Nepal andata e ritorno, giorni 35-36-37-38. Di Fabrizio Silvetti

Giorni 35-36-37-38
Pochi giorni di trekking, che mi riporterà fino a Kathmandu, sono stati sufficienti per dimenticare.
Dimenticare di aver sofferto.
Dimenticare di aver fatto fatica profonda.
Perché la memoria dove vengono riposte le sensazioni fisiche intense e dolorose è labile.
Basta staccare la spina e si resetta.
Come nei computer, dove la memoria usata dai programmi per le elaborazioni dei dati è rapida, efficiente ma una volta chiuso il programma si svuota.
È un problema di sopravvivenza.
Se non lo facesse, dopo poco non potrebbe più funzionare.

Quello che rimane è l’aver sofferto.
I segni che il passaggio del dolore lascia su di noi.
La sensibilità affinata, una più profonda capacità di comprensione, una maggiore tenerezza.
E questi dati vengono salvati in una memoria che non si cancella allo spegnimento.
Ognuno di noi nel tempo si crea il proprio bagaglio di sensazioni, emozioni, ricordi nel proprio hard disk.

L’esperienza al Manaslu mi ha lasciato un sacco di file. Immagini, video, ricordi.
Ma soprattutto mi ha cambiato.
Non solo per quello che sono, ma per quello che sarò.

 

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