Prosegue il dibattito sulla diga di Vetto tra Gazze (stretta), Gazzolo (assessore) e Gazzetta (giornale). AGGIORNAMENTO – Intervengono anche le associazioni ambientaliste

In merito al “redivivo” dibattito di questi ultimi giorni circa la diga di Vetto, riacceso con forza dall’estate siccitosa che ci lasciamo alle spalle, riceviamo e pubblichiamo il seguente nuovo contributo.

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Sorell’acqua, tanto umile e preziosa e casta…

Redacon ha gentilmente ospitato il nostro scritto in data 19 relativo al tavolo di lavoro costituito per affrontare il deficit idrico sull’Enza per quanto riguarda l’irrigazione dei campi ed altre eventuali esigenze. Dissento però dal titolo dato al pezzo, laddove si dice “per la Cia si deve fare alla stretta delle Gazze, per Coldiretti serve un bacino adeguato alle necessità del territorio”. Nel testo non diciamo che si deve fare in un determinato posto, bensì parliamo di uno sbarramento “probabilmente collocato alla stretta delle Gazze”, che è una semplice constatazione, dato che al tavolo in questione è stato detto che il progetto per la stretta è la base di partenza da verificare con un’analisi delle esigenze della valle, così come la Bonifica dell’Emilia centrale ha inviato al Mipaaf (Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali, ndr) una richiesta per invaso “stretta delle Gazze”, ma è solo un titolo, inviato per “piazzarsi” nelle graduatorie per gli investimenti futuri. Inoltre, che quella sia la base di partenza lo ha detto chiaramente l’assessore regionale Gazzolo in un’intervista la scorsa settimana sulla “Gazzetta”. Che il compito del tavolo sia di definire un bacino adeguato alle esigenze del territorio non è la posizione di questo o quello, bensì il risultato di quella riunione, condiviso da tutti i presenti.

Per cercare anche di dare qualche elemento di conoscenza in più, in relazione ai commenti dei vostri lettori, rivendico il fatto che se si è riaperta la questione “acqua per la val d’Enza”, è perché Cia, e con noi i partner di Agrinsieme, in un convegno il primo ottobre dell’anno scorso a Barco abbiamo avviato dopo un confronto approfondito con le istituzioni locali (comuni e loro unione), un dialogo con la Provincia, la Regione ed il ministro dell’ambiente Galletti. In quel convegno proponemmo che gli enti locali verificassero con l’Enel la possibilità di utilizzo irriguo dei bacini montani da lei dismessi e che si realizzasse un bacino capace di rispondere ai bisogni dell’agricoltura della valle, “per esempio recuperando il progetto esistente per uno sbarramento alla stretta delle Gazze”.

Perché abbiamo fatto quella proposta e non la diga di Vetto? Perché la diga (progetto Marcello) è ferma da più di vent’anni, ha molti nemici che non mancherebbero di ripresentarsi; perché abbiamo chiesto per anni e anni almeno proposte alternative e dopo molto tempo è stato proposto solo il recupero di alcune cave dismesse, perché chi, come Franzini, da qualche anno ha riproposto il progetto non ha mai trovato ascolto nelle istituzioni, perché quello della stretta è un progetto pronto e giacente nei cassetti come quello della diga; in sostanza abbiamo proposto noi l’alternativa, incontrando interesse nei vari livelli istituzionali.

Non era però una proposta così per fare, abbiamo ragionato su alcuni dati, che sono quelli contenuti nel piano acque della Regione approvato a fine 2015 (elaborati da specialisti dell’Università di Bologna), dove si dice che il deficit irriguo sul bacino dell’Enza è di 8,3 milioni di metri cubi per quanto concerne il deficit totale al campo e la strategia proposta è quella di realizzare bacini recuperando ex cave con un volume da 8 a 13 milioni di metri cubi d’acqua. Se questi sono i dati di partenza, la proposta di un bacino di 25-30 milioni di metri cubi oltre a superare quella per il recupero cave può tappare la falla per quanto riguarda l’irrigazione. Poiché però i dati da noi considerati riguardano solo l’irrigazione per l’anno medio, si può decidere diversamente: ad esempio valutando anche gli anni critici o di usare più acqua di superficie diminuendo quella prelevata dalle falde per irrigare (18 milioni mc, secondo i dati del piano di cui sopra) e le esigenze della valle più in generale; e questo è un po’ quel che si richiede al tavolo costituito venerdì scorso.

