Sorpresa: Bismantova potrebbe avere ispirato proprio il monte del Purgatorio

CASTELNOVO MONTI (1 dicembre 2010) - Castelnovo rivaluta il suo castello. Poi, si auspica, si riuscirà a rivalutare il centro storico. E, chissà, che, come già abbiamo scritto, non si riesca a valorizzare Bismantova anche per quel legame speciale con... Dante Alighieri che inserì la rupe nel suo Purgatorio. Un legame antico che venne valorizzato per la prima volta quasi 90 anni fa. "Dante e Bismantova", infatti, fu la conferenza tenuta a Castelnovo ne' Monti dal dantista professor Giuseppe Ferrari nel 1921, pubblicata dall'on. Micheli su la "Giovane Montagna" nel 1937 e ripreso in un opuscolo pubblicato dall'Istituto Magistrale Statale "Matilde di Canossa" nel 1992 (nell'occasione che quell'Istituto visitò la Pietra). Tratto da quest'ultima stampa, proponiamo alle scuole, agli amministratori e agli appassionati, questo documento di valore "eccezionale" per consentirne la migliore fruibilità.

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DANTE E BISMANTOVA
Conferenza del professor Giuseppe Ferrari
Castelnovo ne’ Monti, 25 Giugno 1921
Estratto da «La Giovane Montagna»
Anno XXVIII - Nn. 2 e 3, febbraio e marzo 1937 (con correzioni linguistiche desunte da altre relazioni sulla conferenza)

Introduzione dell’On. Giuseppe Micheli

Giovanni Mariotti, Presidente della Sezione dell’Enza del Club Alpino Italiano, con una sua mirabile circolare aveva compreso nelle celebrazioni del Centenario Dantesco l’ascesa alla Pietra di Bismantova e la conferenza dell’illustre consocio prof. Giuseppe Ferrari su «Dante e Bismantova» per il giorno 25 Giugno 1921.
Ed infatti, compita l’escursione e la discesa all’Eremo, in detto giorno a Castelnovo ne’ Monti ebbe luogo l’apprezzato e applauditissimo discorso del prof. Ferrari, che risultò una vera e propria monografia dottissima sull’argomento, e piacque e entusiasmò tanto i presenti che il Comune di Castelnovo ne’ Monti stabilì di pubblicarlo per le stampe, il che non avvenne per ragioni indipendenti dalla volontà di quel Comune.
Avendo potuto rintracciare il manoscritto vergato di tutto pugno dal Ferrari e col consenso gentilmente prestato dalla Famiglia, lo rendo ora di pubblica ragione, certo di far cosa gradita agli studiosi e agli ammiratori del compianto prof. Ferrari, il quale ebbe sempre per la Pietra di Bismantova un culto speciale.
Basterà ricordare come Egli, venerando vegliardo ottantaquattrenne, ripubblicasse nel 1928 ad essa dedicata un’ode veramente splendida per lirico fervore e per rievocazioni storiche:

Qual su l’alta valle Situla
sta la rosea pietra infranta,
ha il fastigio la tua storia,
ed il tempo la ricanta.
Mute grigie il crin ti velano
le fumane aquilonari,
via ne’ secoli si celano
i tuoi fati leggendari.
Se le notti danno un fulmine,
le tue rupi urlano alvento,
piove sangue dal tuo culmine,
chiede venia il tuo convento.
......

Di Giuseppe Ferrari, poeta, insegnante e letterato, non è il caso qui di parlare, giacchè l’opera sua, specialmente a Reggio, è nota e ricordata. Egli scomparve nel 1932, dopo una vita laboriossima dedicata allo studio e alla famiglia. Il discorso che si pubblica è una nuova dimostrazione della sua profonda cultura storica e del grande amore alla sua terra; riesce inoltre una pagina magnifica illustrativa della nostra montagna, e come tale queste colonne possono con orgoglio fregiarsene.
Alla commemorazione dantesca erano invitati anche i Membri delle Deputazioni di Storia Patria; il Ferrari apparteneva alla Sottosezione di Reggio alla quale accenna. (Giuseppe Micheli)

