Società / Una donna che viaggia da sola

A Sharm el Sheik in compagnia di me stessa.

Giugno, fine della scuola, ci si arriva nervosi, stanchi, senza energie, noi insegnanti. Inoltre devo iniziare un tirocinio in psicologia clinica i primi di luglio, che mi impegnerà per un anno. Guardo l’agenda e scopro che ho soltanto una settimana da dedicare a una vacanza. Della mia famiglia nessuno può venire, (ho una famiglia, una bella famiglia, regolare consorte, due figlie quasi adulte, insomma una vita piena di amicizie e affetti, tanto per scongiurare sospetti sulla vacanziera in cerca di ganci, o disperatamente bisognosa di conoscenze). Dopo una breve indagine su chi possibilmente potrebbe venire, scopro che le amiche libere hanno in mente un’altra meta.

Per una combinazione di eventi, decido di partire da sola. Prima volta in vita mia. L’idea mi alletta. Già ho in mente copioni possibili da vivere, legata all’ideale della donna affascinante e misteriosa che viaggia da sola, suscitando l’interesse di tutti. Oppure la donna avventurosa che affronta peripezie e se la cava. Scenari ipotetici mi si snodano di fronte, in tutti la protagonista vive la sua vacanza quasi in modo eroico, da sola, suscitando ammirazione, curiosità. Immagino il viaggio, lo associo a una sensazione di libertà quasi selvaggia, mi attrae non aver orari, poter decidere ogni minuto, cosa fare o non fare. Insomma sono molto ‘gasata’. Inoltre occupandomi di dipendenze, una delle tappe verso una vita autonoma è di apprendere a fare cose da sé e per se stessi. Senza “sentirsi” soli.

Lo scopo di questo viaggio è quindi multiplo: mare e riposo assoluto, vedere uno scenario nuovo, comprendere com’è per una donna viaggiare da sola.

Valuto varie possibilità, e da parecchio tempo sento il desiderio di incontrare il Mar Rosso. Scarto quindi Grecia e Baleari, ecco che la scelta definitiva diventa l’Egitto: Sharm el Sheik, vince in rapporto qualità prezzo.

Passate le prime euforie, inizio a leggere le recensioni sui siti specializzati per viaggiatori e scopro che la scena romantica inizia ad assumere toni foschi: rischi di tumulti politici (ma non erano passati? Si sa mai, mi dicono), disturbi intestinali quasi assicurati, un caldo torrido in questo periodo. Insomma l’idillio inizia a vacillare. Poi come sempre, c’è chi non capisce se non la propria visione del mondo, e l’unica arma che ha a disposizione è la derisione, ma questo è un altro discorso, che ignoro.

Mi riconosco una donna intraprendente e volitiva, fregandomene degli sguardi di disapprovazione o incerti dei conoscenti (“ma vai da sola???”, e in allegato anche pensieri sospetti del tipo “non avrà amicizie?”, “beh, è sempre stata strana”, o peggio “si starà separando?”): me ne frego, ufficializzo e parto.

La famiglia mi accompagna benevolmente all’aeroporto di Bologna e prosegue per una giornata a Rimini. Mi scaricano sul marciapiede e di botto mi ritrovo da sola in aeroporto. Vado al check in e scopro che il mio nome non c’è. Mi fanno attendere mezzora davanti al pc, forse il mio viaggio è già finito qui? Quando Dio vuole, mi liberano. Compro riviste, ho già la valigia piena di libri, e passo le prime ore in aeroporto a osservare quelli che potranno essere i miei compagni di viaggio, questo incognito viaggio.

Negli altri gate arrivano passeggeri ma l’imbarco è chiuso. Un ragazzo arriva urlando, esigendo che il gate venga riaperto, mal augurando alla povera hostess una diarrea “a schizzo”, e commentando che lei evidentemente non viene concupita da nessuno (non ha detto proprio concupita). Sono esterrefatta, e medito sull’italiano medio.

