Pubblicati in un libro (e proposti in traduzione italiana dal latino) gli Statuti estensi di Minozzo

E' uscito da pochi giorni un libro che edita e propone la trascrizione latina e la traduzione italiana degli Statuti dell'antica Podesteria di Minozzo, a cura di Gemma Bonicelli. Qui di seguito le presentazioni del minozzese Giuliano Corsi e di Clementina Santi.

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Motivato da sempre dall’intento di evidenziare in modi diversi l’importante memoria storica del mio paese, da diversi anni mi sono proposto di pervenire a realizzare una pubblicazione riferita alla versione italiana dello Statuto latino quattrocentesco di Minozzo (dal preciso titolo: Statuta Castellantiae ac Totius Praetoriae Minotij – costituito da cinque libri per complessivi centoventicinque capitoli, approvato da Borso d’Este nell’anno 1456 e confermato da Ercole I nel 1471). Ho potuto usufruire a tale fine dell’impegno profuso con specifica capacità dalla prof. ssa  Gemma Bonicelli, docente dell’Istituto comprensivo di Villa Minozzo.

Il mio contributo è stato prevalentemente organizzativo, limitandomi a riferire all’autrice alcuni elementi riguardanti l’iniziale introduzione nosologica del testo, ristretta obbligatoriamente per motivi di spazio, per quanto riguarda i recenti avvenimenti riguardanti la storia di Minozzo negli ultimi decenni e quant’altro di storia civile e religiosa di essenziale aggiornamento comprensivo anche di relative immagini. Questa pubblicazione ben si raccorda con il contenuto del libro dello storico minozzese Francesco Milani “Minozzo negli sviluppi storici della Pieve e Podesteria”, edito per la prima volta il 6 luglio 1938 e una seconda, aggiornata e con l’aggiunta della storia della Resistenza ad opera del Maestro Demos Galaverni, con ristampa a cura della pro loco di Minozzo nel 1980.

Con buona ragione ritengo il lavoro impegnativo di traduzione della prof. ssa Bonicelli un completamento del libro stesso e, anche per questo, confido nel gradimento non soltanto dei cultori della memoria storica ma anche in genere della nostra gente e, unitamente, nella sua utilità per finalità didattiche.

Anche se da tempo penso ad un più che opportuno abbinamento della pubblicazione di questo libro con la definitiva conclusione dei lavori di recupero della rocca, obiettivamente questo non è stato possibile, anche se con molto rammarico che, di più, si acuisce per la considerazione che nell’anno in corso sono programmati particolari festeggiamenti per la ricorrenza del 400° anniversario di costruzione della Pieve, il cui restauro è già stato portato a termine nel 1996.

Ringrazio la prof. ssa Bonicelli per la pregevole quanto efficace opera svolta, la direzione dell’Archivio di Stato - Ministero per i beni e le attività culturali - di Reggio Emilia per la concessione alla pubblicazione della fotoduplicazione dello Statuto latino quattrocentesco di Minozzo.

(Giuliano Corsi)

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Hoc erat in votis

Prendo a prestito le parole latine di Orazio per esprimere soddisfazione e gratitudine a chi ha consentito che si esaudisse il desiderio antico di Mons. Francesco Milani: l’edizione e la traduzione completa degli statuti di Minozzo; e lo posso ben fare trattandosi di un’opera dal bel titolo latino (Statuta Castellantiae ac totius Praetoriae Minotij) e di un esimio latinista.

Era il 6 luglio 1938, quando Francesco Milani, giovane sacerdote non ancora monsignore, storico apprezzato, ma non ancora autore riconosciuto di opere storiche, dava alle stampe il suo libro “Minozzo negli sviluppi storici della pieve e della podesteria” che è la pietra miliare a cui si rifanno quanti hanno studiato e scritto su Minozzo da allora in poi. In quella occasione espresse il suo rammarico per aver dedicato poco spazio ai “gloriosi statuti di Minozzo”, per avere pubblicato poco più che i titoli, con qualche parola di traduzione, dei 125 capitoli che compongono i 5 libri di quella che lui, con similitudine felice, definiva la “magna charta della storia di Minozzo”. E più volte ebbe a dire, con la coerenza e la fermezza che gli erano abituali, che “gli statuti di Minozzo meritavano un libro a se stante”.

