi pr’amûr e caritâ

 j î fat ciamâr al bun ladrûn.

I’ la dirò a la sîra e a la matîna

pr’amûr d’la Madunîna.

Ogni dì i’ la dirò

e la mi’ ànma i’ salvarò.

 [Madonnina, io verrei / a inginocchiarmi ai vostri piedi, / ma un peccatore come sono io / non può che piangere e pregare / tutta la notte e tutto il giorno. – Madonnina, che sotto la Croce / avete sofferto le pene di Nostro Signore; / il giorno che vi sembrerà giusto / fatemi chiamare in Paradiso / a cantare le orazioni, / come per amore e carità / avete fatto chiamare il buon ladrone. – La reciterò alla sera e al mattino, / per amore della Madonnina. / Ogni giorno la reciterò / e l’anima mia salverò].                                                                                                                             [Giovanelli-Benassi  LA VÉTA MUNTANÂRA  Bizocchi, Reggio E. 1977, pag. 77].

 Filastrocca

 Sempre in linea con l’istruzione dei piccoli, per fare loro imparare alcune cose senza annoiarli, si ricorreva a questa filastrocca destinata ad insegnare a distinguere i nomi delle dita della mano:

Cust chì l’è andâ int al pùs             (indicando il Pollice,

Cust chì a l’ha tirâ sú                       l’Indice,

Cust chì  a l’ha sugâ                          il Medio,

Cust chì al gh’ha fàt la súpa,            l’Anulare,

Cul birichîn chì a l’ha mangiâda túta   il Mignolo).

[Questo è caduto nel pozzo, / questo lo ha tirato su, / questo lo ha asciugato, / questo gli ha preparato la zuppa, / quel birichino qua gliela ha mangiata tutta].

Esiste, anche in questo caso, una variante:

Cust chì l’è andâ al mercâ         (indicando il Pollice,

Cust chì l’ha cumprâ ‘l pân            poi l’ indice,

Cust chì  a l’ha purtâ a cà                                        il Medio,

Cust chì l’ha fàt la súpa,                                           l’Anulare,

 Cust chì a l’ha mangiâda túta                                 il  Mignolo).

 

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