Il testo della conferenza del professor Ferrari

Signore e Signori,
Noi ci siamo qui adunati nel nome santo di Dante. Da lui dunque incominciamo, e da lui finiremo.
Tutto ciò che si innalza è un simbolo, e la Pietra, per noi, si innalza ben due volte: una prima nelle sue pareti rocciose, una seconda per il ricordo incancellabile di cui il genio le impresse il suggello.
E’ bello, perciò, commemorare un gigante del pensiero e della cultura umana qui vicino al sasso immane ch'egli ricordò nel IV canto del Purgatorio.
Vi salì il poeta? Non abbandoniamoci ai voli della fantasia tentata dal desiderio di una gloria paesana: desiderio, però, da non disprezzarsi perchè l’amore paesano, scrisse Cesare Balbo, «quando non sia esclusivo, non nuoce alla patria comune, anzi ne fa parte; lodiamo pure questi raccoglitori ed illustratori di storie patrie municipali e provinciali, che tutte insieme fanno progredire la storia generale della patria comune». E ciò posso io liberissimamente ripetere, io che alla nostra Sottosezione ho dato ben poco più che il modesto ufficio di segretario.
La sentenza dello storico illustre viene a sanzionare e a porre in debita luce il pensiero che mosse la Sezione dell’Enza (Parma e Reggio, «Duae Urbes, una Civitas»), la quale, insieme con la nostra Sottosezione, volle associate le due Deputazioni di Storia Patria dell’Emilia alla celebrazione quassù del VI centenario della morte di Dante, per iniziare di qui la serie di escursioni e di studi sui luoghi dell’Appennino e delle Alpi resi memorandi dal passaggio, dalla dimora e dai versi di lui.

Salì, dunque, il poeta la Pietra? Nessun cenno diretto o equivalente si ha fin qui dai documenti della sua vita, per dire di sì. Ma ecco una congettura che mi pare di non poco peso, e che lega in un solo anno l’ospitalità ricevuta da Dante a Reggio, asserita da Benvenuto da Imola, e la sua salita a Bismantova.

Il 27 agosto 1306 il poeta si trovava irrefutabilmente a Padova. Il 6 ottobre dell’anno stesso egli era, non meno irrefutabilmente e da qualche tempo, in Lunigiana (1). Per recarsi alla quale, nota lo scrittore del Veltro allegorico (2), "quasi" nessuna altra via gli era aperta tramezzo alle guelfe Ferrara e Bologna, se non per Mantova e Parma, ghibelline; onde perentoriamente concluse il Balbo, «non si può dubitare che passasse per esse» (3).

Ma oggi quel quasi appare molto cauto da ciò: sin dal febbraio 1306 Modena e Reggio erano nella lega già stretta nel gennaio tra Bologna, Parma, Mantova, Verona e Brescia «unendosi coi più schietti rappresentanti del Ghibellinismo» per ostare a un possibile ritorno di Azzo da Este, già cacciato da ambe le città; e vi perseverano, nonostante la quasi immediata defezione di Bologna (4).

Non solo, dunque, per Parma, ma anche per Reggio, era aperta a Dante la via della Lunigiana, la via più breve. Quale più legittima supposizione ch’egli, venuto meno l’impedimento del guelfismo reggiano, cogliesse di gran cuore l’occasione di sperimentare la già celebrata liberalità di Guido da Castello, in uno de’ momenti più angosciosi della sua fortuna? (5) E si badi: della nobiltà d’animo di Guido egli farà la prima solenne testimonianza nel capo 16° trattato IV del Convivio, interrotto per sempre al cominciare del maggio 1308 (6), poco più di un anno dalle ricevute cortesie. E il poeta nel cui animo restavano ugualmente impresse e le cortesie e le offese, ricorderà più tardi, nel XVI del Purgatorio, la schietta, cara e generosa persona, con quella di altri due a lui benevoli:

Currado da Palazzo, e ‘l buon Gherardo
e Guida da Castel, che mei si noma
francescamente il semplice Lombardo.

Argomento per me perentorio, oltre la testimonianza di Benvenuto, ch’egli riposò nella città nostra presso di lui. I due passi del Convivio e della Commedia son troppo gagliardi e sentiti da essere stati scritti per una persona di cui altri s’innamori solamente per fama.

La dimora presso l’ospite non dovette essere lunga: ed ecco il poeta sulla via che dalle nostre mura lo doveva condurre in Lunigiana; eccolo necessariamente sui bordi della rupe, la quale, come vedremo, non dovette essergli avara d’ispirazioni.
Perchè, c’è ben altro che la gradazione dell’andare del discendere e del montare, la quale collochi Bismantova superiore, per difficoltà, a San Leo e a Noli.