Sull’aereo scopro che ho il posto di fianco al finestrino, e nessuno vicino! Esulto e passo 4 ore a deliziarmi della geografia che attraversiamo, Ancona, Pescara, Albania, Isole greche, e finalmente l’Egitto. L’impatto col deserto e col Nilo è da subito intenso e forte. Una magia si sprigiona da quella terra anche a miglia di piedi di altezza. Mi guardo un film divertente. E mi sento felice.

Atterriamo, portiamo a termine le procedure e usciamo. Un fono acceso ci investe: che caldo! Arriviamo al villaggio, e il paesaggio fuori a Sharm el Sheik è un misto tra Riccione e il niente.

L’aria condizionata dell’hotel ti investe peggio ancora del caldo. Un suntuoso ingresso, una bella camera e tante piscinette in fila per arrivare a una spiaggia da cui si intravede il pontile. Inizio a sentirmi trasparente, una sensazione che non mi lascerà per una settimana. Il villaggio è mezzo vuoto, l’Egitto ha perso più della metà dei turisti per la rivoluzione. Ci sono tanti cosiddetti ‘russi’, seduti ai vari bar, e lì vi resteranno per una settimana ai bordi della piscina a ustionarsi, colorandosi di rosa, e a bere vodka. Contenti loro.

In spiaggia la barriera corallina inizia a esercitare il suo potere ipnotico che non mi lascerà mai più, credo. Pesci stranissimi e mai visti arrivano beati fino a riva, senza paura. Sono una specie venerata e protetta. Inoltre c’è una severa vigilanza, la barriera non si tocca, non si prelevano pezzi, sabbia, conchiglie, per nuotare occorre attraversare un pontile. Mi volto e vedo un presunto russo bianco come lo stracchino, con pinne, maschera e boccaglio che cammina sui coralli per raggiungere il mare aperto. Dai vari pontili limitrofi gli fischiano in quattro persone, nessuno si capacita. Me compresa.

Esploro il villaggio, molto bello e ben tenuto. Vado a cena e sento che nessuno fa caso a me. È una sensazione strana, guardare il mondo e vedere che il mondo non ti guarda. L’animazione ha organizzato per la serata la presentazione del programma settimanale in un anfiteatro. Ascolto e poi mi ritiro. Dormo benissimo e alla mattina mi armo di protezione 50 e scendo in spiaggia. Scelgo un ombrellone appartato lontano da tutto, da cui però vedo il mare a due passi e il pontile.

Ben presto mi accorgo che una donna di mezza età, in ciabatte e struccata non solo è trasparente, è davvero invisibile. Fatto nuovo e strano per me, sono alta 1.80 e anche ben piantata.

Dopo un paio di giorni qualcuno inizia a vedermi. E qui inizio a capire che l’attribuzione di significato a una donna che viaggia da sola è relativa alla propria cultura di appartenenza: per gli italiani ero un oggetto non identificato, insignificante, di imprecisa categorizzazione. Per gli egiziani che venivano a chiedere se volevo fare massaggi, escursioni ecc., ero una donna a caccia di avventure, sicuramente. Per gli altri stranieri non esistevo nemmeno.

Inizio una stretta comunicazione tra me e il mare. Faccio il primo ingresso dal pontile ed è il colpo di fulmine. Sotto e intorno a me c’è un mondo. Pesci di ogni colore, forma e dimensione volteggiano sereni nell'acqua, solitari, in colonie. Un po' questo abisso mi spaventa, non mi fido tanto, ma sento che mi sono già profondamente innamorata di quell’universo subacqueo. Decido di andare a fare la visita in barca dell’isola di Tiran, e lì conosco timidamente qualcuno, che mi parla, ma poi si dimentica subito di me.