Ora questo libro ha visto la luce e non contiene solo gli statuti ma anche molto altro, quasi ricalcando ancora una  volta le orme del maestro: si apre con un diorama del territorio di Minozzo, poi si allarga ad un resoconto della storia civile e religiosa, seguendo in particolare le vicende della rocca (di cui si dà una trattazione documentata e puntuale dalle origini fino ai recenti restauri e che meriterebbe di diventare un piccolo estratto a carattere culturale e turistico) e quella della Pieve “seicentesca”, che per la bellezza dei suoi affreschi e dei suoi quadri (ricordo il Noli me tangere del Tiarini) mi piace chiamare la Ghiara dell’Appennino e che festeggia in questo 2012 quattrocento anni della sua riedificazione.

E poi ci sono le memorie orali della gente comune, registrate spesso con la fedeltà alla parlata dialettale: i mestieri di un tempo, le tradizioni dei luoghi, le piccole storie degli uomini (e penso quanto starebbero bene, accanto a queste, le testimonianze e i profili di un altro autore che appartiene pure lui a queste terre, Leonida Togninelli, i cui scritti da tempo attendono la stampa). Infine un’appendice che riporta una serie di documenti, in latino e in volgare, le cosiddette Additiones, che degli statuti sono parte integrante.

Nel cuore di tutto questo, il corpus vero e proprio degli Statuta Minotij: fotografati nell’esemplare quattrocentesco conservato nell’Archivio di Stato di Reggio Emilia; proposti nella trascrizione latina; affiancati dalla traduzione italiana. Redatti in quel caratteristico latino che vorrebbe essere giuridico e curiale ma di fatto “accetta a man salva le parole del dialetto”, rimandano  a tanti statuti estensi quasi coevi della  montagna reggiana tradotti e pubblicati in questi anni (quelli di Carpineti, quelli di Castelnovo e Felina, quelli di Cavola e Toano, quelli di Sarzano e Querciola, quelli di Albinea) e ci restituiscono tanta parte della vita di quei secoli: quando ai forenses, cioè ai forestieri che si stabilivano nella podesteria, si accordava per cinque  anni l’esenzione delle tasse… quando i pupilli e i minores erano tanti che lo statuto dedicava loro un capitolo apposito…  quando usare violenza a una donna si diceva “conoscere per vim”, quando l’adulterio era solo femminile e la pena dell’aggressore diminuiva se la donna era di umili condizioni. Ed è solo un esempio e un invito a scorrere i titoli delle rubriche almeno in traduzione.

Così questi statuti non solo vengono a riempire un vuoto della storia di Minozzo, ma forniscono anche  un contributo importante alla storia dell’Appennino nel suo complesso in quanto aggiungono un pezzo di storia civile e giuridica ma anche economica e religiosa - di storia tout court - che  va  a completare il quadro di quella geografia estense che si veniva disegnando nei secoli XV e XVI quando la bianca aquila ducale reggeva da  Ferrara le nostre terre.

Un grazie quindi alla gente di Minozzo e all’intero comune di Villa, che accanto a quel grandioso monumento di pietra che è la rocca, e che giustamente compare  nel sigillo e nello stemma municipale, può proporre d’ora in poi un altro monumento “immateriale” ma non per questo meno importante, che è fatto dalle  parole di un libro; un monumento che  però è destinato a durare nel tempo e a vivere - torno ad Orazio - aere perennius.

Ma un grazie particolare va a Giuliano Corsi; come Francesco Milani, anche lui è figlio di Minozzo: “nato a un tiro di schioppo dalla rocca” (il primo), cresciuto all’ombra del torrione (il secondo); l’uno e l’altro ad un breve angolo di sguardo dalla Pieve. Di Minozzo e di ogni cosa che riguardasse Minozzo essi sono stati custodi intelligenti e generosi, in modi diversi e in tempi diversi, ma senza soluzione di continuità: per tutta la vita.

 (Clementina Santi)

 

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