Vassi in San Leo, e discendesi in Noli,
montasi su Bismantova in cacume
con esso i piè... (7)

vale a dire che la Pietra è assunta come termine di paragone a indicare uno de’ luoghi più malagevoli a guadagnarne il sommo, pur bastandovi due buone gambe; e la lezione della massima parte dei testi non ci porta a interpretazione diversa, sia detto con ogni riverenza ai nomi di Francesco d’Ovidio e di Vittorio Rossi, contro l’autorità dei quali si può ben opporre la non meno insigne del nostro Alfonso Bertoldi. Che se, sull’appoggio di «alcuni commentatori del Trecento e poi del Landino e del Vellutello», e più su l’altra di «parecchi autorevoli mss.» (8) volessimo pur leggere:

Montasi su Bismantova e in Cacume,

facendo parte della gloria bismantina al monte non lontano dalla volscia Frosinone, non sentiremmo sminuito il pregio al nostro luogo, rallegreremmo i versi del sempre compianto e illustre prof. Alberto Ròndani e lo spirito eternamente giovanile del nostro incomparabile e venerato presidente il Senatore Giovanni Mariotti: fieri entrambi che Parma loro accolga un codice dantesco del XIV secolo, confortante quest’ultima edizione.

C’è ben altro che quella gradazione. Prima di tutto: la scelta accuratamente esatta dei tre verbi differenzianti le strade ci porta immediata impressione che il poeta ne riferisse come di cose vedute.
Poi, l’unica descrizione precisa «relativa alla plaga dei monti vicini a Urbino», dove il poeta fu ospite dei Signori della Faggiola, è quella che riguarda San Leo, «cittadina alle falde di un monte che sorge quasi a picco nella valle della Marecchia, A occidente del Titano e San Marino: strada a zig zag si portava su pel fianco della roccia» (9).

L’accenno della considerevole calata che conduce a Noli tra Finale e Savona e l’altro dell’anfratto fra Lerici e Turbia (10), sono per il Balbo la prima prova dell’andata di Dante a Parigi (11).

Non poche obbiezioni si sono sollevate a infirmare quel viaggio, ripetute anche oggi in quella Francia che pure adesso offre così multiformi e splendidi omaggi al «Signor dell’altissimo canto»; ma chi pur la raccolse e non la sminuì (12), trovò una delle ragioni nella testimonianza del Boccacci così perentoria da aver «quasi il valore di un documento» e dell’aneddoto della disputa scolastica a Parigi; narrato dal Villani, assevera: «non se ne conosce nessuno somigliante tra quanti ne sono stati fino ad ora raccolti» (13).

Voi vedete, o Signori, che si torna così al supremo canone critico che una notizia tanto è più cautamente da ripudiare quanto più si accosta per tempo agli avvenimenti. Or bene: noi non dobbiamo perdere di vista che non era, certo, dell’accortezza di Dante mescere le indicazioni di luoghi dei quali aveva personale conoscenza con quelle d’altri di cui avesse semplici notizie.

E poi, come avrebbe potuto dire il poeta con esso i piè, se non ne avesse fatto l’esperimento? Nella salita al primo balzo del Purgatorio, gli convien carpare (13a): per quelle di Bismantova non gli è necessario: monta semplicemente con esso i piè: per affermare ciò, io dico, è proprio necessario che egli ve li abbia posti. E’ così che l’antitesi tra questo con esso i pié, di Bismantova, con quel ma qui convien ch’uom voli, del Purgatorio, assume, a vedere bene, la sanzione di tutta l’altissima dignità dell’affermatore.

Noi vediamo, per così dire, il poeta volgersi a questi o a quegli che di questa o di quella delle indicazioni da lui date gli possa fare testimonianza con un: avete ragione; ci sono stato anch’io.

Ma Bismantova non ha dato solamente ciò. Immaginiamo il verde pianoro lassù immensamente più esteso che non è, esteso come la immaginata isola agli antipodi di Gerusalemme, tutto cinto d’intorno dall’enorme anfratto che strapiomba sul convento. Da quel pianoro si slancia altissimo il monte «ove l’umano spirito si purga». Ora, l’anfratto di Bismantova, in basso, è ben degno di avere eccitata la fantasia dell’uomo a creare il piedestallo verticale, base della montagna del Purgatorio, quasi gran muro; come l’immanente ricordo del ciglio sul margine ov’è più ridotto, appare di evidenza palmare a chi vi si affacci che abbia suggerito al poeta questi due versi:

Quando noi fummo in su l’orlo supremo
dell’alta ripa, alla scoperta piaggia... (14)

Ed anche quel vicinissimo

Lo sommo era alto, che vincea la vista,
e la costa superba più assai che da mezzo quadrante a centro lista (14).

Sempre in questo inizio del canto (15), appare stabile ricordo della mente del poeta per chi, rasente il convento, volge la faccia in su a scrutare la roccia.
In due parole: la ragionevolezza della congettura da me proposta; la quasi immediata lode a Guido nel Convivio; il ragguaglio dei luoghi indicati insieme; la precisione meticolosa di quel montasi con esso i piè, e quanto nel seguito del canto ci richiama a Bismantova, tutto, insomma ci porta a concludere che il Titano dell’arte ha ammirato la Pietra, è stato lassù; e la Pietra lo ha rimeritato dell’onore fattole deponendogli nella mente, che scrisse ciò che vide, immagini e architetture per il poema divino.

