Istantanea su New York

Da ieri la Grande Mela è ferma. Anche noi ne subiamo le conseguenze, ma siamo solidali con i lavoratori e le lavoratrici della metropolitana che hanno deciso di incrociare le braccia.

La Transport Worker Union, il sindacato di categoria, ha indetto uno sciopero da protrarsi a tempo indeterminato. Si tratta di una formale infrazione della legalità, perché negli Stati Uniti l’elementare diritto allo sciopero – riconosciuto in tutte le democrazie occidentali –è vietato (1).

La richiesta degli addetti e addette della metropolitana è quindi anche una richiesta politica e culturale, non solo salariale, perché sfida un sistema imperniato sullo sfruttamento della forza lavoro, considerata in senso astratto – come quella che potrebbe produrre una macchina – e non in senso umano, nel senso degli uomini e donne che la sottendono.

La società dei trasporti di New York, la MTA, ha criminalizzato lo sciopero dei lavoratori in modo demagogico, adducendo ragioni che arrivano fino all’accusa di avere privato i bambini di un giorno di scuola! Che ne è allora dei bambini dei lavoratori e delle lavoratrici del sindacato, che faticosamente arrivano a fine mese?

La paura più che per i bambini che non vanno a scuola è vedere impedito lo shopping natalizio a Manhattan. Sotto gli occhi di tutti c’è lo spettro del recente sciopero dei trasporti che ha fermato la vicina Philadelphia per una settimana. Conclusione: l’MTA, con il supporto dell’amministrazione cittadina, ha deciso di adire le vie legali contro i leader del sindacato; e a tutti i lavoratori e le lavoratrici che rimarranno a casa saranno tolti due giorni di paga per ogni giorno di sciopero. Niente male!

In ogni caso, anche se chi scrive è bloccato in casa perché senza macchina, fa enormemente piacere ricevere buone notizie come questa, di solidarietà e coraggio di una classe lavoratrice sfruttata – per lo più nera o ispanica –, che decide di alzare la testa nel cuore del motore economico e finanziario del pianeta.

Anche se poi cambierà nulla o poco, ci rallegra uno sciopero compatto di 35.000 lavoratori, in un paese che “vanta” una sindacalizzazione bassissima, sotto il 3%. Sono piccoli segni di civiltà, e francamente non siamo molto preoccupati per i bambini supereducati della New York bene, per i turisti e per le vendite di Armani e Victoria Secret.

Una buona notizia dunque, che fa il paio con quella fresca fresca che viene dalla Bolivia. Per la prima volta nella storia di questo paese, costellata da dittature militari filoamericane, un leader indio e socialista ha vinto le elezioni con la maggioranza assoluta del 50, 8 %.

I capitalisti boliviani tremano e gli USA hanno già fatto sapere che “la Bolivia non può vivere senza il mondo, ma il mondo può benissimo stare senza la Bolivia”. Una minaccia di boicottaggio in piena regola verso il neogoverno democraticamente eletto da un popolo consapevole e stanco di essere sfruttato dai maneggi stranieri, e che non ha nel proprio programma quello di vendersi alle leggi di mercato.

Ci fa piacere notare e diffondere questi segni di resistenza, e tutti i tentativi come questi di sottrarsi ad una logica che rende anche noi rotelle di un sistema. Chi si ribella a questo automatismo – non privo di connotazioni anche razziali – non può che avere la nostra solidarietà e consenso.
Ci fa sentire più persone e meno ingranaggi.

(1) Secondo la cosiddetta Taylor Law i dipendenti pubblici possono organizzarsi in sindacati, ma non scioperare.

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