Comincia il post-S. Anna / Lettera-diario di un parto di una coppia montanara in quel di Reggio Emilia

Riceviamo un’altra lettera ancora a proposito dell’argomento-reparto di ostetricia dell’Ospedale S. Anna cancellato dai nostri governanti romani e bolognesi.

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In attesa che il presidente Bonaccini festeggi il Natale con la sua famiglia ho deciso di scrivere un’ultima volta e raccontare la nostra esperienza di genitori presso il centro nascite del S. Maria Nuova per dare un’idea di come stanno, a mio avviso, le cose. Premetto, per tranquillizzare il direttore Nicolini e lo stuolo di avvocati che, settimane fa, intimò di attivare, che quanto segue è la descrizione dei fatti ed è tutto dimostrabile in varie forme e supporti.

15 novembre: poichè Simona dovrà fare un cesareo programmato, in consultorio a Castelnovo predispongono la cartella clinica e ci rilasciano, in formato cartaceo, la “proposta d’intervento” che Simona deve consegnare personalmente all’ufficio pre-interventi chirurgici del Smn. Poiché Simona è in difficoltà a recarsi personalmente a Reggio Emilia, armato di delega vado io. Durante il tragitto mi immagino procedure burocratiche complesse che giustifichino tale viaggio per la consegna a mano del documento, ma in realtà mi limito a consegnare il foglio e torno a casa: mi comunicheranno la data dell’intervento in seguito. Me ne torno a casa un po’ deluso, ma il prezioso pezzo di carta è stato consegnato e questo è quello che conta.

21 novembre: Simona, alla 36a settimana, effettua un ultimo controllo presso il consultorio e poichè tutto procede bene il personale sanitario, non nascondendo un certo imbarazzo, le comunica che per qualsiasi necessità d’ora in poi dovrà recarsi direttamente in pronto soccorso a Reggio Emilia. In quel preciso momento mi rendo conto che quando pensavo di aver capito che saranno potenziati i servizi pre e post parto in montagna in realtà non avevo capito niente: “Tu non sai niente John Snow!” (N.d.r. altra citazione da Games of thrones). Ma del resto anche mia suocera me l’ha sempre detto che non capisco niente.

24 novembre: con 12 giorni di anticipo rispetto alla data programmata Simona inizia ad avere contrazioni irregolari.

25 novembre: mentre effettua presso il Sant’Anna la visita anestesiologica preparatoria all’intervento, Simona comunica la sensazione di avere contrazioni, le consigliano di recarsi subito a Reggio in ospedale e così fa. Dopo ore di attesa viene visitata e ricoverata perchè effettivamente le contrazioni ci sono e l’utero si è già accorciato. Mattia si sta preparando a nascere. Predispongono una serie di iniezioni di Bentalan per favorire la dilatazione dei polmoni di Mattia al termine delle quali, se non dovesse succedere altro prima, il 27 novembre effettueranno il cesareo. Siamo tranquilli poiché, da quel che si dice, siamo nel centro nascite più sicuro della provincia. Inoltre aleggiano leggende che per favorire l’ambientamento alle gestanti della montagna offrano caviale e champagne la domenica mattina.

Mezzanotte del 26 novembre: del caviale nessuna traccia. Simona inizia il digiuno di cibo ed acqua in preparazione dell’intervento.

27 novembre, ore 9 circa: il medico di turno, che riconosco per altri motivi, non certo per il cartellino di riconoscimento che nessuno mostra in reparto, conferma che verrà fatto il cesareo, premette che contatterà la sala parto per capire se ci sono emergenze in atto e per darci un’indicazione dell’orario. Nel mentre entra in stanza un’altra ginecologa, che riconosco per altri motivi e non dal cartellino, e contratta con il dottore di turno l’utilizzo dell’ecografo. Sorrido, perchè anche quando 5 anni prima Sofia nacque con parto d’urgenza in seguito a distacco di placenta, mancava l’ecografo in sala parto, cosa di cui si lamentò il ginecologo, comunque bravissimo, che nell’emergenza usò un altro sistema “digitale” altrettanto valido: le sue mani (io fui presente in tutta la fase pre intervento).