Infine, noi pensiamo che per arrivare finalmente a qualche risultato, si richieda a tutti collaborazione e disponibilità al confronto, senza dimenticare come e perché il progetto diga di Vetto si è a suo tempo arenato. Per questo per noi è di fondamentale importanza la ricerca di una posizione univoca tra gli agricoltori e con le istituzioni.

(Cia Reggio Emilia)

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Ancora sul bacino nell’Enza (di Gianni Verzelloni, portavoce Cia – Agricoltori Italiani di Reggio Emilia) (19 settembre 2017)

AGGIORNAMENTO: l’intervento delle associazioni ambientaliste

L’improvvisa accelerazione impressa dal Presidente della Provincia Gianmaria Manghi a proposito della ipotizzata costruzione di invasi del fiume Enza lascia perplessi e preoccupati.

Perplessi in quanto il paio di mesi previsti per l’attività del comitato di studio è un periodo che consenta a malapena raccolta di dati e informazioni vecchi e inutili, mentre sono tutti da definire quelli relativi all’accelerato mutamento climatico, ai regimi di piovosità, ai regimi stagionali, che abbisognano di attenta valutazione, a fronte di scelte strutturali che risultano di per se stesse definitive e inamovibili.

Ma preoccupa altresì che il suddetto Comitato sia stato definito senza nessun necessario e fondamentale apporto da parte di un congruo numero di ambientalisti, che a proposito degli aspetti territoriali, dei mutamenti climatici, dei cosiddetti beni comuni, della difesa e salvaguardia dei benefici collettivi degli spazi naturali, sono portatori di competenze insostituibili.

Inoltre, durante la lunga controversia a proposito del defunto progetto Marcello, hanno imposto alle strutture istituzionali metodiche di attenzione e procedure di scelta che hanno segnato un’epoca di democratica e partecipata trasparenza amministrativa.

Va ricordato che il progetto della Diga di Vetto venne dichiarato, oltre che di scarsa utilità per il comparto agricolo, totalmente deficitario rispetto ad un inserimento territoriale di altissimo impatto, dopo accurate e lunghe procedure di audit da parte del Ministero dell’Ambiente, col suffragio di una serie coerente di sentenze della magistratura amministrativa, dal TAR al Consiglio di Stato.

I successivi impegni per attente gestioni dei bacini idrici, sul piano delle competenze regionali e dei territori provinciali, non sono mai stati veramente avviati, mentre è impellente la loro considerazione per un approccio multilaterale alla gestione delle (sempre più scarse) risorse idriche, da affiancare ai soli progetti infrastrutturali. Essi appaiono indirizzati a un soggetto mirato portatore di interessi come il mondo agricolo (a cui va addebitato per il 65% il consumo delle risorse idriche), pur rappresentando un’eredità arcaica (il progetto Grisanti sull’Enza risale addirittura al 1860 !!!), che annebbia l’urgenza di intraprendere strategie diversificate, sulle quali altresì converge l’attenzione della popolazione:

– restaurare nel territorio la capacità di trattenere acqua e restituirla con lentezza nei periodi di siccità: aumentare le aree impermeabili, decementificare i canali, dare più spazio ai fiumi, utilizzare parte della rete di scolo per il mantenimento di una quantità minima di acqua nei periodi invernali;

– promuovere forme di agricoltura in equilibrio con le risorse idriche: canoni adeguati per i prelievi, colture meno idroesigenti, tecniche di irrigazione adeguate, creazione di piccoli bacini, mantenimento di zone umide;
– avviare investimenti per la rigenerazione della risorsa idrica (forestazione, riqualificazione fluviale, ecc.) sostenuti da tariffe idriche adeguate, a livello domestico, industriale ed agricolo;
– avviare una riqualificazione delle aree urbane che le renda più resilienti alla siccità e all’aumento dei picchi di calore: aumento delle superfici alberate, creazione di pavimentazioni drenanti, creazione di vasche di accumulo, migliore coibentazione ed ombreggiamento per ridurre l’utilizzo dei condizionatori;
– adottare un comportamento più rispettoso e più razionale nell’utilizzo dell’acqua: sempre più preziosa e sempre più minacciata.

