Frane non casuali

Riceviamo e pubblichiamo.

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L'emergenza è ovviamente legata alla dichiarazione dello stato di calamità e alle risorse che servono urgentemente per il ripristino dei territori franati e la messa al riparo di case, aziende e allevamenti a rischio, ma all'Appennino serve un programma di manutenzione e cura del territorio ben più ampio, che sia messo in atto di giorno in giorno e non di frana in frana.

I disastri e i dissesti di questi giorni non possono essere attribuiti semplicemente all'intensità delle precipitazioni, ma nascono da una mancata cura di fronte alla quale la Regione appare da troppo tempo cieca, mentre le persone, le imprese artigianali, le aziende agricole di questo territorio la vedono e la pagano ogni giorno.

Nessuno parla di "assistenzialismo" di fronte alla cura idrogeologica del Trentino: perché, allora, la Regione viene invece costantemente meno al ruolo di governo e di sviluppo dell'ambiente che la Costituzione le ha assegnato?

E di quale sviluppo intelligente parla il governo regionale nei suoi documenti quando non considera i boschi e l'ambiente come risorsa, le strade come una necessità che investe società ed economia dell'Appennino, le aziende agricole come presidio anche sulla manutenzione e sul controllo del territorio?.

Gli agricoltori e i caseifici sociali che qui mantengono allevamenti e produzioni e puntano ora alla qualificazione del loro prodotto, così come le aziende di altri settori che scontano costi più alti di trasporto e distribuzione sanno benissimo che operare in Appennino comporta anche maggiori oneri e non chiedono assistenzialismo, ma vogliono fatti che riconoscano il valore economico e sociale del loro lavoro a presidio del territorio e di quel reddito e di quell'occupazione che mantengono aperti interi paesi.

Azioni costanti per evitare il dissesto, per garantire la viabilità, per valorizzare le risorse ambientali e turistiche appartengono a questi fatti mai compiuti e che attendono anche i giovani che vogliono mantenere aperti esercizi e servizi e quei paesi che si trasformano in cooperative-paese per dar vita a nuove forme di turismo.

Ora serve affrontare con urgenza una situazione grave, ma allo stesso tempo - e su questo sará misurato il valore delle azioni pubbliche - occorre con altrettanta urgenza un piano di lavoro e di investimenti che parta dalla consapevolezza che la manutenzione e la cura del territorio non evita solo i drammi, ma genera stabilmente migliori condizioni di vita, di lavoro e di competitività. Non costi insostenibili, ma investimenti necessari e utili allo sviluppo.

(Giovanni Teneggi, direttore Confcooperative Reggio Emilia)

 

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14 Commenti

  1. Certamente Regione, Provincia e Comuni devono attuare programmi più incisivi sulla gestione del territorio perchè ogni euro non speso si ripresenta triplicato sotto forma di danni a strade, fabbricati, ecc. I montanari in prima persona possono fare molto. Quanti di noi puliscono la cunetta davanti casa consapevoli che chi dovrebbe arrivare non arriverà? Quanti fra il lavoro di agricoltore a Castelnovo e il posto in banca a Reggio scelgono il primo per mantenere viva la montagna? In un supermercato di Castelnovo un cartello dice “carne di razza Piemontese”, quando avremo “carne allevata all’ombra della Pietra”? E’ vero in Trentino si parla di opportunità per il territorio ma da noi è solo “assistenzialismo”, che molti invocano stando seduti al bar. Giusto sottolineare che questo periodo non è il massimo per inventarsi imprenditori. Ci sono però altre proposte pubblico/private che vengo “demonizzate” senza provare a trasformarle in opportunità. Le centrali a biomassa potrebbero sviluppare la cura del bosco, l’idroelettrico può aiutare nella gestione dei torrenti così come l’eolico può aiutare alcune zone di crinale. Se i montanari riescono a vivere sul loro territorio allora questo sarà più curato.

    (mc)

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  2. Complimenti a Teneggi, come sempre centra i problemi, peccato gli interlocutori siano sordi. Il problema è ormai storico, molte colpe hanno nome e cognome. Non c’è nulla da inventare, occorre ripristinare o almeno tentare di ripristinate il “tessuto umano” e non “animale” che esisteva nella montagna. Il volontariato va bene ma non è sufficiente, servono attività stabili e durature e per fare questo occorre l’uomo e una legislatura lungimirante, aiuti a chi effettivamente produce e crea occupazione in loco. Servono strade per dare la possibilità alle aziende di vivere e di progredire. Purtroppo i macchinisti da anni hanno imboccato altre strade e i montanari li hanno seguiti, ma non tutti! Diamoci una mossa, forse qualcosa si può ancora fare, se cambiamo rotta. Cordialmente.