E la Pietra non era indegna dell’alto onore. Già il nostro Panciroli l’aveva annoverata fra i luoghi memorabili della Gallia Cisalpina. Ma qui mi, conviene pormi senz’altro sulle orme del nostro paletnologo, il professor. don Gaetano Chierici, che è vanto della Sezione dell’Enza di avere avuto tra i Soci fondatori e uno dei primi Presidenti. Il suo nome è famoso in riferimento a tutto ciò che riguarda la preistoria del luogo e la prima fondazione del castello che sorgeva sul ciglio orientale della rupe. La scienza, la letteratura e l’arte cercarono a Bismantova (scrisse egli) rivelazioni, memorie e ispirazioni, col Matteucci, col Guerrazzi, col Cavedoni (16).

Sasso di formazione miocenica, tutto poggiato sopra un largo dosso d’argilla (17), «è rimasto come altopiano isolato in mezzo a monti di simil natura, ma in diverse parti inclinati» (18). Presso il convento sgorga dalla roccia una fonte, «cagione forse della scelta del luogo e circostanza analoga al vetustissimo rito di fabbricare sulle alture i templi vicini alle sorgenti che ne divenivano sacre e fatidiche» (19). Onde «il dotto trova in questo fatto argomento alle sue meditazioni, vi scorga egli l’amore tenace della sede dei padri, o l’indole misteriosa della religione, che volentieri si associa alla venerata santità delle origini».

Il santuario di Bismantova è come monumento di quella perpetua fede delle genti alpine, che si incalzarono e si dispersero, ma là pur tornano pellegrinando quasi memori dell’antico focolare (20). E i focolari antichissimi del luogo la cui isolata altezza dovette essere un richiamo come di facile difesa alle dimore, il Chierici indagò, a più riprese, a sommo del pianoro e più nei dintorni, specialmente dal lato di Nord/Est, sempre aiutato dagli avvisi e dall’opera di intelligenti e premurosi amici di quassù, don Agostino Agostini, Domenico Romei, Ostilio Arlotti e Carlo Cavazzoni.

Le indicazioni da lui tratte dagli scavi lo condussero a osservare quivi la presenza dell’uomo in una età anteriore a quella dei sepolcreti stessi, analoga a quella del bronzo avvertita in altri luoghi della nostra montagna (21). I sepolcreti, così, furono adagiati sopra avanzi più arcaici, testimoni di una vita più primitiva e più rude. Lo indussero altresì a individuare nei cimelii delle tombe una civiltà propria dei nostri Liguri (22).

E tralasciamo tutti i restanti confronti e tutte le restanti illazioni che gli avanzi di Bismantova suggerirono al paletnologo sagacissimo facendolo pervenire, con moltissima erudizione, all’accordo della nuova scienza con una delle più lontane e fondamentali tradizioni che ci riconducono all’Oriente.

«Bismantova, scrisse egli, non è che un filo dell’ampia rete che trae da ogni parte l’antichità al mezzo dell’Asia (23).
Una sola parola sulla scoperta, in una delle urne, di quegli ossicini di batraci «non combusti nè frammentati, e generalmente inverditi pel contatto con oggetti metallici» che, pur trovati nei pozzi sepolcrali di San Polo e in sepolcri di Marzabotto, furono dallo Strobel giudicati rituali in quelle remotissime onoranze funebri» con un concetto e un intento a noi ignoti (24). E’ lecito chiederci se, per caso, non rappresentavano una trasformazione di sacrifizi mortuari ben più cruenti?
Un’altra domanda. Il Chierici, con meraviglia appena dissimulata, dice e ripete che da nessuna parte delle tombe apparve mai indizio d’un vasto rogo. Ora, i numerosissimi massi (uno solo dei quali basterebbe per costruire un alto edificio) staccatisi dalla rupe, segnatamente dalla parte del convento, sono lì a dirci che il pianoro di Bismantova dovette essere in quei tempi remoti più esteso di quanto non sia ora, come avvertì lo stesso Chierici (25).

Sempre, dove non fosse impossibile, o sul lido estremo del mare, o sul margine più sporgente degli acrocori s’innalzava il rogo, per la ragione ovvia del prezzo (26). Tolse di mezzo gli indizi invano desiderati dal paletnologo, con quanto seppellì di quei ruderi giganteschi, il capitombolo enorme? Nella notte sotto le nubi, il riflesso lassù del vasto incendio dovette essere la inferia più degna e più solenne ai capi, agli eroi della forte e indomita razza dei Liguri.

