Londra, città multiculturale per eccellenza, si prepara alle Olimpiadi

Scrive Renato Zilio, missionario scalabriniano, da Londra.

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L a scuola cattolica elementare vicino alla cattedrale di Westminster anche oggi prega per la pace nel mondo. Il loro vistoso calendario intanto segna un giorno in meno per l’inizio delle olimpiadi. Bambini di ogni colore e cultura si addestrano durante il giorno a costruire la vita dei santi, con ricerche, domande a casa, informazioni raccolte. Originale iniziativa che acquista una valenza speciale per queste olimpiadi. «È dare il meglio di sé», sottolinea un insegnante parlando dei santi, come fa ogni atleta. Così, culture e mentalità differenti si amalgamano nel disegnare volti differenti della santità. Si prepara in questo modo il domani.

Città multiculturale per eccellenza, Londra vive nelle maniere più diverse quest’appuntamento con il mondo: le olimpiadi. Lo fa con l’entusiasmo che si indovinava già due anni fa, osservando maxi-cartelloni con scritto: «Every 2012» cioè «Ogni 2012 anni», tanti ne servono per un avvenimento così! È il fatto di essere sotto gli occhi del mondo. Un effetto «mirror» (specchio) di cui questa metropoli di otto milioni di abitanti con 300 lingue parlate è ben cosciente. Celebrare i giochi olimpici è celebrare se stessa, «a celebration of different cultures», ricorda un depliant, oltre che una vetrina di eccellenze sportive.

Boris Johnson, rieletto sindaco di Londra il 4 maggio, in occasione di un’iniziativa di un gruppo cristiano con una pubblicità sui bus contro i gay, sostiene che la città è intollerante con l’intolleranza. «Londra è nota per essere una città tollerante, dove ogni nazione del mondo può vivere fianco a fianco», riflette James Parker, coordinatore della Chiesa cattolica per i Giochi olimpici. «Qualsiasi crisi economica può frammentare ciò che è buono in una nazione. Tuttavia, i Giochi olimpici sembrano essere il collante che tiene la Gran Bretagna veramente come un Regno “Unito”. Insieme per servire e accogliere il resto del mondo questa estate». Per questo, da tempo Trafalgar square, il cuore della città, batte il countdown (conto alla rovescia) sotto gli occhi di turisti e passanti.

La città si suddivide in quartieri, per cui più che un melting pot si presenta come un salad bowl, un’insalatiera dove ognuno vive in un certo senso con i suoi, dove anche le strade hanno il sottotitolo in hindi, arabo, ecc.

Così, nell’East End vivono indiani e pakistani. A Stamford Hill, una consistente comunità di ebrei ortodossi. Ad Harringay, grandi comunità turche e greche. La zona di Southall è una vera India in miniatura. Per non parlare di Chinatown. La dinamica dell’inclusione (inclusion strategy) è parte integrante della cultura inglese ed è in grado di comporre le differenze di stili o di culture. A ciò si aggiunge il senso pratico britannico, quel pragmatismo che sa diventare punto-forza, mettendo da parte le ideologie.

Nonostante la crisi economica, la problematica sollevata dai disordini scoppiati in Inghilterra nell’estate 2011, la tensione e la sofferenza in varie fasce di popolazione questa città sembra conservare il suo carattere. E lo rivela immediatamente a quei centinaia di giovani italiani che ogni anno arrivano qui attratti dal sogno di «vivere alla frontiera». È quella scomoda, stategica posizione che educa all’empatia con l’altro, alla complessità del mondo, a qualcosa di nuovo e di originale da costruire insieme ad altri. Un mondo dove il pluralismo sia un marchio di qualità. Anche la società italiana e quella europea sapranno vincere questa sfida?

 

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