Vedo un signore di mezza età con tutta un’attrezzatura specializzata, mi avvicino chiedendo se in caso facesse foto subacquee avessi potuto condividerle. Acconsente senza entusiasmo. La prima cosa che mi fa sapere, buttandola lì, è che è in vacanza con la famiglia. Cerco di rassicurarlo, gli dico en passant che ho un marito, sento che tira un sospiro di sollievo, e si rilassa un po'. Ridendo tra me e me scopro sensazioni a me sconosciute (essere presa per una tardona a caccia mi fa strano, e mi sento all’improvviso un’anziana signora impacciata), quando in hotel poi vedo la moglie che lo comanda a bacchetta e lo redarguisce arcigna durante i pasti, capisco il suo terrore della zitella che lo vuole accalappiare, e lo comprendo, pietosamente.

Altri però nell’escursione sono simpatici e passo una giornata bellissima. L’immersione è da togliere il fiato, fare snorkeling è piacevole, si vedono creature incantevoli, cui non siamo abituati, pesci di ogni sorta, persino una tartaruga. Se si è fortunati anche delfini.

Rientriamo. E io ritorno trasparente.

La vita del villaggio è come quella di una parrocchia, rifletto tra me e me che non c’è differenza con la vita del mio quartiere, ho la fortuna di abitare di fianco a una piscina di un vicino, che per tutta l’estate organizza pranzi, cene, e momenti conviviali. Insomma mi sembra di rivedere la ciurma degli “8/” (gli ottobarra come ci chiamiamo, dal numero della via che accomuna tutto il quartiere). Preferisco quindi dire no ai tornei di bocce e freccette, al risveglio muscolare (sono lì per dormire e riposare!) ai giochi per vincere l’aperitivo. In uno di questi si doveva lanciare la ciabatta più lontano, o colpire gli animatori che stavano in fila a farsi tirare addosso le ciabatte.

Opto per la mia invisibilità con cui ho fatto pian piano amicizia.

Mi muovo tranquilla e serena per tutto il villaggio, qualche egiziano si accorge che sono da sola, mi inizia a fissare negli occhi, ammiccanti, scoprirò solo dopo come mai. Pare vi siano donne sole che vengono nel Mar Rosso per fare “men-fishing”, disposte a pagare per la compagnia di qualche bel egiziano giovane, disposto a tradire i comandamenti di Allah, severissimo sul comportamento sessuale.

Incurante dei segnali egizi mi godo il relax e la pace di questi giorni, passo giornate intere a guardare i pesci, e non leggo nemmeno un libro dei tanti che mi son portata. Prima di partire ho preso in prestito un cappello di paglia da mia mamma, me lo porto sempre con me, e penso tanto a lei, donna che mi ha cresciuto da sola in un paese lontano e straniero, il Brasile, senza parenti, senza affetti.
Penso al suo coraggio, a quanto deve aver sentito la mancanza di un appoggio, alle sue paure di crescere una figlia da sola, senza nessuno su cui contare. E l’ammiro in silenzio, guardando il mare.

Da solo girava sempre anche mio padre, girovago, senza legami, ha vissuto lavorando all’estero, trascorrendo la sua vita in un’anonima camera d’albergo, sempre uguale in ogni angolo della terra.

Mi chiedo se il fascino che esercita la solitudine su di me sia dovuto a questo dna.

Ogni tanto esco dalle mie riflessioni e provo ad assaggiare la vita da villaggio. Qualche ballo di gruppo, e qualche chiacchiera con ragazzi brasiliani, coppie, insomma mi scelgo le persone più simpatiche che tentano di adottarmi, io decido per un affido temporaneo con rientro nelle mie stanze molto presto la sera. Dopo qualche giorno si prende il ritmo egiziano, si inizia a comprendere il codice del contesto, e ci si rilassa in questo luogo così bello.

