La comunicazione nella relazione

Io parlo, tu ascolti?

 

La comunicazione (dal lat. cum = con, e munire = legare, costruire e dal lat. communico = mettere in comune, far partecipe) va intesa anzi tutto come un processo di trasmissione di informazioni (secondo il modello Shannon e Weaver – vd. img).

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Quali informazioni? Quelle intese o quelle emesse?
Tecnicamente e a livello cognitivo la comunicazione avviene con questa modalità. Emotivamente le cose si complicano ed assumono sfumature significative.

NON SI PUO’ NON COMUNICARE:
l’assioma di Paul Watzlazwick è inconfutabile. Silenzi , gesti, sguardi fanno parte di un modo non verbale tuttavia altamente comunicativo.
In una interazione comunicativa è interessante osservare chi dà il via allo scambio. In un litigio ad esempio possiamo interrogare entrambe le parti ed esse daranno una diversa punteggiatura all’evento. A dice che B lo fa arrabbiare perché è ossessivo, B dice che diventa ossessivo a causa di A. Si crea così un loop infinito, ognuno può avere ragione se osserviamo dall’esterno. Tutto dipende da dove si inizia a punteggiare.
Inoltre durante lo scambio interattivo ognuna delle parti potrà assumere una posizione dominante UP o complementare DOWN , l’ altro “cede”, oppure la relazione si pone su un piano simmetrico,di botta e risposta, in questo caso si assiste ad una escalation che può sfociare in un acceso diverbio e andare oltre.
Marshall Rosenberg ha condotto studi su una modalità non –violenta di comunicare (linguaggio giraffa) dove vengono analizzate le parole “killer” che portano a condanne e incomprensioni.

Studi approfonditi vengono condotti continuamente su come e cosa si comunica, qual è il modo migliore , più efficace.
Lo psicologo Luigi Anolli fa un’accurata ricerca e trattazione su tutte le forme di comunicazione, analizzando il processo nei vari modelli teorici fin qui proposti.
Vari sono i tipi di comunicazione:
- informativa
- menzognera
- persuasiva
- discomunicazione
- pettegolezzo
- seduttiva
Nuovi linguaggi del terzo millennio stanno rapidamente mutando lo stile, il modo di comunicare. Basti pensare ai short message script (il lessico usato negli sms daranno origine a mutazioni consonantiche pari a quelle succedutesi dall’Indoeuropeo in poi!)
Forum di discussioni, communities virtuali, chatline, emails sono tutti nuovi sistemi di scambio comunicativo, dove vengono utilizzati solo alcuni canali , visivo, scrittura, gergo, abbreviazioni, codici come la netiquette, vero e proprio bon ton usato in rete.
Tutte queste forme di comunicazione possono essere usate per un rapido scambio di informazioni o pareri, hanno un valore anche creativo, espressivo fino a divenire una vera e propria arte…ma possono anche servirci per nasconderci dietro a mezzi telematici, mettendo tra noi ed il mondo , tra noi e l’altro, un muro di parole scritte, una distanza paradossale mediatica.
La raggiungibilità dell’altro attraverso il cellulare, le email in tempo reale ha prodotto un cambiamento nel costume comunicativo, ma al pari ne ha creato l’esatto opposto, proprio perché l’altro può essere SEMPRE raggiunto, può altrettanto non essere MAI davvero presente.
Un tempo una lettera impiegava giorni ad arrivare, c’era solo il telefono di casa e nessuna segreteria. C’era un tempo di attesa dell’altro e una libertà di scelta, ora sono presente per te , ora sono lontano , altrove.
Adesso siamo onnipresenti, onniraggiungibili ma siamo anche costantemente altrove…

Ma cosa accade quando ci troviamo davvero di fronte all’altro?
Lo specchio riflesso nell’altro è intenso se riusciamo a coglierlo.
Nell’analisi transazionale (Eric Berne) io posso osservare le mie parti riflesse nell’altro, e con quali identità io mi approccio all’altro. Vi sono ruoli fissi, VITTIMA, CARNEFICE, SALVATORE.
Continuamente nell’interazione comunicativa vi sono più livelli che si intersecano.
Contenuto e forma, significante e significato.
Nelle relazioni significative c’è un bisogno di non contraddizione che se viene negato è possibile trovarsi in un doppio legame di messaggi contrastanti che possono portare in casi estremi alla schizofrenia.
In ambito cognitivo la teoria della profezia autorealizzante afferma che se si ha un pensiero (sono incapace) si cercherà in tutti i modi che questo venga riconfermato, comunicato, dall’esterno.
D’altra parte spesso quando si formulano giudizi, se osserviamo attentamente, parliamo di noi stessi.
L’altro “non esiste” , siamo noi che lo dipingiamo così, guardandolo con gli occhiali della nostra visione della vita, procedendo per proiezioni. L’altro è uno schermo bianco su cui proiettare sentimenti,personaggi, il padre buono che non abbiamo avuto e che ricerchiamo ossessivamente, la madre “non sufficientemente buona”che non ci ha nutrito amorevolmente…e via di questo passo. Così il capo ufficio ci ricorda e ci comunica qualcosa di quel padre, la fidanzata viene letta ed interpretata alla luce di quella madre…e la comunicazione diventa pilotata in questa direzione. In un gioco di specchi infinito.
Nelle relazioni conflittuali io vedo le mie parti inconsciamente proiettate sull’altro, punto il dito verso l’altro con accuse e leggo le sue comunicazioni in questa chiave conflittuale.
Nell’altro vediamo spesso solo noi stessi riflessi.
E lo stile con cui comunichiamo è conseguenza di questo meccanismo.