Rimaniamo in attesa della convocazione delle Associazioni, affinchè possano indicare loro rappresentanti ed esperti al tavolo di confronto.

Reggio Emilia 27/9/2017

WWF Emilia Centrale

(Gioacchino Pedrazzoli)

Amici della Terra

(Rossella Ognibene)

Agenda Verde

(Duilio Cangiari)

Legambiente Val d’Enza

(Dino Vecchi)

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15 Commenti

  1. L’intervento della CIA per bocca del signor Gianni Verzelloni è un bell’esempio di mancanza di visione strategica e approccio “politico” che tanto danno ha già fatto in passato. Per aggirare le presunte resistenze dei detrattori della diga di Vetto di 30 anni fa, a cui è oggi “caduta la maschera” della evidente faziosità ideologica condita da acclarata incompetenza tecnica, propone di buttare all’aria gli studi di fattibilità già pronti e pagati miliardi di vecchie lire per fare una “cosina” più a monte ripartendo da zero (evvai con gli sprechi a carico dei contribuenti!). Mah, davvero non c’è limite all’insipienza ed alla mancanza di buon senso. Proporrei di lasciare la leadership di progetto all’ottimo sindaco di Palanzano signor Lino Franzini che mi pare coraggioso, pragmatico, piuttosto indipendente dalle segreterie dei partiti e dotato di una visione strategica lucida e concreta. Sarebbe anche auspicabile che i soggetti che già tanto danno hanno causato in passato rimanessero oggi in un più dignitoso silenzio. Per la CIA suggerirei una bella iniezione di coraggio, visto che pare più spaventata dalle ombre del passato che interessata a risolvere il problema, gli associati farebbero bene a “riflettere”.

    (F.D.)

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  2. Ripeto che la cosa peggiore sia il silenzio dei servi di partito che dovrebbero per lo meno esporsi, in un senso o nell’altro, essendo eletti (e pagati) per farlo.

    (Cg)

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  3. Va corretto anche Gazzetta con Gazzette, quella di Parma non manca di trattare l’argomento diga di Vetto. Tengo a precisare che al di fuori del sottoscritto non credo che altri possono vantare di aver mantenuto viva da tanti anni a questa parte la necessità di realizzare un invaso come da progetto Marcello; dico progetto Marcello perchè è l’unico progetto di una diga sulla Valle dell’Enza; progetto finanziato, approvato, appaltato, iniziato e poi sospeso; perchè sospeso?; la risposta l’ha data l’on. Castagnetti in un recente convegno nel parmense: noi politici dobbiamo ammettere di aver sbagliato a non far riprendere i lavori. La valutazione del deficit idrico non deve essere fatta pensando solo al proprio orticello (Val d’Enza) ma ai fabbisogni irrigui e idropotabili delle province di Reggio Emilia e Parma e pensando anche alla riduzione delle acque del Po e di quella dei pozzi. Per quanto concerne una diga alla Stretta delle Gazze (località Bragaglina), solo Lino Franzini può vantare la primogenitura negli ultimi dieci anni; premetto che in questa località non esiste nessun progetto nè studio di fattibilità e nè V.I.A., solo lo studio Marcello fece alcune indagini; sfido chiunque a presentarmi un progetto; ciò che esiste è frutto del sottoscritto che dal 2010 al 2015, con l’aiuto dell’amico Walter Zampolini, ha organizzato 6 incontri con la ditta Piacentini di Modena, una S.p.A. che opera a livello mondiale in grandi opere; con la Piacentini volevo verificare la fattibilità di un invaso alla Stretta delle Gazze, visto il no della Regione e di alcuni Comuni reggiani della Valle dell’Enza alla diga di Vetto come da progetto Marcello. Da questi incontri ne è derivata una proposta che la ditta Piacentini ha consegnato a noi sindaci rivieraschi, ma è solo una proposta non derivante da prove tecniche; inoltre riporta valori sbagliati a causa di quote sbagliate. Enel è già stata informata e coinvolta per entrambe le località, su Vetto Enel elaborò il progetto di massima della centrale mentre alla Stretta delle Gazze Enel Green Power è stata informata. Chi desidera informazioni reali e corrette le chieda al sottoscritto e chi vorrebbe accaparrarsi dei diritti sugli invasi sull’Enza visto il momento favorevole a causa della siccità e cerca di escludere Lino Franzini, si sbaglia di grosso; ho dedicato parte della mia vita e oneri per fare qualcosa di buono per quella che considero la mia valle.