Cerco di prendere ogni possibile precauzione per evitare disagi di salute, mi copro per evitare i colpi devastanti dell’aria condizionata (ma non ci arrivano a capire che è deleteria?), non mangio verdura cruda, acqua della bottiglia sempre. Ogni sera c’è un menù diverso e quando arriva la serata egiziana con kebab e falafel, loro piatti tipici che conosco e adoro, mi scateno, senza cognizione. Gli altri italiani mi guardano male, tutti in fila a prendere la pasta. Io invece cerco di contaminarmi con le altre culture sempre. Sono curiosa. E mi dimentico che ci si può contaminare anche coi batteri dell’altro. Mi abbuffo di queste frittelle, con varie salse deliziose, e la mattina le incontro ancora che danzano nel mio stomaco. Riesco tuttavia a scongiurare la maledizione di Tutankamon, ora responsabile delle atroci dissenterie che colpiscono i turisti in Egitto.

Capisco che se mentalmente si è pronti a mescolarsi con i luoghi, i sapori, non sempre lo è il corpo. Spostarsi da un continente a un altro è sempre uno shock, cui ci si deve adattare gradatamente. Altrimenti il rischio è quello di prendere su qualcosa. Come il sessanta per cento dei turisti. Prima di recarsi in un luogo occorrerebbe preparare il corpo e la mente. E restate aperti al fatto che ciò che si incontrerà sarà diverso: né meglio né peggio. Soltanto diverso, come diversi sono i significati attribuiti, a cose, fatti, persone.

Quando si varcano confini, ci si trova sospesi in una terra di mezzo, non sempre si riesce a mescolarsi con l’altra parte. Se superare un confine geografico è abbastanza semplice, può non esser altrettanto facile oltrepassare i propri confini interiori, e incontrare il nuovo da uno spazio di sospensione del giudizio. Del resto abbiamo dei codici di lettura condivisi in ogni cultura. Come sostiene Marianella Sclavi nel testo “Cornici culturali, conflitto, mediazione”, per comprendere un’altra cultura occorre uscire dalla propria cornice di riferimento in cui ci sono le nostre credenze, valori, idee sul mondo, e saper sostare in uno spazio vuoto, spogliandoci della propria cultura e restando nudi per un attimo, neutri, per guardare l’altro, senza pre-giudizi. Operazione cognitivamente ed emotivamente molto difficile: crea incertezza e senso di sospensione. Tuttavia se si riesce a restare in questo spazio, si possono scoprire cose interessanti.

TIPI DA SPIAGGIA

È incredibile come viaggiando da soli si notino mille particolari che la presenza di un altro non ci farebbe cogliere. Viaggiare da soli è come guardare il tutto da una bolla, un punto di osservazione particolare, un occhio spesso non visto, pertanto più libero di spaziare. È possibile osservare senza essere troppo osservati, essere comparse invece di protagonisti. Ho attraversato le mie cornici e in questo viaggio ho cercato di conoscere e comprendere altri possibili sguardi sul mondo.

Simone l’animatore

Nei villaggi turistici con animazione ci sono delle figure che hanno il compito di intrattenere, animare, far divertire il popolo dei vacanzieri. Lo staff di questo villaggio gira con magliette arancioni, sono sempre allegri, salutano rumorosamente tutti, insomma la loro presenza si sente. Il capo villaggio è Simone Accorsi, di Spilamberto, Modena. Il suo accento mi fa sentire a casa. Ha una simpatia spontanea, semplice. Sembra contento di fare quello che fa, e si diverte. “Fin da bambino creavo teatrini, sparavo minchiate e facevo ridere la gente.”

Lo staff degli animatori è composto da una decina di ragazzi molto affiatati che fanno giocare giovani, meno giovani e bambini, organizzando attorno al bar della spiaggia i tornei vari, serate nelle note discoteche di Sharm, spettacolini, e consegnando ogni sera diplomi nelle tante specialità.

