“Gli evasori ci mettono le mani in tasca”

Mario Monti a Reggio Emilia (foto G. Arlotti)

La forza travolgente di un premier in grigio è, innanzitutto, nei modi di fare e in quell’essere il presidente di tutti (contestatori compresi). Si spiega così la bella accoglienza che Reggio Emilia riserva, in occasione della festa per il 215 anno del Tricolore, a Mario Monti.
Poco importa se la piazza lo aspetta per alcuni minuti dopo l’annuncio del suo saluto ai corpi, militari e non, schierati in piazza Prampolini (la Digos sta impedendo a esponenti di sinistra sventolare una bandiera tedesca e un tricolore listato a lutto). Poco importa se non concede interviste. Poco importa se non canta l’inno al teatro Valli col pubblico. Propone uno stile e una soluzione, per l’Italia, pur sapendo di avere i mesi davvero contati (scadenza del governo primavera 2013).
Mario Monti si presenta come il presidente di tutti e il messaggio che passa nella 215 festa del Tricolore, in un 7 gennaio insolitamente tiepido, è quello della lotta all’evasione, “perché in Italia i sacrifici li dobbiamo fare tutti”, e di un’Italia che ha bisogno dell’Europa e di un’Europa che ha bisogno di tutti per continuare a crescere.

Un sindaco che guarda lontano
Tra i discorsi delle autorità (Del Rio, Masini, Errani) quello che colpisce di più è quello di Graziano Del Rio che, partito in sordina come sindaco del capoluogo, dialoga costantemente con le istituzioni a livello nazionale. Pur provenendo dalla cultura di centro sinistra, rafforzato anche dall’incarico come presidente Anci, si distingue per due interventi, prima in Salda del Tricolore e poi al Teatro Valli, in cui parla di solidarietà, sacrifici, responsabilità e, soprattutto, non parla di un’Italia divisa per fazioni.
Lancia una proposta coraggiosa “l’autonomia che dovrebbe realizzarsi in un completo superamento dei trasferimenti per lasciare ai Comuni il gettito delle imposte comunali quali l’Imu. Sarebbe, una vera rivoluzione di prospettiva e di responsabilità. Ma i sindaci chiedono anche regole simili a quelle dei loro colleghi europei. In primo luogo c’è il tema del superamento o dell’allentamento del patto di stabilità, che torniamo a sottoporle”.
Propone soluzioni da padre e statista: “nel nostro Paese, presidente, si può trovare, a molti livelli del vivere pubblico, un capitale sociale pronto a fare la propria parte per la pubblica felicità, anche a costo di sacrifici personali. Noi troviamo questo patrimonio negli imprenditori, che vivono nella propria carne la difficoltà a mantenere i dipendenti nel loro ambito di lavoro, nei dipendenti che si rimboccano le maniche con i loro datori di lavoro, nelle cooperative sociali che combattono la criminalità organizzata – in questi ultimi due giorni c’è stato un nuovo attentato a quelle cooperative della Locride, contro quei giovani che  stanno organizzando un’economia sana. Troviamo questo patrimonio nei meriti e nelle fatiche delle donne lavoratrici, madri e magari, come la sua sposa, attive anche nel volontariato”.
Una previsione? Se le logiche di partito non lo strozzeranno questo sindaco è destinato ad andare lontano.

Una festa di montanari
Singolare il fatto che pur rappresentando meno di un decimo della popolazione provinciale è una festa che parla montanaro con tanti volti noti presenti. Alla ramisetana Sonia Masini tocca il compito più arduo: nel suo intervento spiega come “il non aver proceduto con la necessaria solerzia all’abolizione delle Province espone il professor Monti, e tutti voi, ad un saluto supplementare di cui si potrebbe certo fare a meno. In questo contesto, sottraendo la Provincia, sarebbe venuta meno l’unica voce femminile e forse ciò avrebbe costituito un vero torto a realtà, quella di Reggio Emilia e dell’Emilia Romagna, che tanto devono al lavoro e alle idee delle donne”. La platea, dove siedono assessori e consiglieri provinciali applaude. I loggioni e Mario Monti no. Romano Prodi sorride.
Oltre la metà dei comuni montani rappresentati da sindaci o assessori in fascia, tra quelli che riusciamo a riconoscere Ligonchio, Castelnovo, Busana, Casina, Collagna, Baiso, Carpineti.
C’è il felinese Enrico Bini, presidente della Camera di Commercio, seduto in seconda fila, quattro posti più in là del premier. La senatrice Leana Pignedoli, in prima fila, accanto al vescovo Adriano Caprioli, defilato, cui un irriverente Renzo Lusetti non cede il posto centrale. C’è il consigliere regionale Fabio Filippi, che segue l’intera cerimonia defilato rispetto ai colleghi di maggioranza.
Tra i contestatori comunisti riconosciamo, con tanto di bandiera in mano ma accanto al simbolo del capitalismo (la banca d’Italia), Ettore Giovannini, già assessore all’ambiente a Casina. Il suo (ex) compagno di coalizione Silvano Domenichini, vicesindaco di Casina, è invece, orgogliosamente schierato a teatro con fascia tricolore. Che ne pensa Romano Prodi delle contestazioni di Giovannini & C? “Non le ho neanche viste”, taglia corto l’ex presidente della Commissione europea.
E Silvio B.? Aleggia nei discorsi di molti. Chi, ancora, polemizza per il suo mancato invito quando era presidente del consiglio a questa festa nazionale ricorrente. Ma c’è anche chi gli rende l’onore delle armi. Singolare, certo, che lo faccia il presidente del parco dell’Appennino, il senatore Fausto Giovanelli che coraggiosamente dichiara: “va riconosciuto a Silvio Berlusconi il senso istituzionale nell’essersi saputo mettere da parte per lasciare spazio a Mario Monti. Ma questo lo ha scritto anche il presidente Napolitano”.

