Il posto del panico, il tempo dell’angoscia

Ramona voleva sposarsi, ma non ce l'ha fatta. Vittorio desiderava successo ma non è riuscito. Fedra ha i segni di una caduta dalla quale non è riuscita a risollevarsi per riprendere il cammino.
Un elemento si ripete nei racconti: la constatazione che qualcosa si è rotto, interrotto, spezzato.

Disparate possono essere, clinicamente, le conseguenze di tali traumi: anoressia o bulimia, attacchi di panico, dipendenze varie, depressione, ecc.
Espressioni del disagio individuale che possono essere viste anche come stratagemmi messi in atto (dal soggetto) per riparare al disfarsi del legame sociale.

In questo libro, il Dr. Maurizio Montanari, (psicoanalista - edizione Del Cerro, 2006, pg. 184), cerca, a partire dalle parole di persone sofferenti, di dire qualcosa nel merito di queste forme del disagio contemporaneo, lasciando uno spazio particolare ad un tema che si rivela imprescindibile: l'angoscia.

Il testo si presenta come un utile lettura (soprattutto) per neo-laureati in scienze psicologiche o che comunque operano nel mondo clinico della sofferenza; studenti o operatori che si approcciano ai manuali psico-diagnostici come fossero vangeli indicutibili.. Spesso, infatti, la manualistica diagnostica, nei primi approcci compie nel soggetto una depersonificazione, di coloro che risentono di patologie della sfera psichica, riducendo le loro personalità a connotazioni di eccessiva corrispondenza: di fatto la patologia, il sintomo del malessere, diviene preponderale e perde il suo significato, il suo motivo di essere insorto.

Partendo da questo punto, un offrire ridimensionamento alle persone che soffrono dei mali dell’anima, Montanari racconta le sue casistiche più rilevanti; pur cadendo in scuole teoriche non da tutti condivise (come la scuola Lacaniana), ma non per questo meno valide o non efficaci. Lo Psicoananlista punta molto a non incasellare le persone nell’ambito o nel capitolo del manuale diagnostico: gli rende, dal mio punto di vista, una seppure opinabile giustizia, ricordando un assunto che spesso viene dimenticato o tralasciato: che il sintomo della patologia altro non è che una METAFORA da interpretare, per capire ed estirpare il male espresso, e che a pari sintomi ogni persona resta diversa.
Freud, di cui Lacan era discepolo, va ricordato che con pur i suoi limiti operò la prima vera de-medicalizzazione della psichiatria, rendendo significati più profondi alle sintomatologie espresse dai sofferenti.

Il panico viene qui esposto come naturale conseguenza alla caduta di altri sintomi; ovvero, quando una patologia, per quanto angusta, difende una persona da ciò che ritiene ben peggiore (e che si manifesterebbe con una incontenibile Angoscia, altro affetto importante nella trattazione del testo), quando il concetto di “economia del sintomo” perde efficienza, allora si manifesta la crisi di panico atta a reclamare attenzione su di se da parte della persona. La crisi di panico, è vista al pari di una richiesta di attenzione e di aiuto, più forte, da parte della stessa persona fatta a se stessa.

Per quanto sia un testo scorrevole e di piacevole lettura, non è un testo per tutti; al pari di una lezione universitaria, dove l’impronta teorica dell’oratore sono predominanti, il testo ben si adatta più a chi ama la psicoanalisi piuttosto che le correnti psicoterapiche comportamentali. Ma a mio avviso, ben si adatterebbe ad entrambi in una visione di apertura e apprendimento in virtù di una demedicalizzazione della psiche: a un suo riumanizzarla. Inoltre, per essere apprezzato appieno, la cultura del lettore non deve essere limitativa, infatti l’autore non manca di citazioni interessanti seppure un po’ eccessive, tra Lacan, Freud, ma anche Kafka, Sartre, Tolkien, e non meno una discreta filmografia.

Concludendo il testo, più che un libro, appare come una lezione, un discorso interessante in cui tutti si ritrovano, quali professionisti o persone sofferenti. Un punto di partenza per riflettere del disagio umano contemporano.

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