Pur non aderendo a questo tipo di vita, ho guardato con interesse. E chiedo a Simone, 35 anni, come mai è lì. Mi racconta che ha mollato tutto a 27 anni e si è innamorato di quel tipo di vita, del posto. Ha doti da cabarettista, ha fatto tv, ha ricevuto proposte per i provini di Zelig, ma tentenna preferisce la vita come animatore. Gli chiedo come fa a restare fresco e frizzante ogni giorno. “Ogni settimana è un mondo a sé. Per fare questo ti deve piacere conoscere gente e comunicare. Devo star bene io per far star bene gli altri. Il mio scopo è che, arrivate a fine vacanza, le persone siano state bene. Amo il mio lavoro, benedico Dio ogni mattina, mi ritengo fortunato. Mi emoziono tutti i giorni. Ho imparato dalla gente che tutti hanno un lato positivo. Sono dispiaciuto per il calo dei turisti, ormai faccio il tifo per gli egiziani.”

Anche lui è innamorato della barriera corallina, va a fare snorkeling sotto sera, quando il mare si fa piatto, e alle sei è quasi buio d’estate. Avvistare una manta o uno squalo balena a pochi metri dalla spiaggia è facile. Siamo in mare aperto. Gli chiedo se non gli mancano l’Italia, gli alberi. Lui si guarda intorno e mi dice:
“Ci sono le palme. Però mi manca fare le cose che fanno tutti come guidare la macchina, il caffè al bar con gli amici di sempre.” E la vita affettiva? “Eh… qui ci si fidanza per una settimana quando va bene. Poi si torna single. Gaspare (il cuoco italiano del villaggio che soddisfa le nostalgie gastronomiche degli irriducibili italiani che cercano fettuccine anche all’estero) ha sposato un’egiziana."

Gli dico che la vacanza in un villaggio mi sa un po' di finto e di costruito. Lui ci pensa e mi risponde: “Invece qui secondo me sono tutti veri, tornano bambini. Là fuori si è ingegneri, avvocati, commessi, insegnanti. Qui si sta in costume da bagno e sei quello lì che gioca. E basta” È un punto di vista cui non avevo pensato. Mi lascia per tornare a girare tra gli ombrelloni vestito con una tunica bianca, per benedire i bagnanti. Lo chiamano, lo salutano, ha una battuta per tutti, si perde in chiacchiere e sparisce tra gli ombrelloni, inghiottito dai vacanzieri.

Sasà del mare

Mentre scendo il vialetto verso il mare incontro il ragazzo che organizza le escursioni in barca. È molto serio e professionale e mi invita a provare a fare snorkeling con l’attrezzatura che il villaggio mette a disposizione. Prenoto un tour all’isola di Tiran che si trova proprio di fronte al villaggio. Mi alleno un po' e il giorno dopo parto per una bella gita a un atollo corallino: pesci colorati che volteggiano e anche una tartaruga!

Il giorno successivo Sasà torna a chiedere com’è andata e mi conduce con un'altra turista a esplorare la barriera del villaggio. Di nuovo meraviglia emozionante. Tuttavia l’abisso non fa lo stesso effetto a tutti, a molti fa paura, scatena ansia, ho visto gente andare in panico per la troppa profondità. Sasà è gentile e rassicurante, riesce a evitare che la ragazza vada in iperventilazione. Resto colpita dal suo potere di far fare amicizia alle persone con quel mare affascinante ma anche terribilmente insolito per noi europei, pieno di correnti che ti possono portare verso i coralli, dove è facile tagliarsi, o farsi sbatacchiare dalle onde, insomma per gustarsi questa meraviglia occorre non aver paura, essere rilassati e non farsi prendere dal panico.

Sasà è così garbato che decido di farmi raccontare la sua storia. Mi dice di essere nato 30 anni fa vicino al Cairo. Prima di fare il sub ha fato di tutto, attraversando periodi di lavori umili, incerti, poi arriva a fare le pulizie nei villaggi di Sharm, impara a nuotare bene, studia l’italiano e passa le serate a farsi dei dizionari con parole nuove. È profondamente religioso e mi spiega alcune cose sulle leggi coraniche, sulla concezione della donna, sulla guerra santa. Io cerco di ascoltare stando fuori dalla mia cornice, e guardare il mondo dal suo punto di vista per un attimo. Si meraviglia che gli italiani arrivino in Egitto senza conoscere nulla della loro cultura, gli inglesi si preparano con cura, i russi preferiscono la piscina.

