Peccati contro natura

In realtà dietro al grido d’allarme per salvare le foreste che giunge in questi giorni da Montreal, c’è la richiesta non più rimandabile di cambiare le strutture economiche che ci stanno portando alla distruzione. I 2 miliardi di tonnellate di carbonio rilasciati ogni anno nell’atmosfera a causa della deforestazione, non sono che il 25% delle emissioni di anidride carbonica di un’economia basata sul petrolio (riscaldamento, auto, industrie...).

Davanti a questi tragici dati la Conferenza sui cambiamenti climatici di Montreal fa appello per urgenti finanziamenti ed incentivi dedicati al rallentamento e alla fine della deforestazione, ma si tratta anche di una richiesta forte a ridurre le emissioni di carbonio.
La FAO ha già messo a punto sistemi di controllo del processo di deforestazione e di immagazzinamento dell’anidride carbonica nell’atmosfera, i cui dati via via aggiornati possono essere forniti dalla stessa agenzia ai Paesi parte della Conferenza, al fine di facilitare politiche interne di tutela del patrimonio boschivo.

Se qualcuno pensa che questo trend non abbia alcuna influenza sul cambiamento del clima non ha che da dare un occhio al polo artico. Klaus Topfer, capo del programma ONU sull’ambiente UNEP ha ricordato ieri che l’Artico è una delle regioni terrestri più soggette al cambiamento climatico dovuto a questi fenomeni, il vero sistema d’allarme ambientale del pianeta, di cui lo scioglimento dei ghiacci non è che il più vistoso dei fenomeni.

Finora i progressi sono stati pochi e mentre ancora importanti Paesi come Cina e Stati Uniti - i maggiori responsabili dell’inquinamento globale – continuano ad osteggiare il protocollo di Kyoto per la riduzione dell’emissione di gas serra, l’Italia - pur riconoscendolo – da allora è venuta incrementando il rilascio di inquinanti del 12%.

La comunità umana sta letteralmente segando il ramo su cui è seduta, e se è vero che alla fine precipiteremo giù tutti insieme intanto qualcuno sta già facendo perdere l’equilibrio a chi è seduto accanto a lui. Le vicende interne ed estere della guerra irachena (del petroliere Bush) e del deturpamento della Val di Susa (qualcuno dia un’occhiata all’ottimo e informato sito NO TAV) non sono estranee a questo discorso.

Mentre ci ostiniamo a pensare all’economia come crescita continua e incontrollata, non ci accorgiamo che la parola sviluppo, non è che sviluppo di grumi cancerosi in espansione, appunto la guerra e le opere grandi (intenzionale il rivolgimento di aggettivo e nome...).

E’ necessario fermare la crescita dell’economia neoliberista e ritornare ad un’economia di comunione e di simbiosi, non di sfruttamento del pianeta. Bisogna cambiare mentalità, non basta non buttare le cartacce per terra e usare l’autobus. Dobbiamo diffondere l’idea – che i nostri fratelli pellerossa avanzavano e gli indios ancora sostengono se ci degnassimo di ascoltarli: siamo figli della terra e chiunque sputa sulla terra si sputa addosso.

Dobbiamo procurarci, approfondire, diffondere e pretendere dai nostri rappresentanti politici una cultura verde (non parlo dei partiti che questo colore richiama). E’ necessario un cambiamento radicale, un’economia su altre basi ideali, solo così potremo impedire alla realpolitik di distruggere la casa in cui viviamo.

Proviamo ad averne il coraggio, i sogni fatti da molti diventano presto veri.

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