27 novembre, ore 9,30 circa: arriva in stanza, accompagnata dal marito, Sara (nome inventato), una persona squisita. Anche il marito, nonostante sia juventino, è simpaticissimo, per cui fraternizziamo subito. Sara, nei mesi precedenti, è stata seguita personalmente da un medico che opera a Reggio il quale le ha programmato il parto cesareo per il giorno dopo, ma l’ha fatta venire in data odierna perchè aveva cambiato turno.

27 novembre, ore 10 circa: poichè Simona ha molta sete e si sente disidratata chiedo ad un ostetrica di somministrarle una flebo. L’ostetrica asseconda prontamente la nostra richiesta.

27 novembre, ore 11: Sara, con suo e nostro stupore, viene portata in sala parto prima di Simona. Immaginiamo che subito dopo sarà il nostro turno.

27 novembre, ore 14: l’attesa, complice la nostra esagerata fantasia di fare l’intervento nel mattino, si trasforma progressivamente in stanchezza e poi sconforto, per cui chiedo alle ostetriche se hanno un’idea dell’orario dell’intervento, ma rispondono che dipende tutto dalle emergenze in corso per cui non sanno rispondermi.

27 novembre, ore 15 circa: viste le condizioni di Simona chiedo alle ostetriche di somministrarle una seconda flebo e così fanno. Mi comunicano che forse, altri interventi permettendo, verso le 16 si potrà fare l’intervento.

27 novembre, ore 16 circa: il medico entra in stanza, penso voglia parlare con noi, in realtà è venuto solo per accertarsi delle condizioni di Sara, la sua assistita. Ammetto di provare un po’ d’invidia per loro, che non hanno colpa di questa gestione, ma mi conforto sapendo che almeno io non sono juventino.

27 novembre, ore 16,30 circa: Simona ha le contrazioni e predispongono un tracciato. Nel mentre un’ostetrica ci chiede di pazientare ancora, perché se la operassero in quel momento non ci sarebbe la stanza libera dove metterla in osservazione durante la prima fase post-operatoria. Rammento John Snow, credo di non avere capito bene per l’ennesima volta, per cui richiedo, ma purtroppo l’ostetrica mi conferma quanto detto. Simona scoppia in un pianto nervoso.

Ore 17,15: due anestesisti, gentilissimi, vengono in stanza per accertarsi personalmente delle condizioni di Simona che è stremata, le dicono letteralmente “sei troppo vuota” riconoscendo di fatto una condizione fisiologica non ottimale, ma la tranquillizzano dicendole che ci penseranno loro durante l’intervento (e così faranno).

27 novembre, ore 17,45 circa: Simona entra in sala parto. Mi affaccio al balcone della stanza e sparo tre fuochi d’artificio per manifestare la nostra gioia liberatoria.

27 novembre, ore 18,07: Mattia, appena venuto alla luce, strilla a squarciagola, immagino per ringraziare i medici (realmente bravissimi anche questa volta nonostante le condizioni, a mio giudizio, di sotto organico nelle quali si trovano a  lavorare) e subito dopo emette un sonoro rutto, credo per esprimere la sua valutazione sulla qualità dei servizi offerti nella fase pre-operatoria. La performance è tale che la commissione del “Rutto sound” festival di Reggiolo sta valutando se dargli il premio ad honorem.

Dalla sera del 27 novembre: rientrando dalla pausa pranzo scopro che il marito di Sara tiene in braccio Mattia e gli sta cantando l’inno della Juve, lo shock è tremendo, ma a parte questo trauma il resto è ok. Il personale sanitario si prende cura, con competenza e professionalità, di Mattia e Simona che vengono dimessi il 1° dicembre… in Appennino inizia a nevicare…

Ora è il momento delle domande che rivolgo a non so chi:

– come mai in un contesto in cui tutto è digitalizzato è necessario portare una proposta di intervento chirurgico in formato cartaceo, ancor più se predisposta da un dipendente della stessa azienda, direttamente in ospedale. Una donna alla 36a settimana che abita nel crinale cosa fa? Si prende 6 ore di tempo e si fa 70 km,  andata e ritorno, solo per consegnare un foglio?