Un premier applaudito perché
Il messaggio che lascia questa 215 Festa del Tricolore è destinato ad andare oltre la mera celebrazione ed è molto chiaro: lotta all’evasione ed Europa.
“Pochi applausi” per Monti lamenta la federazione di sinistra su youtube. Eppure, se si considera il periodo e lo stile, gli applausi sono tanti. Uno, ancora prima dell’arrivo di Monti, è quello che ci stupisce e dà il senso della celebrazione. Tra i corpi militari che sfilano innanzi al duomo, l’unico battimani che scaturisce spontaneo è riservato alla Guardia di Finanza. Pare di essere in un tempo che non c’è mai stato, alla faccia di chi ha contestato l’intervento eseguito dai finanziari nelle ricche montagne di Cortina. E a proposito di montagne ecco un premier che riesce a ricordare proprio le montagne nel suo intervento. “L’Italia è un paese ricco pur avendo una crescita che è la metà dell’Unione europea, territori montani che occupano il 54% della superficie e sono abitati solo dal 20% della popolazione. Nel mentre la cultura ecologica si va diffondendo”.
L’Italia e l’Europa è il tema, anche, del nostro editoriale. “L’Italia – attacca monti nel suo intervento per la 215° Festa del Tricolore al Valli – è legata indissolubilmente alle vicende europee. L’Italia si arricchisce di benessere economico e sociale solo marciando unita agli altri paesi e contribuendo a determinarne il modello di sviluppo”.
La storia: “I padri fondatori della nazione avevano idee opposte ma erano accumunati da amore di patria ed europeismo. Non funziona, come non funzionava allora, una Europa a due velocità. Garibaldi, guerriero eccezionale, politico disordinato e visionario, in uno dei documenti più alti della nostra storia, è quel memorandum alle Potenze d’Europa pubblicato a Napoli il 22 ottobre 1860, 20 giorni dopo la sanguinosa vittoria del Volturno sosteneva: "Supponiamo che l’Europa formasse un solo Stato… e in tale supposizione, non più eserciti, non più flotte, e gli immensi capitali strappati quasi sempre ai bisogni e alla miseria dei popoli… sarebbero convertiti invece a vantaggio del popolo in uno sviluppo colossale dell’industria, del miglioramento delle strade, nella costruzione dei ponti, nello scavamento dei canali, nella fondazione di stabilimenti pubblici e nella erezione delle scuole che toglierebbero alla miseria ed alla ignoranza tante povere creature…”.
La crisi: “Quanto danno l’Italia ha fatto ai propri figli dicendo ‘sì’ ad ogni istanza sociale nel corso degli anni. Questo ha comportato costi drammatici anche per coloro che devono ancora nascere. Ora è giunto, però, il momento dei compiti per tutti e noi continueremo a fare la nostra parte.
Una visione: “Cinquant’anni fa, nel 1961, il Centenario dell’Unità d’Italia si concluse con un manifesto dove dei bambini correndo dicevano ‘Arrivederci al 2011!’. Oggi il 2061 può apparirci lontano. Ma è un errore. Non è lontano. E’ il tempo dei nostri figli, dei nostri nipoti. L’Istat ha già pubblicato le previsioni demografiche al 2065. Conosciamo già i problemi dell’Italia del Bicentenario; la demografia, la scarsità di giovani di origine italiana, la necessità di integrare quel 17% di popolazione che sarà straniera o di origine straniera. La nostra responsabilità è quella di superare la crisi odierna, ma di riportare l’Italia sulla strada dell’accumulazione di risorse economiche e morali. Di una cosa sono certo, cari concittadini. I nostri figli, il 7 gennaio di quel 2061, qui a Reggio Emilia, festeggeranno uniti il tricolore”.

Un premier fuoriprogramma
L’applauso più lungo, al Valli, Monti lo riceve per un discorso fuori programma. Sostiene che è “Inammissibile che a fare i sacrifici siano sempre i soliti. Ci sono insostenibili elementi verso l’evasione. Certo la pressione fiscale non deve essere eccessiva e deve essere rispettosa delle persone, ma esprimo agli uomini della Guardia di Finanza e delle Agenzie delle Entrate il mio grazie”. La piazza lo aveva fatto poco prima.
“C’è una definizione della finanza pubblica che ho sempre trovato incompleta: ‘mettere le mani in tasca agli italiani’. Ebbene ci sono altre cose che mettono le mani in tasca agli italiani: gli evasori che mettono le mani nelle tasche di tutti e dei contribuenti onesti; alcuni italiani che estorcono nella cosa pubblica, nei governi centrali o locali, privilegi attraverso creando rendite di posizione. Invitiamo tutti a tenere le mani a posto”.
Orgoglio italiano: “Il premier francese Fillon mi chiedeva del sistema contribuitivo per le pensioni. Gli ho detto che lo abbiamo già adottato. E lui: ‘davvero presidente? Lo riferirò a Sarkozii che mi aveva detto che tanto era un annuncio…”.
E, contrariamente alla nota stampa ufficiale, un saluto conclusivo diverso: “Viva il Tricolore, viva l’Italia, viva l’Europa”. La sala è in piedi ad applaudire.

(Gabriele Arlotti)

 

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DOCUMENTI

Come approfondimento proponiamo i documenti sulla giornata pervenuti.
Il saluto del sindaco Graziano Del Rio

Siamo molto onorati, caro Presidente di averla qui con noi a Reggio Emilia a celebrare la festa della bandiera italiana, nata nella Sala che ha appena visitato, il 7 gennaio 1797. Oggi concludiamo simbolicamente le nostre celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, aperte un anno fa in questi stessi luoghi dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
Siamo stati felici di avere con noi il Presidente di tutti, che ha aperto un anno  intensamente vissuto dalle cittadine e dai cittadini italiani in un ritrovato senso di appartenenza.
E oggi siamo felici di poter condividere questo momento civile di unità attorno alla nostra bandiera, insieme a lei, senatore Monti, che è  il Primo Ministro di tutte e di tutti. E noi la sentiamo così.
Insieme a Lei vogliamo guardare verso il 2012, garantendo sinceramente il nostro convinto sostegno  allo sforzo, oserei dire al servizio, che Lei sta svolgendo per il nostro Paese.

La felicità pubblica e la verità
“Fa parte della memoria e della storia italiana, quanto avvenne a Reggio Emilia anni fa. Ma è una memoria e una lezione sempre viva ed attuale.
Quattro città, fino ad allora divise, si ritrovarono sotto il vessillo tricolore, nella Repubblica Cispadana, per liberare i propri cittadini, scrivendo nella Costituzione parole come unità, uguaglianza, giustizia e pubblica felicità.
Per uscire da una situazione di minorità intellettuale ed economica, quei giovani capirono che era necessario superare divisioni e dirsi la verità: e la verità era che non ci sarebbe stata vera felicità e vero futuro senza una piena libertà. E che questa libertà si sarebbe conquistata con l’impegno e il sacrificio di molti.
Dirsi la verità sulla nostra condizione, dirla apertamente, amando la Patria e con disinteresse personale: sono queste le condizioni, secondo un filosofo francese, che fanno da sempre la sostanza della democrazia, che sia quella ateniese, quella cispadana o quella italiana.
La festa di oggi ci parla dunque di città, di giovani e di felicità pubblica.
Un costituente americano, John Adams, riteneva che in fondo l’unico oggetto del buongoverno fosse proprio questo: promuovere la felicità della società.
Felicità pubblica era, per i costituenti americani come per i nostri, quella possibilità di partecipare agli affari pubblici, alla cosa pubblica, di essere protagonisti consapevoli della comunità.

Il capitale sociale di un’Italia normale, la partecipazione dei cittadini
“Pare temerario parlare di protagonismo, di felicità, di comunità, in questi giorni in cui pare che tutto si svolga al di sopra delle nostre teste, e a volte abbiamo l’impressione persino di attori, quali speculatori finanziari, o di  regole che non condividiamo.
Ma pensiamo che si possa cambiare e si può cambiare se insieme si lavora.
Qui a Reggio Emilia ci sentiamo e siamo alla pari dei nostri amici europei per le ciclabili e per le biblioteche, per la raccolta differenziata e per la gestione dell’acqua, per l’esperienza dei nidi e delle scuole dell’infanzia e per il welfare. E questo non  perché il sindaco sia bravo, ma perché le famiglie reggiane hanno assunto e interiorizzato questi servizi non solo come diritti, ma come obiettivi di civiltà e di benessere collettivo e quindi danno il loro contributo in termini di comportamenti, partecipazione, condivisione.
E così nel nostro Paese, presidente, si può trovare, a molti livelli del vivere pubblico, un capitale sociale pronto a fare la propria parte per la pubblica felicità, anche a costo di sacrifici personali. Noi troviamo questo patrimonio negli imprenditori, che vivono nella propria carne la difficoltà a mantenere i dipendenti nel loro ambito di lavoro, nei dipendenti che si rimboccano le maniche con i loro datori di lavoro, nelle cooperative sociali che combattono la criminalità organizzata – in questi ultimi due giorni c’è stato un nuovo attentato a quelle cooperative della Locride, contro quei giovani che  stanno organizzando un’economia sana. Troviamo questo patrimonio nei meriti e nelle fatiche delle donne lavoratrici, madri e magari, come la sua sposa, attive anche nel volontariato. E lo troviamo, questo patrimonio, anche in quei 600 mila giovani di seconda generazione, figli di immigrati, che cantano l’inno di Mameli, che  studiano Dante e che chiedono una cittadinanza più semplice e  più giusta, e  che spero, anche dopo l’impegno pubblico del presidente della Repubblica, troveranno l’attenzione anche di tanti nostri parlamentari.