Forse proprio per frenare i Liguri perpetuamente rivoltosi, il Chierici suppose che sia stato originariamente fondato il castello di Bismantova. Infatti, traendo le dovute conclusioni dall’esame di una moneta qui ritrovata, dell’orientamento dei ruderi, del modo e de’ materiali di costruzione, dei rottami di mattoni, tegole e vasi rinvenuti presso le tombe o sparsi qua e là sul pianoro e in modo speciale verso il centro di esso, egli attestò che il castello poteva risalire all’epoca romana posteriore ai Costantini (27). Dopo queste scoperte, non gli parve del tutto leggendario quanto narrato dal Panciroli circa una fuga lassù dei Reggiani, intorno al 472 d.C., per sfuggire all’invasione degli Eruli (28).

Confermano l’asserzione della romanità del castello, nel quale l’Impero d’Oriente, già caduto l’Occidente, trovò un ben opportuno antemurale, le seguenti notizie datemi da un egregio studioso, il signor Igino Nembrot, ricercatore assiduo del nostro Archivio di Stato, e tutto intento a ricerche sulle origini del nostro Comune.
Egli mi avvertì che l’illustre Monsignore Angelo Mercati, in sue particolari ricerche sul Castrum Bismantum, afferma che fin dai primi sec. VII, Bismantova era sede di un presidio bizantino, abbandonato solo in seguito al dilagare dei Longobardi fino alla Scoltenna. Dal viaggio, poi, riferito da Giona di Susa, che San Bertulfo, terzo abate di Bobbio, fece nel 628, venendo di Toscana e passando vicino al castello cui nomen est Bismantum (viaggio non ignoto anche al raccoglitore delle memorie ecclesiastiche della nostra provincia, il chiarissimo prof. canonico Giovanni Saccani), il Mercati deduce la esistenza d’una via, per di qui dalla Tuscia alla Longobardia, via che prima era solamente sospettata. Da quanto ho riferito, al Nembrot pare che Bismantova nel contrafforte appenninico, volta verso l’Emilia, dovette essere una preziosa chiave strategica per chi volesse comandare le comunicazioni dell’Italia centrale colla settentrionale (29).

Ma qui non posso che accennare e procedere oltre, notando soltanto che i documenti, man mano che si scoprono, vengono a confermare ciò a cui spontaneamente corre il pensiero di chi valicando dalla Garfagnana vede da ogni punto nella vasta depressione d’altezze minori la maestà del Sasso, prospettantesi anche al piano per gli sbocchi dell’Enza e della Secchia. Così è. Bismantova si accampa fra quelli del basso e dall’alto. Avventuroso chi poteva dirla sua!

La prima menzione di Petra de Bismanto si ha da un documento del 1062 (30).
Ed eccoci alla Bismantova feudale, al nido d’aquilotti predaci.
Passato l’inverno della barbarie che stridè fra monti e piani, da coloro pure che nel rovinio di tutta l’Italia morivano ignoti fra la plebe romana, sorsero i forti che al volgo disperso e tremante porsero la difesa delle castella; difesa ingenerosa, sì, e opprimente, ma che pur valse a salvare

l’Itala gente da le molte vite.

Verrà giorno già che il maniero turrito e merlato, nelle orrende lotte fra castellani consanguinei, si vedrà sfuggire gli oppressi, chiedenti alla città, che già s’impone, protezione e difesa, nel tumulto di quelle angherie.
E tale è pure la storia di Bismantova, il cui Gastaldato nel IX secolo apparteneva al Contado di Parma (31), ma verso la fine del X non già più.
Un mio illustre omonimo, l’autore della momentosa e singolarissima Storia delle Rivoluzioni d’Italia, discorrendo della lotta ai castelli, dice della piacentina che «fu più aperta e romana» e subito aggiunge: «Istessamente Reggio soggioga nel 1169 Gerardo da Carpineti, e poi sette altri castelli, e la guerra continua». Or bene: il primo documento attestante la furia intestina di quella famiglia è la dedizione che nel 1188 Atto da Dallo fa alla città di Reggio di sè e delle sue castella, che avrà e terrà nell’episcopato reggiano (si vede ch’egli n’era, o se ne teneva, defraudato dai congiunti), giurando di aiutare l’assoggettamento del vescovato (31a) alla città (è nota la quasi plenipotenza comitale che il vescovo di aveva prima), di armeggiare per essa e di abitarvi senza frode due mesi all’anno (32).