    (Lino Franzini)

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  4. Purtroppo, anche se si cerca di essere chiari, c’è chi capisce quello che gli pare. Facile gridare contro la “politica” e gettare tutto in caciara. In ogni caso, nessuna paura, ma realismo. Noi, con le altre associazioni agricole, abbiamo sostenuto la diga quando era ora, ma è andata male (era anche quella battaglia politica, sa F.D). Il Franzini è comparso quando tutto era finito da molto tempo ed in diversi anni ha ottenuto zero. Se si parte da esigenze attuali, i vecchi progetti vanno in ogni caso aggiornati, quanto alle spese, se la prenda con chi si è opposto a realizzare la diga! La contrapposizione da lei auspicata non porta da nessuna parte (nostro punto di vista!). Non so chi siano i soggetti che hanno fatto “tanto danno” in passato e quindi esprimo ed esprimiamo le nostre idee e proposte, che non possono piacere a tutti; disgrazia! I nostri associati hanno tra pochi mesi un congresso per esprimere democraticamente un giudizio sull’attività della Cia.

    (G.V.)

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  5. Il sindaco Franzini – piacere di confrontarmi – in un solo commento lancia messaggi al mondo, che evidentemente non sono io che devo/posso raccogliere. Rispondo quindi per quello che mi sembra chiamare in causa quanto da me scritto. Devo dirLe, caro Franzini, che il mondo (o la Val d’Enza, se preferisce), non è cominciato con il suo ritorno alla terra natìa, per la Stretta ci sono almeno due progetti: uno fu realizzato da Idroser in una serie relativa ai torrenti appenninici; siccome Idroser è confluita in Arpa a fine 1995 si può capire quanto indietro risalga. Forse c’è ancora in qualche cassetto o archivio dell’Arpae. Un altro progetto è stato elaborato e presentato alle istituzioni – all’incirca 10 anni fa da Bonifica Bentivoglio-Enza ed Iren (se si chiamava già così), me ne ha parlato il mio collega e responsabile per l’ambiente dr. Senza. Di questo progetto penso si siano perse le tracce forse perché tra i due enti c’era un problema di chi dovesse avere la titolarità, forse perché si entrò in una fase di interregno per l’unificazione dei due consorzi di bonifica reggiani. Caro Franzini, io abito nella Valle Padana e quindi la sua valle gliela lascio tutta; ero in Consiglio alla Bentivoglio in alcune delle fasi calde della “battaglia” sulla diga. Conosco bene e considero ottimo il progetto Marcello, realizzato da uno dei maggiori esperti mondiali di invasi. Sta di fatto che il mio e il suo pensiero non hanno mai sfondato le opposizioni politiche di tipo ambientalista. Io non Le voglio sottrarre nulla (se si riferiva al mio scritto), resta il fatto oggettivo che se si è riaperto un tavolo per dare acqua alla Val d’Enza è per le ragioni che io ho scritto. Rivendico alla mia associazione questo ed è incontestabile. Infine, siccome parlo a nome di un’associazione agricola della provincia di Reggio, Le ribatto che i dati che io ho fornito non sono “guardare solo al proprio orticello”, ma fare il proprio mestiere e non quello di altri. Dal convegno di Barco infatti un anno fa, dicemmo alle istituzioni che la palla passava a loro, ed è quel che è successo e dal tavolo ora costituito da Regione, Provincia, Comuni e Bonifica dovrà uscire una valutazione più generale che non ci compete e che non saremmo tecnicamente in grado di fare. Grazie per l’ospitalità e la pazienza a Redacon, prometto che questa volta è l’ultima che vi disturbo su questo articolo.

    (G.V.)