“Per questo capitale sociale che è presente nel Paese, noi abbiamo fiducia, nonostante le tempeste di questi giorni.
Perché c’è un’Italia normale e forte, c’è un’Italia capace di vincere rispettando le regole,  capace di avere talento senza disprezzare la fatica della quotidianità o il lavoro altrui, che è solida nel chiedere diritti ed esigente nell’esecuzione dei propri doveri.
Tutti questi attori sociali chiedono - non solo a Lei, ma a tutti noi che abbiamo una responsabilità - chiedono a gran voce non di sottrarsi alla fatica ed al sacrificio, ma una maggiore giustizia sociale, una attenzione a coloro che sono più deboli e nessuna ambiguità verso privilegi e corruzione che tolgono il presente e il futuro ai nostri giovani.
Quei giovani protagonisti sia della Costituente di 200 anni fa, sia della festa di oggi. Proprio a loro abbiamo consegnato la Costituzione Italiana poco fa perché la tengano al loro fianco in questi momenti di crisi, come faro per seguire la direzione giusta.
Vogliamo e possiamo avere fiducia nei giovani, sappiamo che ogni qualvolta siano stati invitati a dare il loro contributo non ci hanno deluso, sappiamo che i dati recenti sulla disoccupazione ci convocano ad uno sforzo maggiore e più concreto perché il lavoro sia un diritto per tutti. Perché un lavoro dignitoso è non solo l’orgoglio e la possibilità di costruirsi una famiglia, ma soprattutto l’occasione per sentirsi uomini e donne vivi materialmente e spiritualmente, cittadini e protagonisti.
In fondo, Presidente, questo Paese ha fatto le sue cose migliori grazie ai giovani: erano giovani in gran parte i partigiani, i figli di Cervi, che ci hanno donato la libertà dal nazifascismo, ed erano giovani anche Nilde Iotti e Giuseppe Dossetti, che ci regalarono la Costituzione.

Le richieste dei sindaci: autonomia e riforma del patto di stabilità
“Dopo aver parlato di felicità pubblica e di giovani non posso, anche per il ruolo che sono onorato di avere come Presidente dei Sindaci italiani, concludere se non parlando delle città. Sì, perché questa Repubblica nasce con le città e vive con le città.
Ben lo sanno i nostri sindaci, che tra l’altro hanno sentito scorrere nelle loro città quest’anno qualcosa di più che una identità locale o provinciale: hanno sentito un’identità italiana.
Le città sono la spina dorsale del Paese, sono la radice in cui si può trovare l’identità del nostro Paese. E’ nelle città, in quanto comunità di persone, che la democrazia repubblicana trova linfa.
Non c’è nulla come le piccole patrie e la loro esperienza di buon governo, a cui ci si possa attaccare in un momento come questo.
Il Presidente Napolitano ci ha ricordato nel suo messaggio che la bandiera è simbolo di tanti valori, e simbolo della promozione delle autonomie sanciti dalla Carta costituzionale.
“Ancora oggi, dopo alcuni anni di un federalismo non concreto, si considerano le autonomie purtroppo non come elementi essenziali della Repubblica, al pari dello Stato, ma come gerarchicamente sottoposti al controllo. Non i Comuni come risorsa e luoghi privilegiati delle riforme e della cittadinanza e della qualità della vita, ma a volte come problema e centri di spesa. Questo, nonostante la spesa complessiva dei Comuni in termini assoluti sia passata da 70 a 67 miliardi in questi ultimi anni e nonostante  i Comuni siano responsabili solo del 2,5 % del debito pubblico.
“Questi sindaci tra poco, o forse lo hanno già fatto, dovranno spiegare ai cittadini i sacrifici richiesti e salvare i servizi loro dovuti. Lo faranno con responsabilità come per le precedenti quattro manovre. Lo faranno però chiedendo sempre più autonomia e rispetto.
Autonomia che dovrebbe realizzarsi in un completo superamento dei trasferimenti per lasciare ai Comuni il gettito delle imposte comunali quali l’Imu.
Sarebbe, questa, una vera rivoluzione di prospettiva e di responsabilità.
Ma i sindaci chiedono anche regole simili a quelle dei loro colleghi europei.
In primo luogo c’è il tema del superamento o dell’allentamento del patto di stabilità, che torniamo a sottoporle.
E’ un tema che riguarda non solo genericamente gli appalti, ma la crescita, il lavoro, l’innovazione.
Riguarda le imprese, riguarda le famiglie dei lavoratori, riguarda le opere pubbliche necessarie per i cittadini e le manutenzioni di scuole, edifici pubblici, impianti sportivi, quelle cose che fanno una comunità.

Solo l’allentamento del patto di stabilità ci permetterebbe di essere più puntuali rispetto al pagamento dei lavori già realizzati e sappiamo quanto questo tema stia assumendo risvolti drammatici. E ci premetterebbe di cominciare a ridare fiato a un meccanismo virtuoso di sviluppo e di innovazione, di creazione di opportunità di lavoro.

Un piano nazionale nidi
Nuove opportunità di lavoro che possono essere create, per esempio, con  nuovi servizi. Lei è stato presidente di un Centro studi europeo che proprio metteva nella costruzione di servizi al centro, una delle chiavi per maggior flessibilità e costruzione di posti di lavoro.
I nidi e le scuole materne mancano oggi di un piano nazionale. Proprio la mancanza di servizi educativi è sostanzialmente un ostacolo per la mancanza di lavoro a tempo pieno di 204 mila donne occupate part-time (il 14,3%) e per l’ingresso nel mercato del lavoro di 489 mila donne. Non ci è sfuggito, nelle sue parole  nella conferenza di fine anno, una sua sensibilità in questa direzione e speriamo che si possa, in un secondo momento, ridare vita a un  piano nazionale nidi, che per la prima volta proprio il governo Prodi propose al Paese.

Cambiare, ma nella Costituzione
“Soprattutto ed infine desidero dirLe che dei sindaci si può fidare. Non solo perché hanno fatto in questi anni la loro parte (forse anche la parte di altri, che sono rimaste cicale inguaribili della spesa). Ma si può fidare perché incontriamo ogni giorno per strada le aspirazioni e le angosce, le preoccupazioni e le speranze dei nostri cittadini, delle tante signore Maria che fanno questo Paese così grande e cosi degno di essere amato.
Caro Presidente,  cittadine e cittadini, davanti a  una realtà sempre più complessa e in trasformazione, assistiamo oggi a semplificazioni disarmanti, rispetto alle quali occorre reagire. Dobbiamo affrontare il cambiamento, rivedere le nostre certezze, ma l’orizzonte di riferimento deve essere chiaro.
Il nostro riferimento, qui da Reggio Emilia e per tutto il Paese, la guida del nostro vivere civile continuano a essere la Costituzione, nata dalla Resistenza, in quanto Carta dei diritti del vivere civile in grado di dare risposta all’Italia del terzo millennio.
Perché questo Paese possa pensarsi in un’Europa risanata, di crescita sostenibile, intelligente e inclusiva, nessuno di noi, in nessun ruolo, può sottrarsi a un rinnovato impegno per il proprio Paese e per i propri concittadini.
La Costituzione Cispadana del 1797, una delle prime costituzioni repubblicane,  concludeva affidandosi  ‘alla saviezza e fedeltà degli amministratori,  alla vigilanza dei padri di famiglia, all’affetto delle madri e delle spose, al coraggio dei giovani  e all’unione e alla virtù di tutti i cispadani’.
Ci serve un analogo spirito, ma insieme ce la faremo.  Viva il Tricolore, viva l’Italia”.