    (Fabio Leoncelli)

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  3. Un Appennino che fa acqua e una Regione distratta. Sappiamo tutti che l’Appennino è composto da sfasciume geologico, eppure sin dai tempi dei Liguri, dei Romani, di Napoleone, del duca di Modena e Reggio è stato solcato da strade funzionali ed aperte al traffico. Ciò era dovuto alla continua cura dei tracciati fatta dai montanari che venivano pagati all’occorrenza. Per molti di essi lo spalamento della neve e l’apertura costante delle scoline e delle cunette rappresentava il reddito annuale per mantenere le famiglie. Inoltre la società contadina, sempre attiva, era a salvaguardia e presidio del territorio che, se trattato in una certa maniera, dava prodotto costante, altrimenti nulla da fare. In seguito la formazione dei cantoni con i rispettivi cantonieri proseguirono a tenere le strade sempre aperte. Deresponsabilizzati i cantonieri per quanto riguarda il loro cantone e costretti a lavorare a squadre nessuno si sente più impegnato ad intervenire per rimovere piccoli ingorghi che impediscono il deflusso regolare delle acque. Il risultato: frane e soltanto frane, una dopo l’altra. Penso che ciò che sostengono quanti hanno scritto sull’argomento prima di me, abbiano sacrosanta ragione. L’Emilia Romagna non è soltanto mare ma anche montagna che, se ben trattata, dà prodotti eccellenti. Ebbene signor Presidente Errani, non sia distratto, pensi a curare anche la Montagna, ogni giorno con interventi ordinari e non aspetti soltanto a chiudere la stalla quando le frane l’hanno portata via a valle…

    (Bruno Tozzi – capogruppo PDL Comunità Montana)

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  4. Complimenti Giovanni, grazie dell’intervento a mio modesto parere giusto e puntuale! E viva le Regioni “montane” autonome!, fortuna loro ancora abitate, dove le persone sono valorizzate essendo fulcro della vita e attacattissime al loro territorio, custodito e quindi non flagellato!

    (Enrico Ferretti – Chicco)

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  5. Ciò che ha scritto è davvero reale e visibile intoro a noi: non c’è cura del nostro territorio, non c’è capacità e volontà di salvaguardare le nostre bellezze naturali, ilnostro ambiente. Un tempo c’erano i cantonieri che controllavano le strade, pulivano le cunette, oggi più nessuno, guai usare il badile e la zappa! Eppure ci sono tante braccia robuste a spasso, senza lavoro e magari col “sussidio” ,potrebbero pulire le cunette, le siepi, i boschi, gli argini lungo le strade. Non penso che i visitatori tedeschi rimangano colpiti dall’ordine lungo la Statale e dalle bellissime aiuole che ci sono all’entrata di Castelnovo e di Felina… originali… Quanto alle frane e al dissesto idrogeologico della nostra zona e della montagna vorrei capire a cosa serve il Consorzio di Bonifica, solo a far arrivare a casa il MAV da pagare? Non dovrebbero controllare i campi, i fossi e obbligare a fare i fossi di scolo nei campi come una volta? L’ACQUA NON VA ALL’INSU’, l’acqua ha forza e trascina giù.

    (L. Ferretti)

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    • Tanto per fare un esempio, trasferibile in altre stagioni e Regioni: in Trentino Alto-Adige la Polizia municipale gira con la pala in spalla, pronta a fare quella piccola spalata che può servire a dare accesso ad un marciapiede, dare una mano ad un automobilista “impantanato” o piccoli servizi così utili al cittadino. In questo modo coadiuvano il pur necessario intervento di mezzi più potenti. A qualcuno è mai capitato di trovarsi con la macchina sepolta dopo il passaggio dello spalaneve o nell’incapacità di attraversare la strada senza sprofondare nel cumulo che si è creato ai bordi? Mai come oggi, in tempi di crisi economica e ambientale, sarebbe doveroso accantonare “le mansioni del ruolo” e avere un po’ di iniziativa. La dignità di nessuno sarebbe lesa da un po’ di sano lavoro di braccia che si può leggere anche come altruismo.

