Marola, giornata ecclesiale alla presenza del vescovo Adriano

A Marola, presso il Centro diocesano di cultura e spiritualità, giornata di convegno alla presenza del vescovo di Reggio  Guastalla, mons. Adriano Caprioli. Erano presenti diversi fedeli, tanti sacerdoti della nostra montagna, amministratori e politici locali, giornalisti. Un appuntamento, com'è stato detto, che è il "primo frutto" del convegno ecclesiale della montagna reggiana che s'è snodato dalla metà del 2002 alla metà del 2003, e che la nostra redazione ha seguito passo passo.

Dopo la presentazione di mons. Giovanni Costi, ha introdotto brevemente il vescovo Adriano, che, riallacciandosi alla sua recente lettera pastorale alla diocesi, dal titolo "Cristiani non si nasce ma si diventa", ha affermato che con essa ha "inteso dare un'iniezione di fiducia" ad un popolo di credenti che, anche se è ancora larga maggioranza, non manca però di certo di difficoltà da affrontare: "anche la montagna non è esente da povertà spirituali". "In montagna vengono prima le persone e poi le strutture - ha detto mons. Caprioli - da ciò anche il motivo delle mie visite frequenti alle parrocchie e alle comunità locali; e quando posso anche ai cimiteri". Caprioli si è intrattenuto sul tema della "pietra angolare": "il santuario di Bismantova deve tornare ad essere pietra che torna a far guardare alle cose alte". Chiusa all'insegna dell'ottimismo, che è l'intenzione dichiarata del nostro presule: "Dopo il convegno della montagna vedo già qualche segno positivo: il ritorno delle giovani famiglie, ad esempio, mi conforta molto".

Ha poi parlato mons. Duilio Corgnali, dell'arcidiocesi di Udine, una vecchia conoscenza per i partecipanti del convegno. Il suo è stato un intervento che si è basato sui documenti messi a punto dai vari gruppi vicariali montani, sintesi ed elaborazione di tutti gli incontri e laboratori svolti. Ne è risultato un quadro interessante e ricco di spunti di riflessione applicabili in ambito sia ecclesiale che sociale in senso più lato. Materia prima per i pastori e gli amministratori presenti. "Vivere in montagna si può? Perché avete lasciato il punto interrogativo sulla copertina del volume che raccoglie gli atti? - ha, e si è, chiesto - Vivere in montagna, io dico, si può senza punti interrogativi, e anzi si deve. Si è partiti un po' incerti nei primi incontri, ancora forse alla ricerca del filo di discussione. Ma credo che alla fine si sia acceso un lume; il convegno ha avuto esito positivo. Io l'ho inteso come 'assemblea ecclesiale': le ragioni teologiche prevalenti su quelle socio-economiche".
"La situazione della tenuta demografica, pur problematica in generale, vi assicuro che qui non è peggio che altrove. E il tessuto, nel suo complesso, c'è ancora. Certo che occorre lavorare insieme sapendo dove si vuole andare".
Secondo il presule friulano "occorre rivedere i modi di vivere in montagna, rendendoli originali e non mutuandoli semplicemente da altri ambiti geografici, tenendo presente che la montagna ha effettivamente delle caratteristiche sue proprie e costituisce un sistema unitario. Anche se poi, all'interno di esso, va condotta un'analisi specifica".

L'esortazione: "bisogna evitare il ripiegamento su di sé, la marginalità, il piangersi addosso, che sono rischi sempre presenti. Al contrario occorre agire, rimettersi in gioco. Credo che la sempre presente domanda di senso possa trovare una risposta soddisfacente proprio nella montagna. Auspico una rinnovata ministerialità laicale, e non tanto e non solo per reazione alla carenza di preti".

Ma dal convegno emerge anche un nuovo volto di società montana. Mons. Corgnali tocca anche gli aspetti meno strettamente ecclesiali, cioè quelli socio-enomomici.

"Le proposte concrete devono essere sempre supportate da puntuali analisi, ma direi - dice, giocando con le parole - che qui si sono fatte piuttosto delle 'montagne di analisi' senza forse grande volontà di arrivare poi a delle soluzioni".

"I gruppi vicariali hanno individuato quattro ambiti tematici: viabilità; comunicazione e cultura; scuola e territorio; imprenditorialità. Sulla prima (individuata come nodo problematico da tutti i vicariati): si dice che servono più risorse, ed è così, ma non si scappa se si vogliono fare le cose. La comunicazione è un aspetto vitale, tanto più dove le condizioni naturali già la rendono più difficile".

La scuola, secondo il religioso, è "un punto cruciale (ma anche di debolezza): in montagna la scuola si deve radicare e preparare persone che poi spendano - che siano messi nella condizione di spendere - qui in loco il loro sapere, soprattutto in vista di una nuova imprenditorialità artigiana". Aggiungendo, gustosamente: "Buon senso, la più difficile via educativa della scuola italiana".

"La società deve essere aperta e non autoreferenziale, ma con una memoria ed un'identità che siano quelle di cittadini che vogliono essere dei protagonisti e non dei sopravvissuti. Bisogna ritrovare e rafforzare il gusto del vivere in montagna; una montagna che non aspetta il 'salvatore' ma che si compone di tanti soggetti consapevoli e attivi", ammonisce ancora mons. Corgnali.
Nella sostanza, il presule auspica lo stabilirsi di una nuova mentalità, di cui il convegno - a suo dire - è già un segno. "Lo spiraglio per il domani c'è - conclude - a voi coglierlo".

Infine ha preso la parola don Daniele Gianotti, vicario episcopale per la pastorale diocesana, che ha tratto spunto dalla lettera del vescovo per esporre le linee d'azione per l'anno di lavoro che va ad iniziare.

Alla fine è stata consegnata a tutti i presenti una copia del corposo tomo, che contiene gli atti del convegno (quasi 500 pagine), curato da mons. Giovanni Costi. L'immagine di copertina è opera del valente fotografo Benito Vanicelli.

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