Punti di vista e partecipazione

Chiedersi in che modo si condividono i punti di vista, le teorie, i modi di pensare il fare giornalismo sembra una pratica obsoleta, se non già in disuso a certi alti livelli, tra telegiornali e quotidiani, come testimoniano redattori e docenti universitari. Nel corso di un convegno a Siena, nel giugno del 2004, il caporedattore del mensile francese Le Monde Diplomatique, Dominique Vidal, sottolineava quanto lo standard industriale dei media abbia relegato il giornalismo ad una pratica compilativa, mentre anni fa ancora si presentava come propulsore culturale e spazio intellettuale, nonostante i difetti della stampa e della televisione. Insomma, il giornalismo era riflessione, e si pensava cosa e come pubblicare: c’era un’idea del mondo, una sua narrazione, che non fosse vincolata ad auditel, vendite, profitti.

Divagazioni cinematografiche. Basta pensare al rigore professionale con cui Ed Murrow condusse l’inchiesta su e contro il senatore MacCarty, terrore dei comunisti americani negli anni ’50, sulla Cbs Television nel programma Good Night & Good Luck (2005), che è anche titolo omonimo del film di George Clooney, presentato a Venezia all’ultimo festival. Se questo giornalismo viene rimpianto al cinema, diventa un problema serio, ricordando quanto per una democrazia matura è necessario fondarsi su un’informazione che per essere libera e plurale deve svincolarsi dalle paludi della politica e del mercato, dare l’opportunità di riferire con precisione e di confrontarsi con idee e su posizioni differenti. Al cinema questo giornalismo è tratteggiato con un velo di pessimismo; il segnale non è quindi positivo. Il film di Clooney è in bianco e nero: parla di un episodio del passato, ma questo bianco e nero sembra in verità un requiem per il giornalismo. Lo stesso vale per il film Insider – Dietro la verità (1998), diretto da Michael Mann, in cui un giornalista coraggioso (Al Pacino) e uno scienziato (Russel Crowe), dopo un’inchiesta coraggiosa contro l’industria del tabacco, sono costretti l’uno alle dimissioni, l’altro alla solitudine.

Il cittadino ed il mondo in frammenti. Il ruolo e la posizione dello spettatore, del lettore, del cittadino innanzi ai mass-media non è passivo, ma costruttivo e dialettico. In democrazia ci sono gli strumenti per dialogare con tutte le idee, per biasimarle, accoglierle, rispettarle. Un approccio etico ai media che possa essere generalizzabile dovrebbe far leva sui valori fondanti della Costituzione italiana, sulla Dichiarazione universale dei diritti umani promulgata dall’Onu nel 1948. Eppure in molte situazioni tacciano proteste, censurano le condizioni della popolazione ed evitano di informare sui motivi, le cause, gli effetti, le circostanze di un preciso avvenimento, soffermandosi sullo spettacolo, la superficie, lo stereotipo. Il Genocidio del Rwanda è stato derubricato ad una incomprensibile scia di violenza tribale quando erano palesi le influenze della colonizzazione; le vittime del Congo non vengono neppure menzionate, per non menzionare gli omicidi mirati contro i sindacalisti che si battono per una regolamentazione del lavoro nelle industrie affiliate alle multinazionali, una pratica usuale in Sud America. Quando i comportamenti dannosi delle corporation sfiorano direttamente la salute dei cittadini italiani, come nello scandalo del latte inquinato di una potente multinazionale alimentare svizzera, se ne fa giustamente un caso di primo livello; quando a risentirne sono altre persone, lontane, divise tra Asia, Africa, America Latina, il nostro interessamento a loro difesa è opinabile. In un mondo interrelato ci sono cittadini di serie B, che non valgono altrettanto. Quando si parla di reti globali, questa sfasatura è visibile con il problema del digital divide: le tecnologie informatiche riguardano solo le fasce sviluppate del pianeta, che inoltre prestano con cospicui interessi i loro servizi a quelle che non lo sono, impossibilitate a procedere autonomamente ad uno sviluppo graduale.

Gap comunicativi. Una scrittrice indiana ormai ottuagenaria, Mahasveta Devi (1), cresciuta sulle rive del Gange, autrice del romanzo The Rani of Jhanshir, parla a proposito di gap comunicativi. Un primo gap è quello a cui si accennava nel paragrafo precedente, di carattere tecnologico. Un secondo gap è tra chi sta seduto nella propria comoda casa “di Calcutta” e non ha un'idea precisa delle vita di un villaggio senza acqua potabile, strada, scuola, ambulatorio. “Magari vai a vedere, ma non sai come leggere ciò che vedi perché ti è lontano” dice riferendosi all’India (2). Noi ci possiamo riferire alla vita marginale di alcune comunità montane, di alcune zone del sud Italia, delle suburbie metropolitane. Per gli antropologi è un mondo che non nasconde i divari, gli enormi squilibri sociali, come se si stesse frammentando (3) e lentamente sfibrando. Un terzo gap coinvolge lo stato, i cittadini, il giornalismo. Mahasveta Devi porta l’esempio della valle indiana di Narmada: “il governo costruisce grandi dighe e costringe centinaia di migliaia di persone ad allontanarsi dalle loro terre. Se parli e dici che una popolazione è rimasta senza casa, terra e diritti, e che non vogliono quattro soldi ma terra in cambio della terra persa, ti dicono che stai facendo political disturbance” (4). Ogni voce critica, ogni bagliore democratico di partecipazione e di contrasti tra punti di vista rischia di venire tacciato dal potere istituzionale come azione politica di disturbo. Si vorrebbe, quindi, che ogni decisione venisse accettata, senza opposizione e senza dialogo costruttivo a priori e a posteriori. Anche in Italia e in montagna ne sappiamo qualcosa.