Ed evidentemente per sottrarsi alle prepotenze di chi occupava il feudo, nel 1194 gli abitanti di Campiliola, a’ piedi del sasso, si assoggettavano a Reggio (33), e nel 1198, non solamente un Pandolfino da Bismantova, ma anche il marchese Guglielmo Malaspina, con atto celebrato in giugno nella vicina Campolungo, cedono a Reggio tutte le loro terre, le si uniscono in alleanza, riconoscendo l’autorità del Comune su quella del Vescovo, giurano di guerreggiare per la città e di dare annua prestazione di sei denari per ogni paio di buoi, di tre per ogni bracciante, eccettuati, in questo i Castellani e gastaldoni loro e la gente di Campolungo (34).
La lotta s’invelenisce, si complica col primo tentativo popolano in città capitanato da un Gaiferio, favoreggiato dal vescovo. Non c’è tempo da perdere: per mantenersi a capo, bisogna tentare qualche gran colpo contro i sempre riottosi e ancora temuti signori de’ feudi nel contado. Ed ecco, nel 1199, podestà Guido Lambertini, bolognese, la presa di Bismantova e di Pugliano (34a), e il grandinare delle pietre lanciate dalle catapulte cittadine sulle rocche stimate imprendibili. La città, nell’allegrezza dell’evento, ne pone memoria fra i due archi romanici della prima porta eretta, ch’essa consacra collo splendore della croce (34b).

Ma la letizia è breve. Non passa un anno, e Rodolfo, Raimondo, Nuvellone, Rainuccino, Arrigo, Alberto e Altemanno di Tancredino, tutti da Dallo, consorteria di congiunti, si assoggettano insieme colle loro terre al Comune di Reggio, gli si stringono in alleanza, promettendo di adoprarsi in ricuperare la già perduta Bismantova (35).

Nel 1202 nuova lotta con Modena, così furiosa da indurre Parma e Cremona a mettercisi di mezzo (36), forse perchè rende la città impotente a mantenergli i patti, induce Guglielmo Malaspina a stringersi con quella, a guerreggiare la Reggio alleata da soli quattro anni, traendosi seco non pochi dell’oltreappennino (37).
E’, insomma, la guerra a più riprese con Modena e con Mantova, il crescere della potenza popolare fatta conscia di sè nelle lotte appunto per le quali si chiedeva il suo braccio, le conseguenti discordie cittadine, e altre più urgenti imprese inducono a sospendere le ultime contro Bismantova.

Un ghibellino dei più acerrimi, Jacopino della Palude, costretto nel 1267 a esulare, si getta immediatamente sul castello bismantino e lo espugna.
Turco da Dallo nella disperata difesa è ucciso. Ma la città assedia subito Bismantova e Crovara ch’era dei Della Palude, e nell’agosto dell’anno stesso i due castelli si arrendono e Jacopino dà ostaggi alla città (38). Evidentemente si tratta degli ultimi sforzi feudali, e Jacopino, con l’occupazione di Bismantova, allargò l’azione della sua offesa, cercò di dividere la forza cittadina, diede alla sua Crovara un aiuto potente; e la città dovette contentarsi di vederlo scendere a patti.
Le scarse e frammentarie notizie (tutto è a frammenti nella storia medievale), non ci lasciano comprendere come i salvati del 1267 non stessero ligi ai patti, ma impestassero i vicini, tanto che nel 1277 la città costringe il castello alla resa e vi pone un presidio. Ma i Dallo avevano seminato troppi odii (39) intorno a sè e, nel febbraio del 1279, Tomasino da Gorzano e i Signori di Banzola espugnano il dongione e vendono tutto al Comune cittadino per mille lire reggiane e, presene vettovaglie e munizioni, distruggono.

Ma quella razza di leoni ritorna nel maggio e rifà la rocca.
La città, allora, con a capo i Roberti, i Canossa e i Signori di Roteglia, alleati di interesse e di parentele, con rinforzi di Parma, di Modena e di Bologna (Bismantova era un osso duro e se ne voleva aver ragione per sempre a ogni costo) costringe i Dallo alla resa; e, poco appresso Gherardo e Pinello, arrestati da quei di Busana e condotti a Reggio, sono scorciati del capo (40). La terribile lezione pone termine alla tragedia bismantina: dico la tragedia storica, cioè la grande lotta fra la città e il castello, fra lo spirito civico e la ostinazione feudale; così la vera storia si spegne.

Quella che segue sarà affare esclusivamente di contese tra consanguinei o vicini; contese varie, sparse, senza centro, come senza ragione, derivanti solo da attriti privati.

