Alcune riflessioni sui Disturbi del Comportamento Alimentare

I disturbi dell’alimentazione sono una patologia dilagante, con incidenza preoccupante.
Se la paziente isterica, tubercolotica caratterizzava l’immagine della malattia femminile nell‘800, il clichè attuale vede due tipologie esplicite: la ragazza spettrale, emaciata, giallognola da un lato, dall’altro, la donna sovrappeso, impacciata e vergognosa del proprio aspetto, palesemente traditrice dei canoni estetici sociali.
Entrambe sono la manifestazione estrema di un continuum, di uno spettro più ampio e sommerso di un disagio psicologico che utilizza il cibo come mezzo per esprimere ben diverse problematiche.

Il DSM IV, manuale diagnostico dei disturbi mentali, annovera anoressia e bulimia tra le patologie ufficiali, ma destina ad altri studi ed approfondimenti le patologie non altrimenti specificate tra cui i soggetti “binge”, coloro che più o meno nascostamente “si fanno” di cibo, abbandonandosi smodatamente a vere orge di iperalimentazione sfrenata ed insensata.

I disturbi del comportamento alimentare possono essere letti e diagnosticati come una qualsiasi dipendenza da sostanze o da comportamenti compulsivi. I termini anoressica e bulimica sono prototipi, definizioni comportamentali utili ad una categorizzazione, ma di cui sottotipi e sfumature sono realtà diffusa.

Colui o colei che fa del cibo il proprio linguaggio per esprimere il dolore interiore ben sa che non è cibo il problema. Ma la paura di ESSERE, che si manifesta nel corpo.

Studi recenti hanno individuato una forma di anoressia detta ‘reverse’ che colpirebbe la popolazione maschile, inducendo un comportamento di iper allenamento sportivo onde crearsi una massa muscolare mai abbastanza possente. Tale patologia infatti altera la percezione fisica (dismorfismo), e i soggetti si vedono sempre troppo deboli, ‘mingherlini’, nonostante ore e ore di palestra. Il passo successivo è assumere anabolizzanti ed integratori in modo smodato e rischioso.
Ancora una volta l’inadeguatezza si manifesta nella ricerca di un corpo che abbia caratteristiche X. E tutto ciò che si allontana da questo parametro idealizzato viene ripudiato e rifiutato. Così il corpo “ideale” diviene l’unica ragione di vita, mortificato col grasso corporeo, negato da una magrezza spettrale o martoriato da iper-attività o continue procedure violente contro se stessi come ingurgitare e rigettare, digiuni o carbo binge compulsivi (abbuffata di carboidrati o anche di cibi eccessivamente grassi), spostando così tutta l’attenzione del soggetto, da una problematica di insoddisfazione ben più profonda, sul corpo.

Come in ogni patologia, c’è una abituazione al sintomo, una identificazione forte della persona che usa il sintomo per esprimersi, come modalità funzionale per adattarsi ad una realtà difficile.
Alla persona obesa (escluse patologie fisiologiche) “serve” essere obesa: grida così spudoratamente il proprio buco esistenziale.
Per la ragazza anoressica diventa funzionale denunciare la propria paura della vita attraverso il rifiuto di essa, simboleggiato nel rifiuto del cibo stesso.
La bulimica fa del proprio rituale, riempirsi-svuotarsi, una metafora di ambivalente oscillazione vita-morte.

Ai mangiatori compulsivi, che riescono bene o male a mantenersi normopeso attraverso condotte compensatorie o di eliminazione (eliminando il cibo ingerito con pratiche compensative ma illusorie e controproducenti, come vomito, purghe, clisteri o con attività sportiva eccessiva ed estenuante) le abbuffate “servono”.
Il rapporto col cibo viene così totalmente stravolto dalla sua funzione originaria, quella di permettere una sana sopravivenza, per divenire un rituale simbolico su cui vengono proiettate emozioni, conflitti irrisolti. Insoddisfazione, inadeguatezza, incapacità di prendersi cura di se stessi, totale mancanza di autostima sono nascosti, o urlati attraverso l’ingozzarsi di cibo o nel suo rifiuto totale.

Varie le scuole terapeutiche, vari gli assunti di base.
Scuole di matrice psicodinamica motivano il disagio individuandone l’origine in un conflitto pulsionale irrisolto.
La terapia cognitivo-comportamentale propone una ristrutturazione delle idee che hanno condotto al comportamento.
Le scuole sistemiche (Minuchin) analizzano il fenomeno partendo dal contesto famiglia.

Al di là della teoria di riferimento, la persona che soffre di un disturbo dell’alimentazione ha bisogno di aiuto e sostegno. Il terapeuta offre il supporto necessario affinché ella possa comprendere la natura del SUO sintomo.
Occorre trovare una strategia funzionale per QUEL paziente.
Non esiste LA soluzione, ma alcuni approcci terapeutici, per diversi pazienti possono funzionare strade diverse.
Trovare la chiave giusta per quel paziente sarà compito del terapeuta. Che sarà contenitore, un aiuto, un supporto momentaneo e transitorio. Egli offrirà, oltre che ipotesi esplicative, anche un modello di coping (capacità di fronteggiare gli eventi della vita) alternativo e autonomo.
L’obiettivo è che il paziente apprenda fiducia e amore per se stesso, che acquisisca nuove strategie di fronteggia mento e auto contenimento, e impari a fare a meno del sintomo per funzionare.

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