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  6. Secondo me bisogna insistere sulla soluzione più adatta a soddisfare il reale fabbisogno idrico e non ripiegare su una soluzione al ribasso perchè quella ottimale ha degli oppositori. Si potrebbe anche fare una raccolta di firme a sostegno e poi vedere quante sono in grado di “produrne” i contrari. E poi aspettare che siano i fatti, e cioè le conseguenze di periodi di siccità che nel futuro diventeranno più frequenti, a tacitare gli oppositori e a decidere per gli amministratori. L’importante è sopravvivere (mi riferisco alle attività produttive) fino a quel momento. Comunque, a Ridracoli, mi sembra di ricordare che per realizzare la diga si siano consorziati una cinquantina di comuni. Ora non si hanno notizie di lamentele. Stessa regione, altra gente.

    (Roberto Pastorelli)

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  7. Carissimi lettori, io come agricoltore e associato Cia sono perplesso su una cosa: come mai non si chieda mai il parere degli agricoltori sui volumi d’acqua che servono per irrigare i campi, ma si fanno studi mentre le aziende muoiono.

    (Al)

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  8. Sono d’accordo per la soluzione più adatta, ma prima di raccogliere firme bisogna dire alcune cose importanti; la diga di Vetto, abbiamo parlato solo dei difetti, parliamo dei pregi: MDV costante (1mc secondo), acqua per migliaia di ettari reggiani e parmigiani, quindi falde in costante risalita, minor costi di produzione per i nostri prodotti d’eccellenza, quindi più competitività e più benessere, più verde estivo e migliore qualità dell’aria.

    (Al)

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  9. Al fine di dare una corretta informazione ed evitare qualsiasi polemica, ci tenevo ad informarVi che il Ministero delle Politiche agricole nel 2012 scrisse facendo presente che riconosceva i grandi benefici conseguenti la realizzazione della diga di Vetto, ma per riavviare i lavori necessitava che la Regione Emilia-Romagna la inserisse nelle opere da finanziare con il piano irriguo nazionale e nel 2014 il Ministero dei Trasporti mi ha trasmesso una lunga nota informativa sulla diga di Vetto. Ma ben poco contano le richieste di un sindaco di un piccolo comune montano se la politica che conta e chi deve richiedere quest’opera sta in silenzio sperando che Franzini si stanchi di scrivere a tutti e fare convegni informativi. Basta polemiche, noi sappiamo che l’agricoltura fa parte della cultura di Reggio e Parma, noi abbiamo il compito di lasciare qualcosa ai giovani che vogliono continuare questo lavoro; ma come faranno se non avranno acqua visti i cambiamenti climatici e visto che l’acqua che abbiamo la mandiamo a Po? Chiunque, competente in materia, comprenderà benissimo che i 93 milioni di mc “utili” che darebbe la diga di Vetto sono nettamente insufficienti al fabbisogno idropotabile e irriguo di Reggio e Parma, per il semplice motivo che dobbiamo prevedere, per mille motivi, la riduzione dell’uso delle acque del Po e il prelievo dalle falde; ma questa è la capacità idrica che offre il progetto Marcello di cui siamo in possesso. Credo che chi propone di cambiare lo fa solo per prendersi altri 5 anni di studi, in quanto ribadisco che non esistono altri “progetti”, esistono “proposte”, anche alle Gazze, ma da progetti a proposte passano anni e anni e milioni di oneri per la progettazione e per il V.I.A. E’ ora che i politici trovino il coraggio di decidere, ma per loro sarà più facile farlo se avranno il sostegno di tutti; ora dobbiamo sapere in che direzione andare, perchè non è più possibile aspettare alluvioni o siccità su Reggio e Parma per comprendere che serve la diga di Vetto per evitare l’una e l’altra. Ringrazio Redacon per il grande contributo e per l’imparzialità dimostrata.

    (Lino Franzini)

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  10. “Passatu lu male gabbatu lu santo”, mi sembra si dica a Napoli, ma vale anche per gli agricoltori di Reggio Emilia e Parma visto che la pioggia è arrivata; alla prossima estate si riparte di nuovo dicendo che per avere l’acqua serve la diga di Vetto. Non ne possiamo più della politica che non decide anche le cose indispensabili per paura di perdere un voto, è ora di dire basta; le cose che servono vanno fatte e di acqua ce ne sarà sempre più bisogno. E’ giunto il momento che gli agricoltori, le loro associazioni e i cittadini comincino a fare delle manifestazioni, avere l’acqua e buttarla via è una cosa che deve finire.