Parole e attivismo sociale. L’informazione e quindi il giornalismo sono elementi fondamentali per una società civile. Portano con sé il discorso di un’intera comunità, sono strumenti delicati e preziosi di contrasto, di chiarimento, di confronto, di rispetto. Per la scrittrice indiana, le parole – e le immagini, aggiungiamo noi – hanno un potere enorme: le parole scritte, ma anche quelle pronunciate, quelle antiche nascoste nei manoscritti. “Quale arma è più forte della parola? Le grandi armi non durano perché hanno il potere di distruggere, non di creare. Le parole invece creano, e poi le parole durano” (5). La scrittura, l’informazione, il giornalismo: sono attivismo sociale, sono un diritto. È bello poter esercitare questo diritto. Intanto i giornalisti, qui, nel Bel Paese, a casa nostra, continuano a scioperare, a lanciare segnali d’allarme e d’aiuto alla popolazione. Dicono, semplicemente, che l’informazione è troppo importante per cadere per sempre vittima di politici e mercati.

(1) Nata a Dacca, nel Bengala Orientale (l'attuale Bangladesh), nel 1926 in una famiglia di intellettuali, Mahasveta Devi e' insegnante, scrittrice, giornalista, autrice di venti raccolte di racconti e circa cento romanzi, quasi tutto scritto nella sua lingua madre, il Bengali. E' da sempre impegnata a favore dei diritti civili e sociali delle popolazioni tribali dell'India; ai suoi sforzi si deve la pubblicazione di Bortika, un giornale dedicato alle comunità oppresse, e la fondazione dell'Aborigenal United Association. In gioventù partecipò al Gananatya, un gruppo che cercava di portare il teatro politico e sociale nei villaggi rurali del Bengala negli anni '30 e '40. Si e' formata alla scuola di Shantiniketan, fondata da Rabindranath Tagore, dove ha conseguito la laurea in letteratura inglese. Pubblica il primo romanzo nel 1956, Jhansir Rani (La Regina dello Jhansir) seguito, tra gli altri da: Amrita Sanchay (1964) e Andhanmalik (1967), entrambi ambientati nel periodo coloniale, e Hajar Churashir Ma (Mother of 1084, del 1974), l'opera che mette al centro il movimento naxalita portata sullo schermo dal regista Govind Nihalani. Fino al 1984 insegna all'Universita' di Calcutta, città dove risiede. Ha ricevuto il premio Magsaypay, equivalente asiatico del Nobel per la pace. Dei suoi molti scritti sono stati tradotti in italiano: La cattura (editore Theoria, 1996), India segreta (editore La Tartaruga, 2003), La preda e altri racconti (Einaudi, 2004, a cura di Anna Nadotti), e infine La trilogia del seno, tre racconti commentati da Gayatri Chakraborti Spivak, presentato in questi giorni dall'editore Filema [tratto da “La non violenza è in cattivo”, newsletter del Centro di ricerca per la pace, Viterbo, 1128, 28 novembre 2005].
(2) Si veda “Il Manifesto”, 26 novembre 2005.
(3) Vedi Arjun Appadurai, Modernità in polvere, Meltemi, Roma, 2001.
(4) Si veda “Il Manifesto”, 26 novembre 2005.
(5) Ibidem.

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Un Commento

  1. Finanziamenti pubblici all’editoria
    Bravo Razzoli! Come sempre … Qui un’informazione presa fresca da Beppe Grillo: riguarda i finanziamenti pubblici agli editori, perchè, se qualcuno se lo fosse dimenticato, giornali, riviste, libri, circolano soprattutto grazie ai soldi di noi contribuenti. Solo che non siamo noi a scegliere chi finanziare…

    @CAvete mai sentito parlare dei contributi pubblici (nostri soldi) all’editoria?
    Si tratta di finanziamenti dati a giornali e riviste, alcune dai nomi incredibili come: “Il campanile nuovo” o “Il mucchio selvaggio”.
    I contributi per il 2003 sono stati resi pubblici, ne cito alcuni: “La Padania”: quattro milioni di euro; “L’Unità”: sei milioni e ottocentomila euro; “Il Foglio”: tre milioni cinquecentomila euro; “Opinioni Nuove – Libero Quotidiano”: cinque milioni trecentomila euro; “Avvenire”: cinque milioni novecentomila euro; “Il Manifesto”: quattro milioni quattrocentomila euro; “Sportsman – Cavalli e Corse”: due milioni cinquecentomila euro.

    C’è tutta una casistica di giornali e riviste che possono accedere ai contributi:
    – organi di movimenti politici;
    – quotidiani editi da cooperative già organi di movimenti politici;
    – quotidiani e periodici editi da cooperative di giornalisti;
    – periodici di enti morali;
    – eccetera, eccetera.

    La legge finanziaria 2006 23/12/2005 n. 266 ha reiterato i finanziamenti anche per il 2006.
    Io non sono d’accordo con questa legge.
    Il giornale lo voglio pagare in edicola, non con le tasse.
    I direttori dei giornali non devono essere dipendenti dei nostri dipendenti (quelli che si chiamavano politici).
    Basta con l’informazione assistita. Chiunque è capace di fare l’editore con i soldi degli italiani.#C

    (Normanna Albertini)

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