      (Celeste Grisendi – frontista)

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  6. Finchè ognuno vive col motto “orate per me e per chiatre sag nè!” non andremo mai avanti. Si può pensare di organizzarci in piccoli gruppi per pulire cunette etc., sempre sia legale e con il dovuto materiale. Oppure chiedere ai consiglieri di frazione come ci si può organizzare o se hanno idee nuove per evitare il peggio. Il Consorzio della bonifica, secondo alcuni ed io sono daccordo con loro, serve a bonificare i conti dei soliti noti. Dicevano che i cantonieri non servivano a nulla. Vedendo come vanno le cose adesso, chi diceva così, mi sa che l’ha fatta “fuori dal buco”. Comunque bravo Giovanni che come sempre hai centrato il vero problema.

    (mariapia.corsi@gmail.com)

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  7. E’ vero, la signora Mariapia ha ragione, in tanti dicevano che i cantonieri non servivano a nulla se non a reggere il badile, ma basta guardare la sp513: vent’anni fa non era certo in queste condizioni, le cunette erano pulite e la segnaletica in ordine… come si dice sempre in questi frangenti, andava meglio quando andava peggio!

    (Stefania)

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  8. Nessuno si chiede come mai tanti disastri per un poco di pioggia e di neve che va sciogliendosi. Forse che un tempo non nevicava e non pioveva tanto quanto ora, o forse anche di più e non succedevano i disastri che succedono ora? Un tempo i cantonieri giravano per le strade sopratutto quando pioveva, tenevano pulite le cunette di modo che l’acqua potesse defluire liberamente verso valle senza creare ingorghi, come succede ora. I contadini tenevano pulite le strade di campagna, pulivano il greto dei torrenti ed anche dei fiumi, le piene scorrevano tranquille anche se più grosse di ora senza creare tutti questi danni. Ora che in montagna ci sono più controllori che controllati i risultati sono questi. Siamo giunti al punto che se ti azzardi a rimuovere una zolla di terra senza permesso, sono veramente cavoli, se ti sovviene di andare a raccogliere dei rami secchi lungo il greto del fiume non credere di passarla liscia perchè, o la Forestale, oppure una guardia ecologica, o qualche ambientalista, è pronto a darti una multa e nessun santo poi te la può togliere. Salvo che i danni poi li paga chi ancora continua a pagare le tasse, durerà ancora per molto? Non lo so, lo spero, ma ho i miei dubbi, temo che si stia esaurendo anche la proverbiale pazienza dei montanari. Stanchi di non essere più padroni della loro roba, se non di pagare solo le tasse. Un montanaro ancora orgoglioso di esserlo.

    (Beppe Bonicelli)

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  9. Vent’anni fa la sp 513 non era provinciale ma statale e c’erano molti più soldi da investire sulle infrastrutture, non è una questione di cantonieri e di badile. I primi anni in cui è stata gestita dalla Provincia era curata meglio di prima e in ordine, ma perchè la fonte primaria, e cioè i fondi, c’erano. Non è certo colpa dei cantonieri provinciali di oggi se l’asfalto è pieno di buche e cadono le frane.

    (M.C.)

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  10. Si continua, come al solito in questo Paese, ad evidenziare le catastrofi ambientali e del paesaggio montano, e non solo, quando queste avvengono, quindi sempre più spesso e sempre con maggiore entità. Il patrimonio ambientale inteso come risorsa per tutti, va conservato, consolidato nel tempo e utilizzato come risorsa di sviluppo economico e sociale del territorio. Questi temi sono ormai da anni ribaditi, sollecitati, richiesti dalle popolazioni montane e dalle organizzazioni agricole in primis alle istituzioni competenti, affinchè interventi concreti siano al centro del rilancio economico della montagna. Quanta attività c’è da fare, i boschi andrebbero curati, i corsi d’acqua grandi e piccoli puliti ed arginati ecocompatibilmente, la sentieristica, il recupero delle oasi pascolive e sopratutto la regimazione idraulica dei terreni, quindi del paesaggio. Quanti posti di vero lavoro, non assistenza ma sviluppo per la società e benessere per tutti. Oggi ho visitato alcune aziende agricole con strutture a rischio sicurezza, interessate da smottamenti e acqua che fuoriesce dal sottosuolo, in comune di Vetto, Castelnovo ne’ Monti, Baiso e Carpineti. Gli agricoltori sono impegnati con molta preocccupazione, direttamentante con loro mezzi e famigliari, a deviare in qualche modo l’acqua dal perimetro delle loro stalle e fienili, per alcune realtà occorre un intervento di urgenza-emergenza, similmente a un terremoto.