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Il saluto della presidente della Provincia di Reggio Emilia Sonia Masini
Desidero porgere il benvenuto al presidente del consiglio Mario Monti, alla signora Elsa Antonioli Monti e al presidente Romano Prodi. Un caloroso saluto va al sindaco di Reggio Emilia Graziano Delrio, al presidente della Regione Emilia Romagna Vasco Errani, a tutte le autorità civili, militari, religiose, ai cittadini presenti in questo teatro e a coloro che stanno seguendo le celebrazioni del 215° anniversario della nascita della bandiera italiana.

Qualcuno potrebbe pensare che il non aver proceduto con la necessaria solerzia all’abolizione delle Province esponga oggi il professor Monti, e tutti voi, ad un saluto supplementare di cui si potrebbe certo fare a meno. Mi auguro possa eventualmente consolare il fatto che, in questo contesto, sottraendo la Provincia, sarebbe venuta meno l’unica voce femminile e forse ciò avrebbe costituito un vero torto a realtà, quella di Reggio Emilia e dell’Emilia Romagna, che tanto devono al lavoro e alle idee delle donne.

Vorrei rivolgere un pensiero particolare, da subito, ai più colpiti dalla crisi economica, a coloro che non hanno lavoro e temono, o rischiano, di non avere speranza: a loro vogliamo esprimere non solo vicinanza, ma, soprattutto, assicurare l'impegno concreto, fino in fondo, come le nostre responsabilità richiedono. Le loro esigenze vanno messe in cima alla lista delle nostre iniziative e a loro occorre dire di non disperare, di non arrendersi perché la loro battaglia è la nostra. Insieme possiamo farcela, come è accaduto tante altre volte.
Vogliamo credere che il nostro Paese possa farcela, proprio partendo da quell'afflato unitario che abbiamo sentito crescere ovunque nel corso dei festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia, così efficacemente interpretato dal nostro Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Potrà farcela questa Italia partendo dalle sue espressioni migliori, dalle competenze straordinarie e dalla voglia di combattere di molti, dai talenti, dalla creatività, dalla capacità di dare qualità nel lavoro e nell'impresa.
Occorre creare le condizioni affinché ciò possa avvenire in tempi rapidi e in modo duraturo. Abbiamo bisogno di maggiore fiducia in noi stessi e nella nostra capacità di essere comunità nazionale.

Si possono accettare sacrifici e rinunce - gli italiani hanno dimostrato più volte di saperlo fare - ma a condizione che vi siano verità e scelte coraggiose che delineino con chiarezza i miglioramenti per ciascuno e per tutti, a partire dai più bisognosi e dai più attivi e onesti. Servono perciò riforme profonde che tocchino molti ambiti e molte parti del Paese e, ancora, giustizia e scelte eque che offrano opportunità vere e sviluppino il senso dello Stato e della socialità, senza mortificare ingegno e capacità imprenditoriale, riconoscendo il valore del sacrificio e della propensione al rischio.
Il nostro nemico non può essere l'accumulazione di ricchezza, se frutto di lavoro onesto e capacità. Il nostro nemico sono lo sfruttamento dei lavoratori e il mancato riconoscimento dei diritti, la speculazione in ogni sua forma, la corruzione, l'evasione fiscale. E' lì che si deve colpire con maggiore chiarezza e durezza, proprio perché in Italia per troppo tempo i comportamenti più sbagliati sono stati portati ad esempio di successo per intere generazioni.

Va recuperata l'integrità morale di un intero Paese e quella virtuosità civica che ha consentito ad altre nazioni di ottimizzare le proprie risorse. La pubblica amministrazione dovrebbe essere un esempio - e certo in essa risiedono tante competenze e buone pratiche di lavoratori, funzionari, amministratori - ma nel suo complesso non funziona più. Troppe sovrapposizioni, inutili procedure, leggi, regolamenti, circolari, direttive che si susseguono incessantemente e talvolta incomprensibili o in contrasto l'una con l'altra, finendo in realtà per mortificare le migliori intenzioni e deresponsabilizzare sul raggiungimento dei risultati. Si faccia perciò quel che si deve e, se si vuole, si parta pure dalle Province, che così vuole la moda del momento. Ma senza illudere nessuno che riforme parziali o inadeguate possano risanare la spesa pubblica e far funzionare lo Stato.
Si potranno abolire le Province certo ma non la provincia, che non è una semplice sommatoria di comuni, non tanto e non solo uno spazio geografico o un’entità amministrativa contemplata dalla Costituzione, ma un luogo costruito dalla storia.
Come l'ha definita il professor Marino Niola "il nocciolo duro dell'antropologia nazionale, fatta più di un popolo che di cittadinanza, di comunità più che di società", una fabbrica vera dell'identità italiana, un elemento di coesione sociale e territoriale, senza la quale non vi è sviluppo equo.
Se ne cambino pure dimensioni e funzioni, ma contemporaneamente ai cambiamenti necessari e maturi nelle altre articolazioni dello Stato e rappresentanze democratiche, altrimenti l'effetto potrebbe essere opposto alle aspettative.
Possiamo certo prevedere errori nei cambiamenti, ma non ce ne potremo permettere molti. Sarà perciò meglio fare bene insieme, se possibile in ogni campo, capitalizzando il sapere che ciascuno ha acquisito onestamente nel proprio percorso di vita e di lavoro.

L'attività autorevole ed incessante del nostro Presidente del consiglio in Europa ci è di grande conforto. Crediamo nell'Europa come possibile e migliore evoluzione dell'assetto statuale dei Paesi che la compongono e, al tempo stesso, temiamo le resistenze, le chiusure, le arretratezze evidenti in vari ambienti. Vorremmo che accanto all'impegno così significativo di alcuni veri statisti, che continuano l'opera dei padri e delle madri costituenti, si desse impulso all'Europa dei giovani per i quali, come mi ha detto uno di loro, l’Europa è casa. Essi vivono il rapporto con i loro coetanei con grande naturalezza. L'Europa è già nelle loro “corde”, quando imparano le lingue o ne
conoscono meglio le diverse città per studio o per lavoro.