– perchè quando ho consegnato “il foglio” l’impiegata nemmeno sapeva quali esami preparatori si fanno al Smn e quali al Sant’Anna?

– detto questo, perchè non sono state chiarite meglio le procedure prima di chiudere un punto nascite in montagna alle porte dell’inverno?

– a qualcuno sembra possibile che si debba aspettare 18 ore a digiuno per un intervento chirurgico senza che nessuno, nel mentre, si preoccupi, ma sarebbe più corretto dire sia nelle condizioni, di accertarsi dello stato fisiologico di una partoriente messa a digiuno?

– a qualcuno sembra possibile che debba essere la partoriente a richiedere di essere idratata durante un’attesa di 18 ore?

– nessuno si è posto il problema che una tale gestione possa influire sul benessere psicofisico della partoriente e del bambino?

– è questo il potenziamento della fase pre-parto di cui si è tanto parlato?

– cosa penserebbero i non so chi ai quali mi rivolgo di un servizio del genere se a subirlo fosse un loro parente stretto?

– come è possibile che in un ospedale che ora dovrà accogliere 300 parti in più all’anno i medici si debbano contendere un ecografo o, peggio ancora, che si debba rinviare ulteriormente un cesareo perchè non si sa dove collocare la cesarizzata nel post-operatorio?

– cosa sarebbe successo se la medesima situazione si fosse verificata con un cesareo d’urgenza?

– considerato che il personale sanitario deve correre come un criceto nella ruota per garantire i servizi e che io sono leggermente sovrappeso, il Smn potrebbe assumermi qualche mese così mi preparo alla prova costume per la prossima estate?

Ora, mi si permetta un consiglio: se al Smn serve un ecografo in più che vengano a prenderlo in montagna, tanto a noi non servono più…

Prima di concludere vorrei ringraziare tutto il personale sanitario del Smn che, a mio avviso, sopperisce, al meglio possibile, con la propria competenza e professionalità a delle lacune organizzative e strutturali.

Un ancor più grande ringraziamento, di cuore, va al personale sanitario dell’ex punto nascite del Sant’Anna che in questi mesi, fino a quando gli è stato permesso, ci ha fatti sentire curati e accolti come in una grande famiglia.

Vogliamo anche ringraziare tutti coloro che, dopo la mia precedente lettera, in vari modi, ci hanno manifestato la loro vicinanza: ci piace pensare che con loro continueremo a fare altrettanto per chiunque avrà la voglia, e da qualche mese anche un po’ il coraggio, di mettere al mondo figli abitando in montagna.

Detto questo non scriverò più, lo prometto, anche perchè spero che altri esprimano il proprio dissenso o raccontino la propria esperienza. Tuttavia permettetemi di sfruttare quest’ultima occasione per suggerire una riflessione a quei pochi montanari che si sono lasciati convincere che, tutto sommato, la chiusura dei punti nascita in montagna non è un dramma, eccetera, eccetera…: le balle stanno in poco posto e per poterne dire altre, prima o poi, si prenderanno anche il vostro…  winter is coming…

(Padre di Mattia)

 

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8 Commenti

  1. Bravo Padre di Mattia! Benvenuto a Mattia e complimenti alla mamma! Detto ciò, mi pare che sia purtroppo evidente che poco o niente sia stato programmato. Chieda le risposte alla senatrice Pignedoli, che tanto ha fatto… Si continua a volerci far credere che per tutto c’è un protocollo… Balle!

