Che differenza c’è tra un prete e uno psicologo?

Più volte mi è capitato di sentire frasi come: “Ma non andare a buttare via soldi dallo psicologo, vai dal prete che ti dà qualche buon consiglio per molto meno!”, oppure “Ma perché fai lo psicologo? Ci sono già tanti preti in giro!”. L’argomento è delicato e si presta a diverse interpretazioni a seconda della campana che si vuol sentire, tuttavia, benché esistano aspetti comuni, le differenze nel modo di esercitare il proprio ruolo sono tante e serve definire dove finisce il compito di uno e inizia quello dell’altro.

Uno degli aspetti in comune potrebbe essere quello che entrambe le figure ascoltano ciò che il proprio interlocutore ha da dire cercando di fornirgli supporto, avendo entrambe come obiettivo il far sentire meglio le persone sofferenti: sia in un caso sia nell’altro l’intervento è attuato tramite l’ascolto e l’uso della parola. A tal proposito si può affermare che la spinta “salvifica” che muove la passione delle due figure ad occuparsi di chi è in difficoltà potrebbe affondare le proprie radici in un terreno comune, sebbene spesso le scelte siano troppo personali per essere anche minimamente raggruppate sotto la stessa motivazione.

Un´altra analogia potrebbe essere che sia lo psicologo sia il prete sono tenuti al segreto professionale su quanto viene detto loro: grazie a questo, entrambe le situazioni assumono una connotazione di protezione e di libertà diespressione dell’individuo. Oltre tutto, le persone che vanno dallo psicologo o dal prete spesso hanno bisogno di parlare con qualcuno per capire meglio se stesse, sebbene le risposte che si otterranno saranno dettate da diverse concezioni di uomo, secondo l’ideologia religiosa in un caso, o inserite nella teoria dello sviluppo psicologico del soggetto nell’altro, per cui paziente e terapeuta possono anche non condividere la stessa fede.

Tra le molte differenze delle due figure mi sembra utile rilevarne alcune, tenendo anche presente il contesto di fondo dato dalla nostra cultura. Esiste ancora uno stigma sociale per cui psicologo e psichiatra fanno riferimento al manicomio, luogo ombra di follia e violenza. Può apparire allora più semplice andare a confessarsi piuttosto che rischiare la scomoda etichetta di "matto". Una prima discordanza è che il prete deve perdonare i peccati mentre lo psicologo non deve farlo (o meglio, deve non farlo!), ma ti aiuta a capire perché ti comporti così. Diversa è la modalità di ascolto: lo psicologo sospende il giudizio durante la seduta mentre il prete deve necessariamente giudicare per decidere che pena dare, il prete ha l’obbiettivo di salvare le anime, lo psicologo non salva da nessuno se non da se stessi, dai propri giudizi e paure.

In confessione si prova colpa, in terapia ci si avvicina alla propria vergogna. In terapia non si ottiene l’assoluzione, se mai si cerca insieme una soluzione. Non ci sono condanne ed espiazioni rapide e rituali, è un percorso di lavoro introspettivo, faticoso e sui tempi lunghi. La liberazione non avviene con un gesto simbolico, passa attraverso un cammino che la persona deve fare. Il prete chiama in causa la volontà divina, perdona e indica la via per espiare i propri peccati attraverso la preghiera, l’attenersi a un modello di vita predicato dalle sacre scritture, seguire i dieci comandamenti.
Lo psicologo, piuttosto che mondare la persona dalle proprie colpe per i supposti peccati commessi, cerca di far sì che il soggetto stesso riesca a perdonarsi da sé, lo aiuta ad accettarsi e svilupparsi secondo le proprie caratteristiche e inclinazioni per il bene proprio in armonia col suo ambiente.

Si pensi al problema dell’omosessualità: la chiesa condanna l’atteggiamento connotandolo come peccato; la psicologia, invece, la intende come un modo diverso di essere, che non va accusato bensì approfondito e rispettato. Masturbarsi per la chiesa è peccato, mentre per la psicologia è una fase normale dello sviluppo che, se portata agli estremi, può essere considerata un sintomo, una problematica sulla quale lavorare per integrarla nella personalità. In psicologia un determinato modo d’essere diventa disfunzionale nel momento in cui il soggetto lo sente dannoso per sé o con costi troppo alti per le conseguenze sugli altri: se un omosessuale si trova bene con se stesso il problema non si pone, se uno invece agisce la rabbia prendendo a pugni un passante occorre modificare la situazione che porta a tale disagio.

Lo psicologo non dice “che cosa fare”; il prete analizza una situazione e dice come uscirne (parla con tua moglie se l’hai tradita, chiedi scusa al tuo amico se l’hai trattato male). Lo psicologo cerca di fare capire il perché la situazione si sia sviluppata, i motivi e le ragioni sottostanti a determinate scelte, in modo da raggiungere maggiore consapevolezza sul proprio modo di comportarsi e poter così modificare comportamenti nocivi a sé e agli altri.

Una comica sarda ha detto: “Se finisci dentro un tunnel non tentare di uscirci: arredalo!”. Questa battuta riassume quanto lo psicologo cerca di fare con la persona in difficoltà: riconoscere i limiti e i vantaggi della situazione, trovare il modo di accettare le proprie emozioni, trarre spinta dalla sofferenza per investire sui propri punti di forza.

Dott. Luca Mazzucchelli [sito personale www.psicologo-milano.it ]

Fonte: www.voceditalia.it/

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