Ai nostri figli ventenni che ci chiedono, con un fondo di angoscia, “ma noi in una situazione così difficile cosa possiamo fare?”, potremmo rispondere con le parole del premio Nobel San Suu Kyi: "Ci vuole coraggio per levare gli occhi dalle proprie necessità e per vedere la realtà del mondo intorno a sé.....Ci vuole ancora più coraggio per non voltare le spalle, per non farsi corrompere dalla paura. Non ti puoi aspettare ti restare seduto senza agire…coraggio di vedere, di sentire, di agire”.
Investiamo dunque sui nostri giovani, diamo loro vere opportunità nella fase nuova che si sta aprendo, anche in Italia, si punti decisamente su di loro e si investa finalmente in modo limpido e con adeguate risorse sull'educazione, la formazione, la ricerca, le nuove tecnologie.
Si costruiscano nuove scuole e si rendano più sicure quelle esistenti, aprendole tutte, facendole divenire il centro di una rinascita intellettuale e morale del Paese. E si investa prioritariamente sui nidi e sulle scuole dell'infanzia, ponendo da subito le basi per un’equa società della conoscenza.
Abbiamo capito a Reggio Emilia di quale miracolo economico sono capaci i servizi quando sono dedicati alle persone e liberano energie manuali ed intellettuali di uomini e donne.
Più scuole, più servizi, più protezione sociale, più libertà per tutti e più lavoro, anche per le donne, più Pil di qualità. E' questo il nuovo circuito virtuoso da innescare. Per una tale prospettiva varrebbe la pena impegnarsi con nuovo entusiasmo.
Quando qualcuno ripenserà a questi anni, vissuti freneticamente e spesso senza comprendere il vero senso delle cose, malgrado l'impressionante mole di informazioni disponibili, e si chiederà che cosa si è tentato di fare, con quali azioni messe in campo, bisognerebbe poter rispondere che è stato fatto molto da ciascuno, posto in condizione di dare il meglio di sé e, come accadde ad Andrea Zanzotto, il grande poeta scomparso recentemente, nonostante tutto di non rinunciare a credere nella poesia, intesa come talento, che fu della sua prima giovinezza.

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L’intervento del premier Mario Monti