Dice di prodigarsi per fare apprezzare il loro mare per l’Egitto. “Se la gente viene qui ed è contenta, ne parla a casa, e mandano altri, così l’economia riprende. Io adoro questo posto, avevo una ragazza italiana. Mi aveva trovato un posto per fare le pulizie in Italia. Non me la sono sentita di lasciare il mio paese, il mio popolo. Venendo in Italia avrei perso tutto questo paradiso. Invece qui c’è la mia gente, mi diverto. Quando ho qualche problema mi tuffo nel mare, e dimentico il mondo intero. Voglio farmi una famiglia con una ragazza egiziana, avere dei bambini, il mio sogno è avere un diving centre, per i turisti. Se non ci riuscirò, ho anche un piano b: tornare al mio paese e lì aprire un negozio. Mi piace vendere. La mia famiglia per me è veramente importante, ogni giorno sento mio padre. La mia religione è tutto per me.”

Rifletto che le religioni sono dei pacchetti preconfezionati sulla vita e sul mondo che ti danno chiavi di lettura, lenti attraverso cui guardare e regole secondo cui vivere. Da un certo punto di vista questi pacchetti sono comodi, e ti infondono la fiducia che così è, e così sarà. Parliamo del conflitto in Palestina, delle regole sulle donne, sul darsi la morte per salvare il proprio popolo. E la fiducia che al di là ci sarà un paradiso. Sento di non avere queste certezze, ma rispetto. E per un attimo Sasà è riuscito a farmi vedere il mondo come lo guarda lui e il popolo musulmano. Provo interesse, e gratitudine.

Omar dei profumi

Camminando nella galleria del villaggio si incontrano tanti piccoli negozi che vendono merci egiziane. Un prodotto tipico dell’Egitto, oltre al papiro, è il profumo. I faraoni usavano già migliaia di anni fa le essenze che gli egiziani hanno continuato a produrre.
Omar è un ragazzo solare, sorridente, ti invita a entrare e annusare i suoi oli profumati. Il negozio è pieno di boccette colorate, come se ne vedono tante in Egitto, i profumi si mescolano e attraggono, oli dalle proprietà magiche ti fanno l’occhiolino voluttuosamente. Omar è il secondo di otto fratelli, ha studiato, parla quattro lingue, ha proceduto grazie alle sue capacità per merito. Il suo sogno è diventare manager, ha imparato l’arte del vendere ed è molto abile. Vuole sposare una brava ragazza egiziana, ma non esclude un matrimonio misto, se si sente rispettato nel suo credo. “Io però resto un musulmano. La mia religione mi dà tutto quello che mi serve, se non seguo il Corano sto male. Ma è una questione tra me e Allah.”
Il padre fa il pescatore e lui aiuta tutta la famiglia. Ha una generosità istintiva, comune a molti egiziani. Mentre sono lì a chiacchierare con lui mi arriva un messaggio da mia figlia Aurora che non sento da tanto, mi accorgo di non avere più soldi nella schede telefonica (telefonare dall’Egitto è un dramma se non acquisti le loro schede!) e mi viene un attacco improvviso di nostalgia di casa, dei miei affetti, del calore della mia famiglia e mi metto a piangere come una cretina in quel posto, sentendomi del tutto fuori luogo. Omar mi consola e mi offre il suo telefono, dicendomi di tenerlo per tutto il viaggio. Scopro che se si viaggia con il cuore aperto e si è veri, chi incontri lo sente. E ti rispetta, disposto ad aiutarti se ti vede in difficoltà.