    (Claudio Gaspari – Confederazione agricoltori zona montana)

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  11. E’ il caso di dire che c’è un punto oltre il quale non si torna più indietro, la resa dei conti abita il presente. Purtroppo viviamo dentro un sistema o una logica d’intervento esclusivamente emergenziale. La prevenzione, cioè cura del territorio, il tessuto sociale/culturale, economico/lavorativo, non esistono. Se qualcosa è rimasto non ha potere di cambiamento, siamo in crisi da decenni, sulla crisi devastante del presente. I politici o meglio la “politica” si sveglia adesso da un lungo letargo dove, sicuri delle loro provviste, aspettano e demandano ad altri ciò che è di loro competenza. La poltrona vi è stata gentilmente offerta da tutti i cittadini, la conservate in modo possessivo, badando solo ed esclusivamente a renderla il più comoda, alle vostre retrostanti crazie. Dove eravate prima di adesso? Avete creato un sistema/labirinto nel quale la responsabilità viene scaricata a tutti, cioè nessuno. A mio parere siete il frutto del fallimento odierno.

    (liberopensante)

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  12. Le strade di Vetto sono costellate di cartelli che segnalano il divieto o la limitazione del transito, causa frane e smottamenti e vi sono frazioni e intere zone del territorio comunale che rischiano di rimanere chiuse. La stessa strada provinciale 513, cioè la principale arteria di collegamento, presenta due punti critici, a monte e a valle del capoluogo, il secondo dei quali sta provocando interruzioni del traffico piuttosto frequenti, con tutti gli immaginabili disagi per i residenti e gli automobilisti di passaggio, anche perchè le vie alternative finora utilizzate rischiano di diventare inagibili stante il progressivo cedimento dei rispettivi piani stradali. Adesso, qui come altrove, non si può far altro che gestire l’emergenza e tenere aperte le strade, oltre a proteggere abitazioni e stalle laddove fossero in pericolo, ma in seguito andrà seriamente ripensata la politica del territorio, e le parole di Giovanni Teneggi al riguardo mi fanno venire in mente che proprio quattro anni or sono (era giusto il 7 aprile 2009) l’allora minoranza della Comunità Montana, di cui eravamo parte, avanzò un ordine del giorno che prefigurava di mappare le “criticità” idro-geologiche della nostra montagna e di concentrarvi tutte le risorse che ciascun ente o istituzione (ossia Comuni, Parco Nazionale, Provincia, Bonifica ecc….) poteva rendere disponibili. Non era certo una opzione risolutiva, specie di fronte all’eccezionale ondata di maltempo di queste giornate, ma poteva essere una buona base di partenza, non fosse altro perchè scandiva la precedenza che va riservata al territorio. Credo che di lì occorrerà ripartire una volta passata la fase dell’emergenza, per recuperare una “cultura del territorio” che abbiamo purtroppo perduta, a cominciare dal rispetto della terra e di chi la lavora, guardando al tessuto umano che qui esisteva come giustamente ci ricorda Fabio Leoncelli e prima che il dissesto idrogeologico raggiunga costi di recupero così elevati da divenire insostenibili, sopratutto quando i finanziamenti scarseggiano come succede oggi e spinga ulteriormente la gente di montagna ad abbandonare i propri luoghi, con immenso danno sociale per l’intera comunità provinciale e non solo.

    (Giovanni Ferrari)

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  13. Con la situazione idrogeologica che esiste e che reca spavento in special modo in tempo di pioggia e di scioglimente delle nevi, si continua a dire che le Comunità montane vanno abolite. Reputo che le Comunità montane vadano rilanciate e potenziate, controllando che eseguano quanto è loro attribuito dalle leggi e dagli statuti. La nostra Comunità incominci a dare esempi di efficienza impinguando i capitoli sulle strade campestri ed eseguendo i lavori purtroppo sempre necessari. Non si stia lì, come spesso accade (vedi canile) a discutere a vuoto. Almeno in queste occasioni si passi dalle chiacchiere alle azioni, direi in vantaggio della nostra Montagna.

    (Bruno Tozzi – capogruppo PDL Comunità montana Appennino reggiano)

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