    (MA)

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  2. …e si può aggiungere un’ulteriore domanda alla lista, per sottolineare la scarsa organizzazione e responsabilità degli attori seduti sulle poltrone della politica: il punto nascita ha chiuso definitivamente il 16 ottobre e il nuovo protocollo d’emergenza parto è appena stato redatto ed entrerà in vigore dal 4 dicembre! Ora dovranno essere adeguati gli ambienti e formato il personale sanitario, ma perché con un mese e mezzo di ritardo?

    (Un papà)

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  3. Raccapriccio ed indignazione. Tanti complimenti al P.D.! Avete fatto precipitare la montagna nel medioevo, ma non la passerete liscia!

    (F.D.)

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  4. I miei figli sono grandi ormai e quindi hanno avuto la fortuna di nascere in montagna. Ma mi chiedo, con tre parti precipitosi come i miei, soprattutto l’ultimo, come avrei potuto raggiungere Reggio? Un parto in macchina mi avrebbe terrorizzata! Il “parto precipitoso” esiste, ve lo assicuro, e non è neanche così raro! Reggio, soprattutto per chi abita in alta montagna, è molto, troppo lontano!

    (Una mamma)

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  5. Si evidenziano già criticità per un intervento programmato, figuriamoci per parti naturali o “precipitosi” come quello del nostro terzo figlio nato quasi sulla barella tra la camera dell’ospedale e la sala parto. Ricordo ancora le parola dell’ostetrica “le terzipare lo fanno spesso questo scherzo”. Se fosse capitato adesso molto probabilmente mio figlio sarebbe venuto alla luce su di un’ambulanza di notte ai bordi della strada invece che in un ospedale. Una domanda: il personale del 118 e relativi mezzi sono preparati per fare fronte a queste evenienze?

    (CB)

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  6. Grazie al Padre di Mattia per la sua cronaca (che ci ha anche divertito). Penso sia la cronaca degli ospedali grandi. Penso che, non tanto e non solo per la montagna, il capitale del sistema sanitario reggiano, fatto di un’efficiente prossimità, andasse salvaguardato anche per i punti nascita con una pianificazione che consentisse a tutti i numeri per i giusti investimenti e buona pace dei protocolli di sicurezza. Per vedere e intendere che è meglio un sistema di cinque punti nascita da 1000 parti ciascuno che uno solo da 5000 secondo me non ci vuole un granché… Un peccato davvero per un Sistema sanitario di cui eravamo così fieri per tradizione e anche per esperienza personale (di ringraziarlo non smetteremo mai). L’abbiamo detto tante volte…i protocolli dicono il numero minimo dei parti per nascere in sicurezza ma non quello massimo per nascere anche bene e con un’efficienza umana per chi ci lavora. E i temi del territorio e della vicinanza si risolverebbero da sè, soprattutto quassù, dove sono fondamentali. Un grande benvenuto a Mattia!

    (Giovanni Teneggi, a titolo personale)

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  7. Bravo padre di Mattia, fai benissimo a testimoniare le cose vergognose che viviamo in Italia, e guarda caso e tutto merito di questa politica che non è politica ma bestialità. Comunque tanti auguri al nuovo nato.

    (C219T)

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  8. A proposito del presidente Bonaccini, in una intervista a Telereggio durante l’inaugurazione del nuovo complesso dell’Ospedale di Correggio ha affermato: noi gli ospedali non li chiudiamo e garantiamo l’assistenza a tutti i cittadini entro qualche decina di chilometri dal luogo di residenza. Complimenti presidente, non ci poteva essere affermazione piu’ generica e difficilmente contestabile della sua! proprio da politico nato! Cosa vuol dire qualche decina di chilometri? dieci? venti? trenta?
    Io non sono un politico e le voglio rammentare i chilometri che deve fare una partoriente da Succiso Nuova a Reggio Emilia (guida Michelin) SETTANTASEI CHILOMETRI – TEMPO DI PERCORRENZA 2 ORE !!!! E siamo soltanto al Pronto Soccorso di Reggio, dopo ci affidiamo al ns santo protettore o alla fortuna …..
    Grazie presidente Bonaccini e compagni per l’assistenza che ci garantite.

    (G. Vigani)

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