Coltura dell’olivo sulle colline emiliane: non dappertutto ma si può fare

Sono di grande interesse i primi risultati del progetto teso a reintrodurre la coltura dell’olivo sulle colline emiliane: intanto ci sono alcune certezze, che consistono nel fatto che la coltivazione si può fare; non ovunque, ma esistono zone dove questa pianta c’è stata storicamente e dove sopravvivono piante secolari. In ogni caso le condizioni climatiche non sono tanto diverse dai colli romagnoli dove la coltura si è ormai parecchio diffusa.

E’ uno dei punti chiave usciti dal convegno “Il ritorno dell’olivo nelle terre matildiche” tenuto stamattina nell’appropriata cornice del castello di Rossena ed organizzato dalla Provincia e dall’Università di Parma.

Il progetto di studio per far tornare la pianta sui nostri colli ("Sviluppo dell’olivicoltura da olio nelle province emiliane") è promosso e finanziato dalla Regione Emilia-Romagna, dalle province di Modena, Parma, Piacenza e Reggio, ed è curato dal Centro ricerche produzioni vegetali (CRPV) dalle Università di Parma e di Piacenza, dall’Istituto agrario “Spallanzani” di Modena e dall’Istituto di biometeorologia di Bologna (IBIMET-CNR).

La presentazione dei risultati degli studi finora effettuati è stata curata dal prof. Andrea Fabbri (responsabile del progetto), da Annalisa Rotondi, Francesca Rapparini, Massimiliano Magli di Ibimet, Flavio Zaramella (Corporazione Mastri Oleari), Corrado Giacomini dell’Università di Parma, mentre ha concluso l’incontro l’assessore provinciale Agricoltura Roberta Rivi, che ha sottolineato come la verifica dell’esistenza di zone con un clima adatto alla coltura e le indicazioni di oli ottenibili con qualità elevata incoraggiano a proseguire nel lavoro: “non avremo grandi produzioni e non sottrarremo in collina il primato al Parmigiano Reggiano, si potranno fare però produzioni di nicchia eccellenti”.
L’assessore ha anche sottolineato il valore paesaggistico della reintroduzione di queste piante ed il contributo alla salvaguardia della biodiversità vegetale.

Al fondo di tutto il lavoro fatto c’è un’indagine che parte dalla storia: l’olivo ha popolato la collina matildica ed emiliana in generale fin dai tempi antichi, come testimonia la scoperta di un frantoio tra i resti di una villa romana del I secolo. Ci sono poi le testimonianze in documenti di ogni genere.

L’olivo è stato molto presente in periodi caratterizzati da clima più caldo, e pare che ci stiamo di nuovo addentrando in uno di questi periodi. Le piante erano spesso vicino alle chiese, dove l’olio era usato per illuminazione, oppure in certi periodi dell’anno era consumato al posto di grassi proibiti (come in Quaresima).

La testimonianza più viva e concreta è però il ritrovamento di piante o gruppi di piante, che spesso hanno svariati secoli di vita. Da queste si è partiti per ricostruire la presenza dell’olivo sui nostri colli; sono perciò state classificate e studiate sotto ogni possibile punto di vista. Gli studi dicono che in diversi casi sono di varietà romagnole in zone ad essa più vicine, di varietà toscane in zone che hanno avuto storicamente maggior interscambio con la Toscana.

C’è però un certo numero di piante di cui non si trovano parentele, ed esse sarebbero quindi autoctone, oppure di varietà che si sono evolute in modo particolare e diverso dai possibili “parenti” di altre zone o regioni.

Alcune varietà più note e sperimentate sono già state “propagate” in vivai specializzati e nel corso del 2007 si comincerà a distribuire le piantine agli agricoltori interessati a tentare questa strada, com’è il caso delle aziende visitate nel primo pomeriggio: l’oliveto produttivo dell’azienda agricola Bedogni e l’oliveto collezione presso l’azienda Venturini Baldini.

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