Domenica 14 gennaio la commemorazione dell’eccidio di Gatta. Un racconto della vicenda (di Dilva Attolini)

Cippo di Villa Marta

 L’unione dei Comuni dell’Appennino, il Comune di Castelnovo ne’ Monti e il Comune di Villa Minozzo, insieme alle associazioni Partigiane e dei Deportati Anpi, Alpi Apc, Istoreco, hanno organizzato a Gatta domenica prossima, 14 gennaio, le commemorazioni per il 73° anniversario dell’eccidio dei Partigiani del Distaccamento Pigoni, 26^ Brigata Garibaldi.

Il programma della giornata si aprirà con la messa nella chiesa parrocchiale di Gatta alle 9.30, a suffragio dei caduti. Alle 10 seguirà il saluto del Sindaco di Villa Minozzo, Luigi Fiocchi, poi la commemorazione ufficiale a cura di Fabrizio Frignani, geografo e public historian, docente all’Istituto Nelson Mandela di Castelnovo Monti. Alle 10.30 si formerà il corteo per Villa Martam con deposizione floreale al Monumento di Gatta e al Cippo di San Bartolomeo. La manifestazione sarà accompagnata dalla Banda di Felina, e sarà presente una delegazione del Villaggio Stranieri di Reggio Emilia, che porta il nome di Sergio Stranieri, tra i caduti del gennaio 1945.

All’inizio di gennaio del 1945 era stato istituito dai partigiani un servizio di vigilanza al ponte della Gatta, situato in una stalla ed affidato ad una squadra del Distaccamento “Pigoni” della 26^ Brigata Garibaldi. L’8 gennaio i tedeschi arrivarono all’alba tra le case di Gatta, mimetizzati con lenzuola per non farsi riconoscere. Bruno Manlio “Costantino”, sabotatore paracadutato da un aereo alleato, e la staffetta del Comando Unico Ruggero Silvestri “Jena” (18 anni) di Lucca furono catturati in una casa di Gatta, torturati e uccisi.

I nazifascisti procedettero lungo il Secchia per risalire sulla sponda opposta, a monte di Villa Marta e di San Bartolomeo, per cogliere alle spalle i partigiani.
Fucilarono Sergio Stranieri “Randa” (21 anni) di Villa Ospizio, operaio alle Reggiane, partigiano da soli 9 giorni, e Vasco Madini “Fulmine” (18 anni) di Carpineti, il quale prima di cadere riuscì a sparare un colpo di fucile per cercare di avvertire gli altri dell’incursione. Altri partigiani furono catturati, torturati e uccisi tra San Bartolomeo e Gatta, i corpi buttati tra le mura di Villa Marta: tra loro Aldo Bagni “Nerone” (21 anni) di San Maurizio e Angelo Masini “Tonino” (21 anni) di Mancasale, entrambi operai alle Reggiane; Arturo Roteglia “Ellas” di Reggio (25 anni), Aristide Sberveglieri “Tallin” di San Martino in Rio (22 anni) e Armando Ganapini “Lazzarino” di Felina (17 anni). Carlo Pignedoli “Mitra” (23 anni) di Carpineti e Gino Ganapini “Leone” (19 anni) di Felina furono catturati e fucilati a Ciano il 26 gennaio 1945.

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L’eccidio di Gatta nei ricordi di Colombina di Dilva Attolini

L’azione più crudele la porta la neve, pura e immacolata. E’ un manto bugiardo, la neve si trasforma in trappola.

Arriva Natale e poi Capodanno, lo scavalco del nuovo anno. Villa Marta è avvolta dal gelo. Mancano poco più di tre mesi alla fine della guerra. Colombina dorme nella stanza dove c’è un piccolo angelo scolpito.

All’alba dell’8 gennaio 1945, si sveglia impaurita, ha fatto un brutto sogno. E’ il giorno del suo compleanno. Guarda la finestra e pensa al fiume. Gli scuri sono chiusi. Sa che se guarda dalla finestra, nell’ampia spianata, intravvede, tra gli alberi, il serpeggiare delle acque tra le sponde ghiacciate. Il freddo è pungente. Ieri l’ha guardato più volte il paesaggio, è nevicato a lungo e il colore bianco si estende in ogni direzione, ce l’ha negli occhi quel biancore. Dal bianco sbucano le macchie scure degli alberi e le facciate delle case.