Bismantova non ha più voce, se non in quanto operi con la città.
Nel 1287, solo otto anni dopo il supplizio di Gherardo e di Pinello, «da quelli di Dallo in servizio a favore D.ni Matthaei de Foliano, ch’era degli intrinseci o superiori, per molti giorni fu assediata Bismantova, perchè il signor Guido da Albareto con certi altri erano saliti alla Pietra per uscire illesi a facie inimicorum», dei quali il più potente doveva essere il Fogliani (41).
E per quello stesso anno la cronaca Gazzata ci fa sapere che i Fogliani e il Prevosto delle Carpinete con Francesco Fogliani suo fratello ed i figli di costui Simone, Buccellino e Pancerio, tutti estrinseci o inferiori, cacciarono da Reggio i Da Canossa coi loro seguaci, che si ridussero a Gesso del Crostolo, a Canossa e a Bismantova. E Bernardo da Gesso de’ Malapresi dedit eis arcem ... cui fu posto assedio dai Reggiani per tredici dì.

Bologna si interpose e fu stipulata una pace, che durò ben poco.
Tutto ciò che si rileva di poi dalle cronache del Gazzata e dell’Azzari e dalle Memorie Storiche del Fontanesi ci mostra Bismantova non più che una pedina sullo scacchiere della diuturna lotta fra intrinseci ed estrinseci, impersonata - per così dire - nella scissione della grande famiglia dei Fogliani.
La lotta ha nuove tragedie per i Dallo, divisi anch’essi nel parteggiare per i Fogliani e i Malaspina o nell’osteggiarli (1330), e si continua anche un secolo dopo nelle contese fra l’Estense e Ottobono Terzi (1408), sempre di mezzo i Fogliani, parteggianti, ora, per questo o quel pretendente, perduta ogni speranza di loro ulteriore dominio. Finchè nel 1415 i Bismantovi, da tenere ben distinti dai Dallo (ma forse primitivamente dello stesso ceppo), ottengono la conferma di loro antiche giurisdizioni su parecchi luoghi dell’Appennino, non però sulla Pietra: mentre i Dallo serbano ancora tanto di fama da non essere disdegnati come alleati dal Marchese Nicolò III, e più d’un secolo deve scorrere prima che se ne estingua la famiglia. Dei Bismantovi si trova menzione ancora nel secolo XVII.

Signore e Signori,

Se ho voluto rinnovellarvi i ricordi di Bismantova, è perchè Dante, solo con il nominarla e indicarne un particolare, schierò la Pietra e i suoi eventi, unità non minore a tutte le altre, nel poema che resta la prima e più organica compagine di tutta la storia dei molteplici e discordanti fattori dell’età medievale.
Di quante ire che tumultuarono, s’infransero, si rinfocolarono intorno alla storia della Pietra, non sopravvive che il ricordo della forza e dell’acume cittadino e della chiara visione d’un intendimento civile, il quale si ostinò felicemente contro la brutalità frazionatrice delle forze irruenti senza freno.
Dico male, però qualche altra cosa rimane. Rimane l’esempio di quel vigore supremo che in tutti quei combattenti attesta la grande virilità della pianta uomo, eternata, come altri due seppero, Omero e Shakespeare, in tanti episodi della Divina Commedia. Troppo sono remoti da noi gli ideali politici del Poeta, ma dal suo libro immortale esce eterno questo insegnamento: bisogna riassumere tutta quella virilità per volgerla all’onesto, al bene, all’umanità: all’aspirazione - cioè - che, fra tante miserie, ci mostra, anelando, lontana – ma perchè non raggiungibile? - la luminosa fraternità dell’umana famiglia.

Nello spirito di tanto ideale la voce del Poeta, che congiunge l’umano al divino, ci rincora tonando:

Coll’animo che vince ogni battaglia
pur suso al monte dietro me acquista.

