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Linguaggio non verbale: l’importanza del non-detto

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I primi a comprenderne a pieno l’importanza furono probabilmente gli antichi oratori greci e latini, che fecero dell’ars dicendi un’abilità fondamentale della vita pubblica e privata di ogni uomo. Stiamo parlando della forza dirompente della parola, che ciascuno di noi può facilmente riconoscere.

Il linguaggio è un mezzo potente, l’unico che ci permette non solo di trasmettere informazioni, ma anche di evitare di fornirne: non a caso il termine “comunicazione” etimologicamente, significa proprio “mettere in comune”, “far sapere”.

Il modo in cui impariamo a comunicar fin da bambini, forma la nostra mente, il nostro modo di vedere le cose e interpretarle. Per capire la portata di questo processo, basti pensare che ci sono popoli, nel cui linguaggio esistono termini il cui significato potrebbe essere spiegato nella nostra lingua solo tramite lunghi ed elaborati concetti.

Possiamo quindi certamente affermare che il linguaggio ha un potere magico. Ci fa interagire con l’ambiente, permettendoci di condividere con esso le nostre idee, che si trasformano così in qualcosa di concreto, un qualcosa che ci permette di “costruire” o “distruggere”, insomma di creare insieme con l’altro. Il linguaggio ha, cioè, un evidente potere produttivo, ed è una componente principale della comunicazione.

Ma quali sono le altre?

Se ci soffermiamo a riflettere, non comunichiamo con gli altri solo con le parole, ma anche con i gesti, il tono di voce, con il silenzio stesso. Possiamo dire di più: non tutti sanno che l’aspetto verbale nel comunicare riveste solo il 7% di ciò che la persona con cui parliamo percepisce in quel dato momento.

Lo studio condotto nel 1972 da Albert Mehrabian, mostra che la maggior parte della nostra comunicazione è composta da aspetti non verbali (55%), mentre il restante dai cosiddetti aspetti paraverbali (38%). Quest’ultimi, fanno riferimento al tono di voce, al timbro, alla cadenza, alle pause, al volume con cui parliamo, mentre nel caso degli elementi non verbali ci riferiamo a tutto ciò che è espresso dal corpo, in particolare alle espressioni facciali, ma anche al modo in cui gesticoliamo, alla distanza che assumiamo rispetto all’interlocutore, eccetera. L’efficacia di ciò che stiamo comunicando, dipende quindi solo in minima parte dal significato letterale delle nostre parole.

Essere in grado di decodificare gli aspetti non verbali della comunicazione, ma soprattutto avere piena coscienza dell’esistenza e del peso di questi fattori, riveste un’importanza fondamentale nella vita di ognuno di noi. Ci sarà sicuramente capitato di dire qualcosa convinti che il nostro tono scherzoso fosso chiaro, ed essere invece fraintesi. E’ sicuramente un’esperienza frustante, che in piccolo ci può far capire quali possano essere gli effetti del non capirsi. Sembra banale, ma basta pensare alla differenza tra il parlare al telefono e il farlo faccia a faccia. Solo nel secondo caso potremmo dire di averlo fatto prendendo in considerazione tutti i livelli comunicativi, ed essere forse maggiormente sicuri di esserci capiti l’un con l’altro. Frasi come “sei un libro aperto”, “il tuo sguardo dice tutto”, sono modi di dire che esprimono con estrema chiarezza il senso e l’importanza della comunicazione non verbale.

Non solo: tutte le componenti del linguaggio non verbale e paraverbale rivestono un grande peso anche in ambiti tecnici, come quello del colloquio clinico. Gli psicologi, gli psicoterapeuti, ma anche gli psichiatri ad orientamento dinamico, valutano con grande attenzione il modo in cui il paziente comunica con loro, poiché ben consapevoli del fatto che questi aspetti incontrollati della comunicazione dicono molto di più, e con un grado di veridicità molto più alto, sul mondo interno del paziente, di quanto non faccia il contenuto conscio del messaggio. Esistono inoltre numerosi studi, in psicologia sociale, che hanno cercato di ricondurre determinate gestualità alla menzogna, come ad esempio il toccarsi i capelli, il mordicchiarsi le labbra, il volgere lo sguardo a sinistra e così via. Molti di questi criteri vengono utilizzati anche in ambito criminologico per cercare quantomeno di orientarsi, rispetto alla veridicità o meno di ciò che un presunto colpevole sta dicendo.

E’ facile a questo punto comprendere gli effetti del non essere in grado di codificare il linguaggio non verbale dei nostri interlocutori. Se, ad esempio, ci troviamo a parlare con un amico che si dice felice di un qualcosa, e lo fa magari con lo sguardo spento e assente, dovremmo certamente essere in grado di inferire qualcosa. Soprattutto, dovremmo essere in grado di comunicare all’altro che abbiamo capito quali sono le sue reali emozioni e, magari, aiutarlo. Se non fossimo assolutamente capaci di capire ciò che gli altri ci stanno comunicando pur senza dircelo apertamente, le difficoltà a cui andremmo in contro nelle relazioni personali sarebbero numerosissime.

Non dobbiamo stupirci, quindi, di poter affermare che comprendere il “non detto” ci aiuta a vivere meglio, in sintonia con gli altri, in quanto ci aiuta a capire, ma anche a farci capire. Qualcuno affermava che “il corpo non mente mai”, e se proprio non possiamo averne la certezza matematica, di certo incontrare qualcuno in grado di controllare totalmente il proprio comportamento non verbale, è davvero difficile. D’altronde, lo aveva capito già Freud, tanto da affermare: “Chi ha occhi per vedere e orecchi per intendere si convince che ai mortali non è possibile celare nessun segreto. Chi tace con le labbra chiacchiera con la punta delle dita, si tradisce attraverso tutti i pori..” (1905).

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