Pensa alle frittelle, -di regali non se ne parla nemmeno-, ma le frittelle di Carnevale la sua mamma gliele prepara sempre per il suo compleanno. Quest’anno ha conservato anche un piccolo tesoro, alcune caramelle, è riuscita a non mangiarle tutte, ha trattenuto l’ingordigia. Fanno parte della Befana del padrone, Azzio Gatti, che è un signore gentile, nel giorno della Befana non si dimentica mai dei bambini.

Il destino è nella neve. L’albero e il presepe erano stati tolti da ogni casa, il paesaggio immacolato doveva proteggere le cose e gli uomini.

Dormiva quando alcuni soldati tedeschi, arrivati da Felina, erano entrati in paese, travestiti da fantasmi. (E’ per il trambusto delle camionette, che ha sognato di cadere in un burrone?) Catturano due partigiani, Costantino e Jena, sapevano che c’erano. 

Poi se n’ erano andati per continuare l’azione. Avevano risalito e attraversato a guado il fiume, più a monte, protetti dalla poca visibilità e dalla neve che attutiva i rumori. I passi dei soldati, vestiti di bianco come gli sciatori, si perdevano nel silenzio e nella fredda mattinata di gennaio. 

Colombina è svegliata da alcuni spari. Rabbrividisce come sempre. Non urla, forse sopraffatta dall’abitudine, forse conquistata dal caldo tra le coperte. Agli spari segue un nuovo lungo silenzio. Si incuriosisce, si avvicina e sbircia dalla finestra. Il cielo è basso. La visibilità scarsa. Torna a letto e si riaddormenta. Non percepisce che è l’inizio della tragedia.

I soldati tedeschi hanno guadato il fiume, per prendere alle spalle i partigiani di vigilanza al ponte, coi primi spari uccidono i due partigiani di guardia: Fulmine e Randa.

Uno, prima di morire, riesce a dare l’allarme. Il resto del gruppo, al riparo in una stalla, tenta una improbabile fuga, ma, tranne uno, sono tutti catturati. I graduati Leone e Mitra vengono tradotti nelle famigerate carceri di Ciano, poi fucilati. Gli altri sono rinchiusi nella semi diroccata Villa Marta, sintesi del dolore della valle. Nerone, Tonino, Ellas, Tallin, Lazzarino, insieme a Jena e Costantino. Non c’è scampo, subiscono torture per più giorni. Villa Marta è vicina in linea d’aria.

Attraverso la valle e sopra gli alberi arriva, d’estate, la brezza del fiume, lo stormire delle foglie, il canto degli uccelli. Ora arriva il dolore degli uomini torturati. Le urla sembrano uguali ma sono diverse. Acute, si alzano nel cielo grigio, sopra gli alberi, attraversano le fredde acque di gennaio, sibilano nel vuoto e si conficcano nelle orecchie degli abitanti intenti al lavoro. Anche in quelli di Colombina. Le ricorda bene quelle grida. Per lungo tempo ne ha risentito come una eco, ad ogni graccchiare di cornacchia. 

Le donne imprecano. Alle grida si bloccano impaurite, impallidiscono e si disperano, I fan sigar tut al dè… Maledet. “Li fanno urlare tutto il giorno intero… Maledetti”. Usano il termine sigar, che è più forte di urlare. Sono come figli loro che stanno morendo, mentre gli cavano le unghie. Poco tempo dopo li fanno saltare in aria. Colombina vede il boato, la polvere e il fumo, poi il fuoco perché la casa brucia. Ancora oggi, al solo pensiero, le si cappona la pelle, si esprime così, le vengono gli sgrisori, che non sono altro che i brividi. Dice che certe cose non si dimenticano. Ti scoppiano dentro al cuore.

Per togliere un po’ di dolore, forse l’unica possibilità è raccontare la storia come una preghiera, detta a occhi chiusi, recitata con l’immaginazione da ogni angolo della terra, in una notte lungo i fiumi. Per dire alle acque di portarla lontana, raccontarla ai fiumi più grandi, fino al mare, che quando diventa immenso si chiama oceano e lambisce ogni continente. Gli uomini hanno un bisogno immenso di parole chiarificatrici.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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