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Dolci, 100 anni nel pase dei lupi e dell’agrifoglio. Una storia italiana

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Le due famiglie alle origini dei Dolci a Palarino

Al Palarino, poche case e un vento che taglia le orecchie a 1000 metri d’altezza, lavora un giovane agricoltore. “Mio fratello Daniele ha deciso di continuare a danzare sulle orme dei miei nonni e mio padre – Martino, sindaco di Ramiseto ndr – spinto per la medesima passione per il lavoro e le proprie radici. In lui rivedo l’atteggiamento discreto e risoluto che ha contraddistinto gli avi della nostra famiglia”. Parole di Simona, laureata in lingue, che racconta così uno degli ultimi discendenti della famiglia Dolci che, qui, ancora, hanno 180 vacche e producono Parmigiano Reggiano.

La prima casa dei Dolci a Palarino, seguì il prospicente fienile. Oggi i fabbricati sono molti di più, come si può vedere anche dalle piante in mostra

Ben diverso, da quando, al Palarino di Ramiseto, arrivò la prima capanna accanto a una pianta di pungitopo – l’Ilex Aquifolium, essenza ora protetta - che, a sua volta, proprio qui ha trovato il suo habitat. E nella giornata di oggi, domenica 23 settembre, si festeggia l’anniversario dell’arrivo  dei Dolci, con Giandò (Giovanni Dolci, 1859 – 1919) e i due figli Domè e Iufélo, che di vacche ne avevano solo sei e un gregge. Due bovine, la Lola e al Linda, trascorrevano l’inverno in un misero capanno proprio al Palarino, appoggiato a una pianta di pungitopo, la prima appunto, ora altissima. Nel 1912 Giandò, con l’aiuto dei figli, decise di costruire qui una nuova abitazione, lasciando la vicina Miscoso. Iufèlo ebbe da Giovanna di Cecciola undici figli. Domè da Amelia ne ebbe sette. Un piccolo morì di spagnola, un altro da caduta in un pentolone d’acqua bollente. Ma come racconta un meraviglioso albero genealogico realizzato da Emanuele Lamedica, illustratore del Corriere della Sera, le generazioni sono andate avanti. Al punto che Iufèlo, divenuto stretto il Palarino, emigrò in città.

Domenico Dolci mostra l'albero genealogico dei Dolci opera di Emanuele Lamedica

Al Palarino, terra di Parco e affacciata sull’Enza, le permute dei terreni nel Novecento erano un affare: quelli di Miscoso si liberavano volentieri di questi campi poco fertili. I parmensi di là dal fiume chiamavano questo posto ‘Cà dal Lauv’ (casa del lupo), per via della gente così poco schiva. Al Palarino, Casa del Lupo è oggi il nome dell’azienda agricola, solo nel 1954 arrivò la prima falciatrice svizzera Buker – oggi i modernissimi trattori sono della svedese Valtra con aria condizionata – e un cingolato Fiat da 20 cavalli; ma questo non bastò a fermare l’emigrazione.

Il caratteristico pungitopo o agrifoglio, a Palarino di Ramiseto così diffuso e protetto (fotoservizio di Gabriele Arlotti)

Dei figli di Domè e l’Amelia a Palarino, dove il telefono arrivò solo nel 1981 e l’acquedotto è tutt’oggi privato, rimase solo Giovanni, spentosi nel 2009 dopo aver festeggiato le nozze d’oro con Italina. Curò nell’amore per l’Appennino i figli che, non a caso, qui investirono, creando nuovi appartamenti, con le rispettive mogli: Stefano – oggi imprenditore taglialegna – e Martino – agricoltore e sindaco –. Ma anche Domenico – geometra, ora a Castelnovo – e Maria – che lavora all’Oasi San Francesco -. I nipoti ora sono dieci. La più piccola è Vittoria, cento anni e sei generazioni dopo.