Una breve storia zen, IL SAGGIO E LE DOMANDE, recita:

C'era una volta un vecchio saggio seduto ai bordi di un'oasi all'entrata di una città del Medio Oriente.
Un giovane si avvicinò e gli domandò:
"Non sono mai venuto da queste parti. Come sono gli abitanti di questa città?"
L'uomo rispose a sua volta con una domanda:
"Come erano gli abitanti della città da cui venivi?"
"Egoisti e cattivi. Per questo sono stato contento di partire di là".
"Così sono gli abitanti di questa città!", gli rispose il vecchio saggio.
Poco dopo, un altro giovane si avvicinò all'uomo e gli pose la stessa domanda:
"Sono appena arrivato in questo paese. Come sono gli abitanti di questa città?"
L'uomo rispose di nuovo con la stessa domanda:
"Com'erano gli abitanti della città da cui vieni?".
"Erano buoni, generosi, ospitali, onesti. Avevo tanti amici e ho fatto molta fatica a lasciarli!".
"Anche gli abitanti di questa città sono così!", rispose il vecchio saggio.
Un mercante che aveva portato i suoi cammelli all'abbeveraggio aveva udito le conversazioni e quando il secondo giovane si allontanò si rivolse al vecchio in tono di rimprovero:
"Come puoi dare due risposte completamente differenti alla stessa domanda posta da due persone?
"Figlio mio", rispose il saggio, "ciascuno porta nel suo cuore ciò che è.
Chi non ha trovato niente di buono in passato, non troverà niente di buono neanche qui.
Al contrario, colui che aveva degli amici leali nell'altra città,troverà anche qui degli amici leali e fedeli.
Perché, vedi, ogni essere umano è portato a vedere negli altri quello che è nel suo cuore.

Nella vita si trova sempre ciò che si aspetta di trovare.. perché ognuno proietta all’esterno ciò che risiede dentro di se.

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Per approfondimenti

Il linguaggio Giraffa, La comunicazione non violenta Marshall Rosenberg
Eric Berne, Io sono ok tu sei ok
Byron Katie, Occhiali nuovi per l’anima

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4 Commenti


  1. Quindi possiamo mettere in discussione la quasi totalità di rapporti umani? Secondo quanto leggo ognuno, spesso, dialoga con se stesso e basta. Come possiamo individuare l’autenticità di una comunicazione o la non autenticità?

    (Commento firmato)

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  2. Consapevolezza
    Gentile lettore, grazie per la domanda spunto di riflessione. Se ha letto la storia Zen non si tratta di dialogo ma di modo di vedere la realtà. Nello sviluppo l’essere umano impara schemi comportamentali e cognitivi che permettono di funzionare in base al codice fatto del mondo reale. Per quanto l’altro sia, dica, abbia, ecc. io leggerò, interpreterò, mi relazionerò a l’Altro dal mio punto di vista, con i miei occhiali e da lì lo vedrò. La consapevolezza sta nel sapere e riconoscere questo senza giudicarlo. L’incontro con l’Altro avviene in una terra di mezzo dove, se c’è consapevolezza, sappiamo che siamo co-responsabili della co-costruzione della relazione. In modo da riconoscere cosa metto io e cosa mette l’Altro, non tanto per mettere in discussione l’Altro, cosa che indica un pensiero dicotomico giusto-sbagliato che non serve, ma riconoscere cosa sto proiettando di mio, cosa è davvero reale o un sogno. Spero di averle risposto in parte. Per approfondire le dinamiche relazionali la invito a leggere gli articoli e le testimonianze su @Lhttp://www.amoredipendente.splinder.com@=www.amoredipendente.splinder.com#L.

    (Ameya G. Canovi)

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  3. Quando fu chiesto a Po-chang di definire lo zen, egli disse : ” Quando ho fame mangio, quando sono stanco dormo”. I buddhisti Zen – con il sistema dei koan – comunicano il loro insegnamento in modo totalmente non verbale.
    “…dobbiamo usare il linguaggio per comunicare la nostra esperienza interiore, la quale per sua stessa natura trascende la possibilità della lingua…” (D.T. Suzuki).
    ” I problemi del linguaggio sono qui veramente gravi… noi desideriamo parlare in qualche modo della struttura degli atomi… Ma non possiamo parlare degli atomi servendoci del linguaggio ordinario ” (W. Heisenberg).
    Spesso il linguaggio più appropriato è il silenzio, l’immobilità… il non fare. Una dolcissima poesia zen dice: “Sedendo quietamente senza far nulla, viene la primavera, e l’erba cresce da sè”. Un giovane monaco disse al suo Maestro: “Sono appena entrato a far parte del monastero, ti prego istruiscimi”. Il Maestro domandò: ” Hai mangiato la tua zuppa di riso?” Il monaco rispose: “L’ho mangiata”. “Allora faresti meglio a lavare la tua ciotola”, rispose il Maestro.

    (MU)

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  4. Il tema mi affascina e, in qualche modo, ho cercato di intraprendere il percorso del “proviamo a capire”. Ho scritto recentemente un libro sull’argomento. Edito da Franco Angeli si intitola: “Perché non ci capiamo? Giochi relazionali, aspetti psicologici e meccanismi della comunicazione”.
    Se ti va, leggilo e dimmi che ne pensi… Buon cammino.

    (Mauro Cason)

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