Il Baffo

Il Baffo è un signore sulla settantina, come me è lì da solo, ma a differenza di me fa vita da villaggio. Lo vedi a tutte le ore giocare a bocce in spiaggia sotto il sole cocente. Fa amicizia con tutti. Dice che è la sua quarta vacanza in questo villaggio. Lo trattano come uno di famiglia. Si sa far ben volere. Con me è gentile, capisce che sono lì per conto mio e cerca di aggregarmi al gruppo di conoscenti che si è fatto. Ceno un paio di volte con loro ascolto divertita i loro racconti, vedo il loro entusiasmo, ma mi accorgo che stiamo facendo un altro viaggio. Capisco che ogni comunità si assomiglia, con le stesse macchiette che si ripetono, personaggi e interpreti, e mi viene in mente il mio quartiere. Torno ai miei pranzi e cene solitarie. Di convivialità ce n’è parecchia nella mia vita, avendo più gruppi di amici, le situazioni goderecce a tavola sono fin troppo frequenti. La possibilità di starmene da me no. Rifiuto gli inviti del Baffo di aggregarmi a loro per il tour al Casinò, per le gite nei vari quartieri di Sharm a fare shopping. Ho rifiutato il giro per visitare Nama Bay, corrispettivo di viale Ceccarini di Riccione che ho visto solo passando in pullman. E da sola non mi sento di andare, pare che i venditori siano troppo assillanti e non ho voglia di essere assalita. Preferisco guardare il mondo dalla mia bolla.

Accetto solo una passeggiata serale con loro al mercato locale di Fantàsia. Nulla di nuovo, souvenir impolverati, gente che ti tira dentro ai negozi per venderti papiri(non c’entrano con le nostre case, dove si mettono poi?). Resto fuori dalle botteghe mentre gli altri avviano contrattazioni infinite e estenuanti. Gli egiziani sono mercanti abili, e hanno tanto bisogno del turismo. Preferisco fotografare le patatine con le scritte in egiziano, mi piace far foto ai volti, agli occhi dei ragazzi egiziani. Ci sono ancora tracce dei faraoni in quegli sguardi. Sembrano gli occhi disegnati fuori dalle urne. Insomma scopro che sono interessata a cose diverse dai turisti che sono lì. Chiacchiero un po' col Baffo. Mi dice che la sua donna è andata a Kos, ma lui per non sbagliare torna sempre a Sharm. Lo capisco. Anche io ci tornerò.

Fabio l’uomo delle erbe

Di fianco alla bottega dei profumi c’è quella di un piccolo signore coi baffi che si fa chiamare Fabio. Sulle pareti una serie di ex voto con ringraziamenti per i poteri delle sue pozioni, efficaci per dissenterie e malanni vari che colpiscono i turisti allo sbaraglio. Mi siedo e mi offre un buon tè alla menta e limone, mi racconta di essere laureato in botanica e di aver fatto la scuola di specialità in scienze erboristiche. Abita a Luxor a 1400 km da Sharm, ha famiglia e due bambine piccole. Ogni mese e mezzo scende in pullman facendo 23 ore di viaggio per stare 10 giorni a casa. L’aereo per loro costa troppo. Lo stipendio se va bene è di 500 euro. Ripete spesso “grazieallah” con un italiano buffo. Gli faccio vedere i miei piedi: da due giorni non mi entrano più le scarpe tanto sono gonfi. Mi fa bere qualcosa per i reni. L’acqua lì è troppo ricca di sodio, e assieme al caldo provoca una terribile ritenzione idrica. Prossima volta invece dell’anti dissenteria mi porterò dietro un diuretico. Mentre sono lì c’è una sfilata di gente che viene a bere intrugli vari. Uno ha l’eritema, l’altro la febbre. Due ragazzi reduci dalla motorata nel deserto hanno gli occhi gonfi come due rane, per la sabbia che si solleva mentre guidi il quad. Le persone che vengono a trovarlo sono piene di gratitudine... quasi come in pellegrinaggio al santuario di Padre Pio. Sulle pareti della bottega c’è la cartina dell’Italia con tante firme in ogni regione, piene di dediche affettuose e riconoscenti. Fabio si è fatto amare da mezza Italia, pare.

