Ricordo di Ibrahim Rugova, guida nonviolenta del Kosovo

Sabato 21 gennaio è morto, per un cancro si polmoni, Ibrahim Rugova. Per più di dieci anni è stato il leader indiscusso degli albanesi del Kosovo, dalla dichiarazione di indipendenza nel 1992 che lo vide eleggere presidente con un plebiscito, al difficile periodo della guerra, in cui si incrinò definitivamente il suo potere, travolto dalla violenza interna dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (Uçk) e da quella delle autorità serbe.

Di fatto anche allora, nonostante tutti i riflettori del mondo fossero puntati sulla regione non si parlò molto della politica del governo di Rugova, di come, per quasi dieci anni, il popolo albanese-kosovaro aveva affrontato il regime repressivo serbo. Unico caso in Europa, la resistenza nonviolenta albanese, di cui Rugova si fece interprete politico, rappresenta un’esperienza straordinaria, considerando come ci si arrivò, considerando l’adesione pressoché totale della popolazione e la durata.

L’obiettivo della nonviolenza è stato raggiunto in una misura difficile da immaginarsi da chiunque conoscesse le tradizioni bellicose degli albanesi e la loro lunga storia di ribellioni armate (1), effettivamente alcuni tratti della cultura albanese derivati dal “Codice di Lek Dukagjini” ( punto di riferimento tradizionale, in assenza di una vera e propria costituzione) fomentano questo tipo di giudizi, in particolare il tema della vendetta, concepita come dovere verso chi reca offesa e , particolare sostanziale, verso tutti i membri maschi della relativa famiglia.

Anche il Kosovo era diviso da faide decennali (a volte secolari) che costringevano i maschi di ogni famiglia in casa da anni. Comprensibilmente era estremamente difficile, per queste comunità lacerate potere far fronte ai soprusi del governo serbo. Questa considerazione portò vari intellettuali e studiosi, primo fra tutti Anton Cetta (2), a far emergere gli elementi di riconciliazione già presenti nel “Codice di Lek”, che attribuivano il coraggio e l’onore più grandi per quell’uomo che pur avendone la possibilità anziché cercare il sangue lo “perdona” (3).

Si sviluppò da qui la “primavera di riconciliazione” del Kosovo, concretizzata raduni di centinaia di migliaia di persone in cui centinaia di famiglie si perdonavano il sangue a vicenda, pubblicamente. Nel maggio 1990, dopo pochi mesi i raduni furono vietati ufficialmente dalle autorità serbe (4), che proseguirono anche con misure più repressive, violenze sui partecipanti e incarcerazioni, tra cui anche quella del professor Cetta. Ciononostante il movimento continuò presso le case private fino al 1992, e, soprattutto pose le basi per l’accettazione di massa della politica nonviolenta sostenuta poi da Rugova. Basata sul metodo della disobbedienza civile e della resistenza passiva, premise agli albanesi di costruire un vero e proprio “stato ombra” trasformando le abitazioni in scuole, ospedali, uffici, capaci di autogovernarsi per quasi dieci anni sotto il regime serbo.

Come abbiamo visto le istanze nonviolente in Kosovo venivano da figure e ambienti esterni all’ LDK (Lega Democratica del Kosovo), il partito di Rugova e furono perseguite dal professore anche come necessità :

Nei secoli passati ci sono state tante guerre nei Balcani e noi albanesi siamo stati accusati di essere dei “destabilizzatori” della pace. Così abbiamo fatto la scelta della nonviolenza per confutare questa opinione, per dimostrare falso questo giudizio. Ora abbiamo dato al mondo l’immagine di un popolo che sceglie la pace, costruendola con i mezzi della nonviolenza. Certo, la nonviolenza è anche una necessità, perché da tre anni noi siamo rimasti senza polizia, senza parlamento, senza governo, perché i serbi hanno espulso gli albanesi da queste istituzioni: possiamo dire che è una scelta tattica, perché ogni alternativa sarebbe un suicidio; insieme una scelta strategica, perché vogliamo dare una garanzia di stabilità a questa parte dei Balcani. Nell’attesa che il mondo si accorga che noi viviamo ignorati e isolati da tutti, e che tuttavia viviamo. (5)

Così nel 1992, senza ipocrisie, Rugova parlava della scelta nonviolenta che definisce strategica, tattica, politica, perché una scelta del genere può anche essere un’ alternativa politica, anche in mezzo a un clima decisamente violento. Un altro obiettivo fondamentale di questa strategia era infatti favorire una progressiva internazionalizzazione del conflitto attraverso la creazione di contatti diplomatici formali, attraverso partiti, istituzioni, sia informali attraverso associazioni e organizzazioni della società civile. Si realizzarono solo alcuni contatti informali, ma non furono sufficienti a sensibilizzare il mondo sul problema, il mondo non si accorse del Kosovo, fino all’escalation di violenza che portò alla guerra della Nato, 7 anni dopo.

La comunità internazionale perse allora una grande occasione, l’occasione di dimostrare che veramente si preferisce la pace alla guerra, la nonviolenza alla violenza, invitando tra l’altro, alle trattative di pace di Rambouillet nel febbraio del ’99, ben cinque rappresentanti dell’Uçk. E ora a distanza di altri 7 anni il Kosovo rimane una polveriera, sotto un protettorato ONU, che svolge essenzialmente la funzione di guardiano, in cui dilaga il contrabbando di armi, droghe e esseri umani e in cui sembra perduto definitivamente il sogno della multietnicità.

(1) Malcolm Noel “Storia del Kosovo: dalle origini ai giorni nostri” Milano, 1998.
(2) Sociologo kosovaro, Anton Cetta, con Ibrahim Rugova “guida dall'89 al '91 i ‘consigli della riconciliazione’ grazie ai quali centinaia di famiglie albanesi, divise dalla vendetta del sangue praticata secondo l'arcaico codice consuetudinario, si riappacificano. Questa azione di riconciliazione nazionale viene interrotta dal regime di Belgrado che ritiene ‘adunate sediziose’ le riunioni di famiglie e clan nel corso delle quali avviene la riconciliazione” (Da peacelink.it).
(3) AA.VV. “ La pace intrattabile : Kosovo 1999/2000: radiografia del dopo-bombe” Trieste, 2000.
(4) “Non è consuetudine del Codice albanese fare la riconciliazione in questo modo e in questi luoghi pubblici; ancora meno che i musulmani vadano presso la Chiesa cattolica. Ciò evidentemente indica che il raduno indetto è una brutale dimostrazione della forza di massa, del popolo, e per questo minaccia già e disturba la pace, la tranquillità degli altri popoli o minoranze…” Salvoldi, G. e V. Lush Gjergji “Kosovo : non violenza per la riconciliazione”, Bologna, 1999.
(5) Rugova riportato da Salvoldi, G. e V. Lush Gjergji “Kosovo : non violenza per la riconciliazione”, Bologna, 1999.

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