Signor Presidente della Regione Emilia Romagna,
Signora Presidente della Provincia,
Caro sindaco Del Rio
Autorità religiose, civili, militari,
cari cittadini di Reggio Emilia
Un anno fa, in questa sala, in occasione della festa nazionale della bandiera, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rivolse a tutti noi italiani un appello affinché non venisse perduta l’occasione delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Rivolse un pressante invito, soprattutto alle istituzioni, Governo, Parlamento, ai partiti e alle forze sociali, agli enti territoriali a “non ritrarsi” da questa riflessione collettiva sul senso ultimo della nostra comunità.
L’Italia non ha perso quell’occasione.
Oggi possiamo dire che quell’appello è stato raccolto da tutti, con entusiasmo inatteso; cittadini,associazioni, comunità ed enti territoriali hanno risposto in una misura sorprendente.
Quell’appello è stato colto proprio nel segno del tricolore, di quella bandiera nata 215 anni fa in questa terra. Quanti tricolori abbiamo visto appesi alle finestre delle nostre case, delle famiglie italiane? Milioni. In tutta Italia, in ogni Regione, in ogni città.
Che cosa hanno voluto dirci, a noi responsabili delle istituzioni, quei gesti semplici?E’ una domanda che i cittadini ci hanno posto e continuano a porci. In primo luogo, il gesto di appendere la bandiera ai balconi, alle finestre, ci invita nei nostri comportamenti a cercare sempre di essere all’altezza del tricolore.
Quel gesto spontaneo ha reso viva, attiva, la scelta dei Padri Costituenti di iscrivere il tricolore italiano come “principio”, all’articolo 12 della Costituzione. Non simbolo, ma principio costitutivo della Repubblica.
Se vogliamo andare oltre il gesto in sé, gli italiani ci chiedono prima di tutto di parlare e di spiegare la crisi economica che stiamo vivendo in spirito di verità. In secondo luogo – di fronte alla crisi – ci chiedono di capire in che direzione i sacrifici porteranno la nostra Nazione. Ci chiedono infine di spiegare meglio il nostro ruolo in Europa.
L’Italia, fin dai tempi della nascita di quella bandiera è legata indissolubilmente alle vicende europee. Nella nostra storia, possiamo affermarlo con certezza, l’Italia ha progredito, si è arricchita di conoscenza e di benessere, solo quando ha saputo marciare insieme agli altri popoli europei, solo quando ha saputo contribuire attivamente alla storia della civiltà europea, a determinarne il modello di sviluppo, morale ed economico.
La Presidenza del Consiglio in questo 150° anniversario ha onorato con la costruzione di moderni “memoriali” i protagonisti del Risorgimento – tra loro avversari -, come Giuseppe Mazzini e il conte Camillo Benso di Cavour. Penso a Quarto dei Mille, al Gianicolo, alla Domus mazziniana a Pisa, alla Stazione Tiburtina, a Caprera. Quei padri fondatori avevano tra loro idee opposte. Ma li accomunava un enorme amor di patria, un europeismo profondo.
Non era un’Europa a due velocità, quella alla quale pensavano Mazzini e Cavour. Era un’Europa inconcepibile senza la presenza attiva dei popoli mediterranei, area strategica, allora come oggi. Oggi assistiamo all’avvio di una sorta di risorgimento dei popoli della sponda sud del Mediterraneo, con mille problemi e contraddizioni, ma abbiamo il dovere di offrire loro modelli e riferimenti, con apertura e comprensione. L’area dell’euro devo continuare a rappresentare un’àncora e un riferimento sicuro, in tutta la sua estensione geografica. Vogliamo anche noi un’Europa con i conti in ordine; un’Europa che sappia assicurare stabilità, anche accettando meccanismi molto severi; essi sono nel nostro comune interesse. Ma nessuno può immaginare un’Europa che rinunzia a crescere. Non è un problema di Nord o Sud. Nessun Paese europeo è tanto forte da poter andare avanti da solo ad affrontare le grandi economie mondiali. L’Europa ha necessità di attuare politiche comuni e coordinate di crescita, nella stabilità finanziaria. L’Italia ha dato alla stabilità dell’area euro un contributo decisivo con la potente azione deliberata dal Governo con il decreto del 6 dicembre - approvata dal Parlamento in via definitiva il 23 dicembre, in tempi eccezionalmente brevi, che testimoniano la volontà compatta dell’Italia. Ora il momento dei compiti è giunto per tutti. Nessuno pensi di poter fare a meno degli altri. L’Europa supererà la crisi solo con un’azione convinta e unita di tutte le componenti dell’Unione. Noi faremo la nostra parte, memori di essere uno tra i paesi fondatori dell’Unione.
I protagonisti del nostro Risorgimento avevano nella mente l’Europa, e nel cuore un pacato ma saldo orgoglio dei nostri valori nazionali. Uno dei documenti più alti della nostra storia, è quel memorandum alle Potenze d’Europa che Giuseppe Garibaldi pubblicò a Napoli il 22 ottobre 1860, 20 giorni dopo la sanguinosa vittoria del Volturno e quattro giorni prima dell’incontro con Vittorio Emanuele II a Vairano-Teano. Garibaldi, che era un guerriero eccezionale, un intellettuale appassionato, un politico disordinato ma visionario, scriveva così, profeticamente: "Supponiamo che l’Europa formasse un solo Stato… ed in tale supposizione, non più eserciti, non più flotte, e gli immensi capitali strappati quasi sempre ai bisogni e alla miseria dei popoli… sarebbero convertiti invece a vantaggio del popolo in uno sviluppo colossale dell’industria, del miglioramento delle strade, nella costruzione dei ponti, nello scavamento dei canali, nella fondazione di stabilimenti pubblici e nella erezione delle scuole che toglierebbero alla miseria ed alla ignoranza tante povere creature…".
L’Italia era un paese poverissimo al momento dell’unificazione. La situazione economica era drammaticamente peggiorata nei primi due decenni dell’Ottocento. L’aspettativa di vita era inferiore del 30% alla media europea. L’agricoltura impiegava mezzi e metodi primitivi. Mancava l’energia. Anche le città più ricche del Nord erano devastate da epidemie di colera. Il territorio, soprattutto al Sud, era privo di infrastrutture. Gli italiani vivevano e morivano nell’analfabetismo. Anche l’Italia appena unificata venne investita da una rivoluzione tecnologica e da una globalizzazione dei commerci. Non fu semplice reggere il mercato, per la navigazione italiana, per il tessile, la produzione di vino e di prodotti per i consumi di lusso mondiali, per le prime embrionali industrie. Lo sviluppo fu lento. Ma gli italiani avevano il desiderio di avanzare, di progredire, anno dopo anno.
Il progresso in questi 150 anni è stato enorme, ma non ha cancellato completamente il divario rispetto alle migliori performance europee. I livelli di infrastrutture, che qualche anno fa erano all’avanguardia, oggi sono obsolete e avrebbero necessità di un generale rilancio. Le nuove tecnologie, la banda larga, oggi è una rete decisiva per la competitività del sistema. Nel 2009 i laureati nella fascia d’età tra i 25 e i 64 anni in Italia non superano il 15%, contro una media europea del 30%. E la situazione migliora troppo lentamente, se nelle fasce di età tra i 25 e i 34 anni, i laureati si collocano al 20% contro una media Ocse del 37%. Anche i diplomati sono ancora troppo pochi: il 54% della popolazione adulta contro una media Ocse del 73!
Dobbiamo tutti studiare di più. Ce lo impone l’impressionante trasformazione tecnologica e di conoscenze che ha investito il mondo e che è all’origine della redistribuzione internazionale del lavoro. Se l’Italia da circa 15 anni cresce meno degli altri Paesi europei, noi dovremmo tra l’altro, urgentemente, migliorare il nostro capitale umano, dedicando a ciò le nostre migliori capacità intellettuali.
E’ vero che dobbiamo guardare alle statistiche con mente aperta e senza semplicismo. Il “gap” di competitività dell’Italia rispetto al resto d’Europa esiste. Ma esiste anche una forza e una vitalità della società e dell’economia italiana che hanno reso il nostro Paese molto flessibile, capace di adattamento. Le famiglie italiane, ma anche le nostre imprese, sono tra le meno indebitate dei paesi industrializzati; la ricchezza netta del settore privato è assai elevata, oltre 8 volte il reddito annuo; siamo dunque in grado di finanziare il nostro debito pubblico. Abbiamo un territorio presidiato in ogni punto del Paese, nonostante il 54% di esso sia montano e raccolga solo il 20% della popolazione; la cultura ecologica si sta diffondendo; anche nelle regioni meridionali assistiamo a un forte miglioramento degli indicatori di raccolta differenziata. Gli indicatori di un Paese vanno guardati nel loro complesso, non solo quelli che interessano i mercati dei titoli di Stato.
Il vero orgoglio del nostro Paese è questa eccezionale base industriale – di cui la vostra terra è ricchissima - costituita di piccole e medie imprese, ma anche ormai di centinaia di “multinazionali tascabili”; questo tessuto lo vediamo nei dati sull’export miracolosamente reggere alla concorrenza sfrenata di ogni genere di produttori, anche alla competizione drammatica di aree che sfruttano il dumping sociale.
Il Governo della Repubblica crede profondamente che l’Italia di domani debba continuare ad essere una grande economia industriale, fondata sulla produzione diffusa, con imprese più grandi, più capitalizzate, più internazionali.
Il tavolo sul lavoro che si sta per aprire dovrà confermare questi principi e favorire l’investimento e l’occupazione, con azioni fiscali come la detrazione dall’IRAP della quota lavoro e dal bonus fiscale per le assunzioni a tempi indeterminato per i giovani, in particolare al Sud; il sostegno fiscale alla capitalizzazione delle imprese attraverso l’introduzione dell’ACE è una misura di cui siamo fortemente convinti.
Se guardiamo dentro noi stessi sappiamo che ce la faremo. Il capitale di energie e di conoscenze degli italiani ha sempre risposto nei grandi momenti di difficoltà.
Certo, sappiamo di aver chiesto sacrifici a tutti. Ma il Governo seguirà come sua stella polare la ricerca della giustizia sociale, dell’equità.
Abbiamo già deliberato importanti strumenti contro l’evasione fiscale e contributiva. Continueremo su questa strada. E’ inammissibile che i lavoratori sopportino sacrifici pensanti mentre una porzione importante di reddito sfugge a ogni tassazione, accrescendo così la pressione tributaria su chi non può sottrarsi al fisco.
Equità sociale in Italia è anche e soprattutto l’azione di ridurre le aree di rendita e di privilegio. Creare concorrenza in settori protetti non è un’azione contro questo o quel gruppo professionale, ma è una esigenza vitale del Paese per ridare fiducia ai giovani, che se messi in condizioni sanno creare essi stessi, da soli, tante nuove occasioni di impiego.
Abbiamo avviato con il Ministro della Giustizia e il Ministro della Funzione Pubblica una riflessione sugli strumenti per dare una scossa e una accelerazione potente alla lotta contro la corruzione, che divora risorse, crea discredito verso le istituzioni, centrali e territoriali, frena gli investimenti esteri in Italia.
Su tutti questi punti, in diversi momenti decisionali, il Governo opererà con provvedimenti legislativi ed amministrativi.
Quello che oggi volevo trasmettervi non è qualcosa su un aspetto o un altro del programma di Governo, ma sullo spirito con il quale lo viviamo.
Dobbiamo operare con urgenza per sbloccare il Paese, per far saltare i colli di bottiglia che lo rendono più lento degli altri. Alcune azioni devono essere avviate per ottenere risultati immediati, nel giro di mesi, altre azioni vanno avviate ma necessiteranno anni per produrre risultati. Eppure, sono ancora più importanti.
L’occhio con il quale affrontiamo la crisi non deve essere quello del breve periodo. Anche nei momenti di emergenza, dove gli eventi assorbono l’intelligenza e accorciano la visuale, dobbiamo avere la forza di guardare al periodo più lungo, alla responsabilità che abbiamo nelle generazioni.
Cinquant’anni fa, nel 1961, il Centenario dell’Unità d’Italia si concluse con un manifesto dove dei bambini correndo dicevano “Arrivederci al 2011!”.
Oggi il 2061 può apparirci lontano. Ma è un errore. Non è lontano. E’ il tempo dei nostri figli, dei nostri nipoti. L’Istat ha già pubblicato le previsioni demografiche al 2065. Conosciamo già i problemi dell’Italia del Bicentenario; la demografia, la scarsità di giovani di origine italiana, la necessità di integrare quel 17% di popolazione che sarà straniera o di origine straniera.
La nostra responsabilità è quella di superare la crisi odierna, ma di riportare l’Italia sulla strada dell’accumulazione di risorse economiche e morali.
Di una cosa sono certo, cari concittadini. I nostri figli, il 7 gennaio di quel 2061, qui a Reggio Emilia, festeggeranno uniti il tricolore.