Giuseppe Ferrari

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NOTE
1) CESARE BALBO: Vita di Dante, Ediz. di Torino,
1857, pp. 249, 276.
2) CARLO TROYA, Firenze, Molini, 1826, p. 81.
3) CESARE BALBO, l.c., p. 278.
4) LIONELLO GIOMMI: Come Reggio venne in potestà di Beltrando del Poggetto (1306-1326) Modena, Soc. Tip. Soliani, 1919. - Dagli Atti e Memorie della Dep. di Storia Patria, p. 88.
5) NICOLA ZINGARELLI, Dante, Milano, Vallardi, pp. 205, 215.
6) NICOLA ZINGARELLI, l.c., p. 390.
7) Purgatorio, IV, terz. 9^^.
8) N. ZINGARELLI, l.c., p. 143.
9) N. ZINGARELLI, l.c., p. 231.
10) Purgatorio, III, 49 e 50.
11) p. 339.
12) N. ZINGARELLI, l.c., pp. 237, 240.
13) Ibid., pag. 241.
13a) Purgatorio, IV, 50
14) Purgatorio, IV, 34 e 35.
14a) Purgatorio, IV, 40/42. Anche le pareti della Pietra, infatti, sono a strapiombo.
15) terz. 14^.
16) Cfr. La Pietra di Bismantova nel Calendario della Provincia di Reggio Emilia di Antonio Sacchi, 1869, vol. II, p. 94.
17) CHIERICI, PIGORINI e STROBEL: Bullettino Paletnologico, Anno I, p. 42, e Anno II, p. 248.
18) La Pietra ecc., p. 92.
19) Ibid., p. 97.
20) Ibid., pp. 98, 99.
21) Bullettino, Anno II, p. 244.
22) Ibid., p. 353.
23) Ibid., pp. 138, 139.
24) Bull. A. VIII, n. 7 e 9.
25) La Pietra ecc., p. 93.
26) V. in particolare modo i versi 11 e 13 dell’Odissea, lib. XII; i 184 e 185 della Eneide, lib. XI, e il 125 nella Iliade, lib. XXIII.
27) La Pietra ecc., pp. 95 e 96.
28) L’illustre Monsignor Angelo Mercati, V. Prefetto degli Archivi Vaticani e Membro emerito della nostra Deputazione, in un suo lavoro che citerò ben tosto scrive: «La voce popolare che fa di Bismantova un luogo di rifugio dei Reggiani al tempo d’invasioni barbariche, considerata dai ritrovamenti archeologici del Chierici, ottiene ora una conferma letteraria e storica, che meglio inoltre determina il tempo e l’occasione della costituzione di Bismantum in castrum».
29) La Nota Storica sul Castrum Bismantum di Mons. Mercati si legge a pagina 51 e segg. del volume Studi in onore di Naborre Campanini, pubblicato il 30 giugno 1921, cioè 25 giorni dopo il mio discorso; nè io potevo saperne nulla, perchè il raccoglitore di quegli studi, prof. cav. G. Crocioni, R. Provveditore, doverosamente aveva serbato il secreto d’ogni singolo lavoro. Come il lettore può già credere, quella Nota preziosa ed eruditissima al solito, dà assai più di quello che io accenno, e deve essere consultata da quanti amino la storia del nostro Appennino. Io poi lo credo semplice capitolo d’un lavoro a cui, fin dagli anni che era fra noi, e prima che desse mano alla versione del monumentale lavoro di Ludovico Pastor, Storia dei Papi, il Mercati attendeva per mettere in luce e precisare i confini del Reggiano, quali vengono indicati, ma bisognosi di pazientissime ricerche ad esser ben intesi, dai documenti prima che se ne hanno.
Al Mercati pare meglio determinare il tempo e l’occasione della costituzione di Bismantum in castrum dall’avere i Bizantini approfittato della naturale sicurezza del luogo per ostare ai progressi dei Longobardi. Dirò schiettamente che quanto si rilevò dagli scavi, descritti sì precisamente nel Bullettino Paletnologico, mi riconferma nell’idea che il castrum fosse eretto in tempi posteriori ai Costantiniani, ma anteriori al crollo dell’Impero Occidentale.
30) TIRABOSCHI, Dizionario Storico Topografico.
31) TIRABOSCHI: Cod. Diplomatico agli anni 863 e 916; poi all’a. 964.
31a) Per «vescovato» si intende il territorio della diocesi, dipendente anche civilmente dal vescovo («il vescovo... vi aveva .. una quasi plenipotenza comitale»).
32) R. Archivio di Stato: Codice Pax Constantiae, p. 19 verso.
33) TIRABOSCHI, Diz. Storico Topografico.
34) Cod. cit., p. 15, verso.
34a) Odierna Poiano, di fronte a Bismantova, sulla sponda destra della Secchia.
34b) «Bismantum coepit, Pulianum grandine fregit».
35) Cod. Pax Constantiae, p. 56.
36) Cod. Pax Constantiae, p. 57.
37) MURATORI, Antiq. Ital., F. IV, col. 392.
38) Memorie Storiche Modenesi, F. II, p. 88.
39) Ibid.
40) Ibid.
41) Chr. SALIMBENE

 

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Un Commento


  1. Lettura impegnativa e davvero interessante. Ma merita attenzione e commenti forse più di ogni altra “notizia”. L’aggettivo “dantesca” per la Pietra di Bismantova viene riempito di suggestioni. Tutto ciò suggerisce un filone di iniziativa culturale non effimera da porre in atto. Nel futuro “protocollo di manutenzione” della Pietra dovrà esserci – accanto alle più semplici azioni materiali – un capitolo anche per quanto suggerito sopra.

    (Fausto Giovanelli)

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