Sulla sinistra Daniele e Stefania, figli di Marino

Al Palarino, ultima fermata prima della Toscana, si parlano anche altre lingue, come quella di Aurica e Gheorghe Rusalin (lavoratori in azienda) e, oggi come sempre, tutti sono ospiti graditi. Come nella giornata di festa con l’inaugurazione della piccola statua di una donna in arenaria che guarda al cielo sfuggendo all’ombra del primo pungitopo. Dedicata ad Amelia e Giovanna e a tutte le donne che hanno fatto grande questa piccola storia italiana.

 

 

La strada d'ingresso a Palarino, anch'essa realizzata privatamente

I FESTEGGIAMENTI

Alle ore 10,30 ritrovo al Palarino; alle ore 10,45 inaugurazione e benedizione della scultura evocativa; alle ore 11,00 saluto delle autorità e, a seguire, illustrazione della mostra sulla storia del Palarino, alle ore 12,00 aperitivo insieme. Nel pomeriggio a Miscoso una giornata insieme con filmati, musica e aneddoti.

Martino Dolci, sindaco di Ramiseto e agricoltore
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8 Commenti

  1. Sono sicura che sarà una bella giornata! Siamo stati invitati da Domenico ma non riusciremo a partecipare. Conosco solo Domenico, dei fratelli, ho conosciuto il suo papà che mi aveva confidato che questo suo figlio era diverso dai fratelle perchè amava più i libri che il lavoro della terra. Sono sicura che Giovanni sarà contento ugualmente del suo Domenico che con l’aiuto dei nipoti e fratelli ha organizzato questa bella per il Palarino. Complimenti!

    (Lorena e famiglia)

  2. Una Famiglia di esempio per l’intera comunità: il mio papà Clemente si stimava di conoscere questi Ragazzi Lavoratori e di poter collaborare con loro alla costruzione di qualcosa di buono per la propria montagna. Quell’agrifoglio rosso dei ragazzi del Palarino, tanto storico, abbiamo scelto di piantarlo in occasione del riposo eterno del papà.

    (Marina Malpeli)

  3. Davvero l’esempio concreto di una bella storia! Ci deve essere voluta anche della convinzione e del coraggio a restare quando negli anni ’60 e ’70 l’abbandono della terra era quasi un imperativo, indicato dall’economia e dai modelli culturali sbagliatissimi che venivano proposti. Modelli che oggi risultano molto sgretolati e fragili. Un’esperienza come questa arricchisce chi l’ha saputa portare avanti per un secolo ed anche il territorio dov’è stata realizzata. L’urbanesimo oggi evidenzia i suoi limiti, mentre questa esperienza, basata sulla fiducia nella terra, dimostra che affidandosi ad essa, per quanto costi fatica e sacrifico, si è ripagati dal ciclo della natura vissuta, non soltanto contemplata. Chi abbandona la terra e quasi tutti l’hanno dovuto fare ad un certo punto della nostra storia, in realtà è caduto in scenari peggiori e decadenti, sostenuti soltanto dai ristori del consumismo, che adesso però non funziona più. Forse questo è un punto di vista solo personale, ma sono convinto che la storia darà ragione più al legame con la terra che all’abbraccio senza ritorno dell’urbanesimo.

    (Marco)

  4. Sono onorato di essere stato invitato alla festa dei Cento anni del Palarino: grazie ancora a tutti i Dolci. Mi viene in mente, e ne sono orgoglioso, di aver preso parte alla ristrutturazione della casa del centenario più di cinquant’anni fa. Di questo ricordo ciò che più mi scalda il cuore fu la grande fiducia che posero in me giovane principiante. Le persone che mi diedero questa grande opportunità di crescita e di lavoro furono Domenico Dolci e il figlio Giovanni. Li ringrazio ancora tutti per ieri e per oggi e per il grande esempio che continuano a dare.

    (Emilio Biggi)

  5. Ci dispiace di non essere potuti intervenire alla vostra splendida festa ma vi auguriamo altri cento e più anni di successo perchè seriamente lo meritate.

    (Rita e Riccardo)

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