Termina il mio viaggio, rientro a casa riposata e rigenerata, senza virus e malanni, per fortuna, con i colori del mare, il caldo sulla pelle, e negli occhi ancora la magia ipnotica dei pesci. Mi porto a casa riflessioni e comprensioni. E i racconti delle persone che ho scelto di conoscere.

La donna che viaggia sola non è né affascinante né misteriosa come credevo all’inizio. È quasi invisibile, non classificata, un affluente di scarsa portata. Nessuna ammirazione, nessuna curiosità suscitata. Soltanto qualche domanda di sfuggita: “Sei qui da sola? Ma non hai paura??”. Il più delle volte nessuno ascoltava nemmeno la mia riposta, già preso da altro. Capisco che il personaggio della donna in viaggio sola non è ancora ben definito, ma è infrequente, ambiguo, non molto a fuoco, né è così gradito, (chissà cosa vuol fare quella lì?) alle varie culture. Si parla di emancipazione, c’è tolleranza, certo, ma un sottile alone di discriminazione l’ho avvertito con sorpresa. Insomma l’eroina alla fine del viaggio diventa una comparsa tra la folla incurante e indifferente. Nessun brivido dell’imprevisto. La sensazione di essere un’ombra, che passeggia indisturbata è nuova per me. E penso a tutte quelle donne che lasciano il loro paese per necessità di lavoro, lasciando anche la famiglia, i propri punti di riferimento. Intuisco per un attimo un mondo a me finora sconosciuto.

Sono grata per questo tempo con me, speso a guardare il mare e il silenzio. Mi vengono a prendere all’aeroporto all’1 di notte. Che bello avere degli affetti.

(agc)

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2 Commenti

  1. Complimenti
    Gentile dottoressa, mi chiamo C. e ho appena letto del viaggio da lei fatto a Sharm e delle sue impressioni sul viaggiare da sola. Io ho 42 anni, sono single, non ho figli, abito da sola da quasi 20 anni e pur vivendo in Italia, in Lombardia, pur essendo comunque circondata da affetti, come la mia famiglia di origine e le amicizie, conosco bene quegli sguardi “incerti”, a volte anche un po’ compassionevoli della gente che apprende del mio “stato” di single, perché il viaggio che compio io “da sola” (e quelli che come me sono ancora non “sistemati” a questa età), è quello della vita stessa… E devo dire che io non mi sono mai completamente abituata a quegli sguardi interrogativi, della serie “questa è strana…”, così come non credo molto alla storia dell’emancipazione, purtroppo… Ancora oggi una donna “come me”, fa fatica, troppa per come la vedo io.
    Perché è difficile spiegare quanti lati positivi ci siano anche nell’essere single, perché è inutile (e anche un po’ noioso) spiegare delle difficoltà portate da una vita di dipendenza affettiva come è stata la mia e delle conseguenti scelte. Quindi si cerca di non far caso agli sguardi e andare avanti al meglio. Circondata comunque da meravigliosi affetti. Le faccio i complimenti per quanto scrive che è davvero di grande aiuto e interesse e un caloroso saluto.

    (C.)

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  2. La singletudine è accettata?
    La lettrice rimarca un fatto spesso sommerso: nella società attuale c’è il pregiudizio nei confronti dello stare soli. Non solo si considera “strano” l’adulto che gira da solo, ma anche un bambino viene guardato con occhi apprensivi se qualche volta preferisce giochi solitari. Sono stati fatti vari studi in proposito che hanno dimostrato che il fare giochi anche autonomamente può essere indice di grande competenza sociale (Ada Cigala, Paola Corsano “So-stare in solitudine”, 2004). In realtà occorre a mio avviso sviluppare entrambe le capacità: il sapersi relazionare con se stessi riuscendo a gioire di momenti passati in autonomia è complementare a buone interazioni sociali. Chi sta bene con se stesso facilmente saprà stare bene in mezzo agli altri. Quindi si può eseguire la danza che prevede passi di condivisioni che vanno verso l’esterno ma allo stesso si può rientrare in sé e vivere come momenti pieni anche quelli trascorsi in assenza di altri.

    (agc)

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