* * *

La lettera consegnata al premier dai sindacati per voce di Margherita Salvioli Mariani

Al Presidente del Consiglio dei Ministri
Professor Mario Monti

Illustrissimo Signor Presidente,
cogliamo l’occasione della sua gradita venuta a Reggio Emilia, per le celebrazioni della Giornata del Tricolore, per rappresentarLe il punto di vista delle Organizzazioni sindacali dei lavoratori sulla situazione economica, occupazionale e sociale di questo territorio, nel quadro della complessiva vicenda segnata dalla crisi economico-finanziaria nazionale e internazionale.
Premesso che:
la provincia di Reggio Emilia è da tempo caratterizzata da una fortissima vocazione industriale, con una prevalenza del settore metalmeccanico, a fianco di un’importante industria ceramica, del settore agro-alimentare e di quello della moda;
questa vocazione manifatturiera ha consentito una forte crescita occupazionale, fino a traguardare nel periodo precedente la crisi economica del 2008, tassi di occupazione, anche femminili, superiori agli obiettivi di Lisbona 2010 e percentuali di disoccupazione tra i più bassi in ambito nazionale;
questa crescita occupazionale ha trainato un rilevante flusso migratorio, sia dal sud del Paese, sia, in modo particolare, da altre nazioni extraeuropee (nell’arco di dieci anni la popolazione straniera residente in provincia è passata dal 4.5% al 13% del totale, raggiungendo la soglia di 70.000 persone);
la coesione sociale è stata sempre un punto di forza di questo territorio, caratterizzato da una rilevante capacità di investire sul welfare, quale strumento principe per garantire un adeguato livello di benessere sociale;
allo stesso modo, la distribuzione del reddito, il contenimento dei fattori di disuguaglianza sociale, sono stati un elemento distintivo di questa provincia (come del resto in gran parte della regione), frutto anche della crescita del sistema di relazioni e dello sviluppo della contrattazione collettiva, nei luoghi di lavoro e nel territorio.
Questa breve premessa era necessaria per descrivere la storia più recente e la condizione attuale.
I tre anni che abbiamo dietro le spalle sono stati sicuramente tra i più difficili degli ultimi decenni. La crisi iniziata nel 2008 ha colpito maggiormente dove la vocazione manifatturiera e la capacità di esportazione dei prodotti sui mercati internazionali erano più intensi. E’ il caso del territorio di Reggio Emilia, che ha avuto tra il 2009 e il 2010 una regressione del Pil ai livelli di dieci anni fa, una fortissima caduta della produzione industriale ed un ricorso agli ammortizzatori sociali che, nel pieno della crisi, avevano coinvolto ben oltre 30.000 lavoratrici e lavoratori, in gran parte nei settori industriali.
Ancora nel 2010 le ore complessive di CIG autorizzate dall’INPS hanno raggiunto il numero (mai così alto nella nostra provincia) di 16.600.000 ore, circa la metà delle quali dovute al ricorso agli strumenti in deroga. Ciò corrisponde a circa 12.000 “lavoratori equivalenti” a zero ore, per i quali è stato salvaguardato il posto di lavoro.
Per attraversare quella crisi sono state fondamentali le centinaia d’intese sindacali che, luogo di lavoro per luogo di lavoro, in tutti i settori, sono state realizzate. Ciò, entro la cornice di un Accordo tra la Regione e l’insieme delle Parti sociali, che ha non solo messo in campo strumenti nuovi (ammortizzatori in deroga), ma ha indicato, come obiettivo condiviso da tutte le Parti, la difesa dei posti di lavoro e la salvaguardia della capacità produttiva del sistema industriale regionale.
Un risultato quindi molto importante, di forte tutela rispetto alle conseguenze  sociali della crisi. Ciò nonostante, l’aumento della disoccupazione è stato evidente, con il passaggio da poco più del 2% al 6%, che ancora oggi misuriamo: giovani, donne e immigrati sono state le categorie più penalizzate.  E buona parte della nuova occupazione, l’85%, è caratterizzata da contratti a tempo determinato.
Ma l’azione sindacale non si è fermata all’esclusivo aspetto, pur fondamentale, del lavoro. Importante è stata  la concertazione territoriale con le istituzioni pubbliche, che ha dato luogo ad accordi che hanno cercato di accompagnare lavoratori, pensionati e famiglie nell’attraversare questa crisi. Sono stati accordi che hanno previsto nella quasi totalità dei comuni della Provincia l’abbassamento di rette e tariffe dei servizi, il blocco dei mutui (con le istituzioni ed alcune delle principali Banche, la sospensione degli sfratti per morosità e la prevenzione di quest’ultimi (con Istituzioni, Acer e le associazioni dei piccoli proprietari), la rateizzazione delle bollette del gas e della luce (con Iren), lo sconto sulla spesa per alimentari (con la Cooperazione di consumo), e che hanno riguardato coloro che sono stati colpiti dalla crisi.
Ora, il 2011 è stato un anno d’importante ripresa, complice lo stretto collegamento tra l’industria di questo territorio e l’andamento dell’economia tedesca, insieme con una nuova crescita dell’export. Fino a settembre, cioè fino al riaprirsi della nuova congiuntura internazionale (quella legata alla crisi dei “debiti sovrani”), l’andamento di produzione, fatturato e ordinativi avevano consentito di riassorbire quasi completamente la caduta avvenuta, in particolare, nel corso del 2009: sul piano produttivo, ma non su quello occupazionale. Ciò nonostante, avere salvaguardato la continuità dei rapporti di lavoro di alcune migliaia di operai, impiegati, tecnici, nel pieno della crisi, oltre alle ovvie rilevantissime implicazioni che questo ha avuto sul piano sociale, ha consentito a tante aziende di poter raccogliere le opportunità date dalla ripresa, potendosi avvalere di maestranze qualificate e professionalizzate
Questa fase di ripresa sembra tuttavia destinata a una nuova interruzione: gli effetti della nuova crisi finanziaria internazionale hanno già generato una contrazione degli ordinativi e, soprattutto, si è determinata una preoccupante stretta creditizia verso le imprese. Le piccole imprese e il sistema della subfornitura registrano le maggiori difficolta'.
Già nel mese di ottobre abbiamo registrato una nuova crescita del ricorso alla CIG Ordinaria; da questo mese di gennaio prevediamo nuovi casi aziendali di ricorso alla CIG Straordinaria. Questo –non va dimenticato-, si aggiunge alla quota ancora molto significativa di lavoratori coinvolti da ammortizzatori sociali di tipo “strutturale” (CIGS e Contratti di Solidarietà: quasi 5.000) e a quelli che in questi anni hanno perso il posto di lavoro, essendo privi di tutele.
Sono circa 11.000 i lavoratori che a fine anno erano complessivamente coinvolti dall'utilizzo delle varie forme di cassa integrazione; si prospetta la messa in mobilita' di diverse altre centinaia di lavoratori, che allungheranno una lista che  attualmente supera le 5.200 unita'. In particolare quando l’uscita dal lavoro riguarda lavoratori stranieri, al problema della disoccupazione si aggiunge quello relativo diritto di cittadinanza, in quanto in poco tempo diventano clandestini. Una condizione di nuovo allarme sul piano occupazionale e per gli effetti sociali della crisi, che richiede di essere affrontata con mezzi, strumenti e politiche di natura straordinaria.
Con la Regione Emilia Romagna è stato sottoscritto da poco un nuovo Accordo (Il “Patto per la crescita intelligente, sostenibile e inclusiva”) che crediamo rappresenti un contributo di grande valore per delineare nuove strategie di uscita dalla crisi e per definire nuove traiettorie di crescita per il territorio emiliano romagnolo. Tuttavia, molto dipenderà dallo scenario nazionale e internazionale; ma, soprattutto, dalle scelte che saranno approntate in ambito italiano ed europeo.
Non vogliamo con questa missiva allargarci ad ambiti che competono altri livelli delle nostre rispettive Organizzazioni, le quali, per altro, hanno già espresso con chiarezza le valutazioni sulla manovra finanziaria proposta dal Governo da Lei guidato e votata dal Parlamento nelle scorse settimane.
Da questo punto di vista, vogliamo solo sottolineare come le preoccupazioni sugli effetti recessivi della manovra (pur nella consapevolezza della situazione di emergenza del Paese sul piano finanziario) siano del tutto fondate, in particolare alla luce delle previsioni economiche per il 2012. Anche a noi pare evidente che il profilo d’iniquità di alcune scelte, oltre a rappresentare un problema in sé assai rilevante, avrà certamente un effetto sul livello dei redditi, sulla capacità di spesa delle famiglie, con conseguenze quindi sull’economia in senso più complessivo.
A questo va aggiunto il fatto che il prodursi –cumulativo, per effetto delle diverse manovre del 2011 e degli anni precedenti- di tagli alle risorse destinate al sistema delle Autonomie Locali, alla loro capacità di spesa e d’investimento, sta pregiudicando fortemente la tenuta del welfare locale, rendendo quindi più fragile la capacità di risposta ai numerosi bisogni sociali (quelli indotti dalla crisi e quelli che sono connessi alle trasformazioni socio-demografiche), proprio in una fase nella quale la capacità di risposta e tenuta del sistema dovrebbe essere più alta, con l’evidente rischio di un ulteriore allargamento delle disuguaglianze sociali.
Ma il punto, per giungere alla conclusione, è in particolare un altro. Il Governo da Lei guidato, come Lei stesso ha annunciato, è in procinto di avviare la cosiddetta “fase 2”, quella che si propone di definire politiche di sostegno alla crescita economica. A questo proposito abbiamo ritenuto utile ripercorrere alcune tappe fondamentali della gestione della crisi (quella dei tre anni scorsi e quella nuova in atto), nel territorio e nella regione, per rappresentarLe il convincimento che, nonostante le tante difficoltà ancora presenti e i problemi rilevanti che ancora si prospettano, ci sia un possibile modello di riferimento, utile anche per lo scenario nazionale, e per le scelte che in quell’ambito saranno compiute, per almeno tre ragioni:
La concertazione con tutte le Parti sociali e il ruolo che s’intende riconoscere al movimento sindacale confederale (tutto) rappresenta non solo un valore che ha solide basi e riferimenti storici, ma può consentire, ancora oggi e per il futuro, di traguardare obiettivi, seppur difficili e complessi, che attengono le più importanti materie riguardanti le prospettive del Paese, sul piano economico, sociale, oltre a quello del lavoro.
Bisogna rimettere il “lavoro” al centro di un piano straordinario, che guardi ai fattori di nuovo sviluppo, di crescita, d’innovazione e capacità d’investimento del sistema produttivo, di sostegno alla ricerca e all’istruzione, come gli elementi determinanti per fare uscire questo Paese dalla crisi. Il lavoro, primo diritto costituzionale, va tutelato e protetto, va reso meno precario, va rafforzato il welfare, se davvero vogliamo dare un futuro alle giovani generazioni. Non è agendo sui diritti dei lavoratori, riducendo le tutele, che si creeranno nuove opportunità di lavoro e di crescita.
L’azione del Governo deve essere finalizzata a sostenere e consolidare il sistema di relazioni e di contrattazione tra le Parti sociali, a partire dalla piena e corretta attuazione, a ogni livello e in tutte le imprese, delle intese interconfederali che regolano la contrattazione collettiva e la rappresentanza, garantendo il pieno rispetto ed esercizio delle libertà sindacali.
A queste tre fondamentali questioni ne aggiungiamo una, che riguarda l’Europa. Anche da questo territorio, inserito in un’area tra le più rilevanti e sviluppate del continente, ci attendiamo che l’azione di questo Governo –che esprime una vocazione europeista che ci sentiamo di condividere - contribuisca a determinare un profondo cambiamento nelle politiche europee: sul piano politico-istituzionale, sul piano economico-finanziario e su quello fondamentale della integrazione sociale.
Lo diciamo, di fronte alla evidenza della totale inadeguatezza delle attuali politiche messe in campo dall'Europa per affrontare la crisi; di fronte all'errore che deriva dall'aver deciso le attuali misure di austerità e al rischio sociale che si corre quando le logiche della finanza determinano le scelte politiche agite dai governi, col risultato di misure che pesano in modo preponderante sulle fasce più deboli. Viceversa, e' essenziale per l’Europa individuare una nuova traiettoria di progresso e di sviluppo per l’insieme delle nazioni che la compongono, raccogliendo anche le proposte avanzate in questa direzione, da tempo, dal movimento sindacale europeo.
La ringraziamo per l’attenzione che ci vorrà riservare.
Cordiali saluti.
Mirto Bassoli, segretario provinciale Cgil, Margherita Salvioli, segretaria provinciale Cisl, Luigi Angeletti, segretario provinciale Uil