    (Davide)

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    Veramente il motto recita: “Passata la festa, gabbato lo Santo”; detto proverbiale attribuito a coloro che, dopo aver ottenuto il piacere richiesto, si dimenticano ben presto del bene ricevuto.

    (red)

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  11. Finalmente il treno si sta muovendo. Tutti, o quasi, hanno o stanno esprimendo la loro opinione e alcuni, a mio avviso, con inesattezze sia tecniche che politiche. A questo punto vorrei anch’io fare la mia proposta: perchè la redazione di Redacon, così attenta e imparziale su questo problema, non organizza un bel convegno con tutti ma proprio tutti i protagonisti? Consiglio di trovare un posto abbastanza capiente perchè sarà l’occasione per ascoltare anche la nostra gente e guardare in faccia chi crede ancora che la diga di Vetto sia un desiderio nostalgico di alcuni montanari e non un’impellente ed indifferibile necessità. Ma devono venire proprio tutti perchè chi non ci sarà non dovrà sentirsi autorizzato a scrivere, successivamente, stupidaggini, per non dire altro.

    (Andrea)

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  12. Vorrei invitare i signori i ambientalisti a riconoscere la necessità di avere una riserva d’acqua da rilasciare lentamente durante i periodi di siccità e comunque credo che bagnare raccolti crei biodiversità, e il famoso fresco.

    (Al)

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  13. Aumentare la superficie boschiva? No ma, fatemi capire, si vede che io sono su un altro pianeta. Abito in cima a un monte e ovunque guardo, nord, sud, ovest, est, vedo dei gran boschi, le superfici coltivate in 50 anni sono in gran parte scomparse lasciando il posto ai boschi. Se aumentiamo ancora la superficie boschiva in montagna, i contadini che cosa imballano in estate? Le foglie di quercia o di carpino? Si sono formati i boschi anche nel bel mezzo dei torrenti, le piante lì non ci dovrebbero proprio essere, o no? Colture meno idro-esigenti? Non entro nel merito perché può essere benissimo che ci sia una mezza soluzione. Comunque con l’andamento climatico a cui andiamo incontro, fra qualche anno si dovrà arrivare a coltivare i cactus.

    (Gianni Grisanti)

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  14. Non sono iscritto a nessuna associazione ambientalista in quanto iscriversi significherebbe per me voler indossare un simbolo per apparire o dover dipendere da altri; io guardo la realtà, i fatti e i danni arrecati all’agricoltura per la mancanza d’acqua, i danni causati dall’inquinamento e i danni causati dalle alluvioni. Tutte cose che la diga di Vetto eliminerebbe o ridurrebbe. Centinaia di milioni di euro di danni arrecati all’agricoltura, solo quelli di quest’anno avrebbero pagato la diga di Vetto. La mancanza d’acqua metterà in ginocchio le aziende agricole, i giovani se ne andranno dalla montagna, i costi di produzione andranno alle stelle; tutto questo dovrebbero pagarlo chi si oppone a quelle opere indispensabili per garantire ciò che serve all’agricoltura, l’acqua. Sorbolo tutti gli anni rischia di andare sott’acqua, basterebbe una piccola alluvione sull’Enza per causare chissà quanti morti; è di questo, che come vero ambientalista mi preoccupo; se poi parliamo di inquinamento ambientale mettiamoci le mani nei capelli, la valle Padana è la più inquinata d’Europa, riportato chiaramente sulla rivista “Rocca” di giugno 2017. Ma certi poteri immagino che diranno sempre di no alla diga di Vetto, l’energia pulita prodotta dalla diga di Vetto non porta soldi a nessuno, è madre natura che la produce gratuitamente; senza parlare del risollevamento della quota delle falde e la riduzione del pericolo di subsidenza che la diga di Vetto contrasterebbe; un vero ambientalista come me pensa a queste cose, ma come diceva Gianni Grisanti anch’io penso di essere di un altro pianeta, vedere usare le acque del Po per irrigare e buttare via quelle dell’Enza fa capire tante cose che preferisco non scrivere; per me i veri ambientalisti dovrebbero essere nel fiume Enza a gridare: vogliamo la diga di Vetto, allora mi ricrederei su tante cose e penserei che in Italia abbiamo ancora una speranza.

    (Daniele)

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