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6 Commenti

  1. Professore, cambiano le mani ma le tasche sono sempre quelle!

    (Alessandro)

    Rispondi
  2. Alessandro, questo è lo spirito classicamente italiano che ha rovinato l’Italia: criticare sempre e comunque a tutti i costi. Monti è un bravo ragazzo e sta qui per aiutarci. Vado controcorrente ma per una volta devo dirlo: W Monti W l’Italie!!

    (Gianni Debostoli)

    Rispondi
    • Monti è un bravo ragazzo?
      Mi scusi Sig. Debostoli, Lei quanti anni ha?
      … e sta qui per aiutarci?
      ci siamo appena liberati dall’ unto dal Signore, per arrivare all’ Angelo Custode?

      Con sincera simpatia.

      (mv)

      Rispondi
    • Sig.Debostoli la mia piu’ che una critica e’ una considerazione dei fatti. Il Professor Monti ha per il momento aumentato e riproposto tasse abolite, niente di nuovo quindi. Inoltre le persone vessate sono ancora “i soliti noti” dipendenti e pensionati, per non parlare del prezzo della benzina ormai inaccettabile e di una pensione diventata miraggio e misera. Avrei sinceramente applaudito se come prima (o seconda) cosa avesse diminuito sensibilmente lo stipendio dei politici, oltre a ridurne il numero. Ma questo e’ qualunquismo immagino. Comunque W l’Italia e speriamo di farcela …..

      (Alessandro)

      Rispondi
  3. I contestatori non erano tutti comunisti, ovviamente, e coloro che hanno fatto finta di non vederli e sentirli (Monti, Prodi ecc..) hanno fatto proprio una brutta brutta figura.
    Cordialmente

    (Francesca D.)

    Rispondi
  4. Sono unm europeista da sempre. Ho promosso e realizzato ben due gemellaggi per favorire il nascere di un’Europa dei popoli e un’Europa .politica con un solo governo e con intenti condivisi dai popoli che giustamente rappresentano le varie culture e le varie aspirazioni. Purtroppo dopo molti anni di impegno personale devo ancora constatare che esiste soltanto l’Europa dei mercati e della finanza che cerca di imporre anche leggi morali e regole di vita derivanti esclusivamente da chi detiene il potere economico. Non demordo, spero ancora che con persone oneste come Monti e credenti ad una vera Europa dei popoli, questo grande Stato possa eguagliare o comunque prendere esempio dagli Usa.

    (Bruno Tozzi)

    Rispondi

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