“Nuièter ch’ì parlema ancùra in dialèt” tredicesima puntata in onda il venerdì alle ore 17,30 ASCOLTA I FILE IN ANTEPRIMA

 

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Normanna Albertini e Savino Rabotti negli studi di Radionova

Normanna Albertini e Savino Rabotti negli studi di Radionova

VENTUNESIMA  SETTIMANA

20 – 26 Maggio

 

 

PROVERBI

Ormai la stagione sta avviandosi tranquillamente verso l’estate. Il primo taglio di fieno è stato effettuato, come dicono nel Veneto:

 

De Màgio

se tàja el primo foràgio

 

Al Biûrch ha già derbato, cioé alle mucche è stata somministrata come cibo l’erba fresca, dosandola un poco alla volta per non correre il rischio di vederle gonfiare e mettere a repentaglio la loro vita. Si prepara il terreno per gli ortaggi. Un occhio premuroso e ansioso è sempre rivolto al grano nella speranza che acquazzoni improvvisi non vengano a danneggiarlo, a schiacciarlo al suolo, e che quella tenera spiga scoperta pochi giorni addietro cresca bella turgida.

I lavori occupano tutta la giornata e non c’è più tempo per il riposo:

 

Di Maggio

si dorme per assaggio.

 

In altre parole ci si può riposare poco e in fretta, altrimenti può capitare che

 

Chi dorme di Maggio

digiuna a Settembre.

 

I lavori primaverili sono la base di tutto l’anno agricolo. Rimandarli significa avere meno prodotti al momento del raccolto.

 

Effettivamente di lavori in questo periodo ce ne sono tanti, come diceva già un calendario del 1774:  “Si seminano i migli e i panìchi, ... e parimenti il granturco e la saggina... Si tosano le pecore... Si cominciano a zappare le vigne e i filari delle viti...”.

 

Ed ora ricordiamo un paio di proverbi sul comportamento umano. In particolare vediamo cosa si diceva a riguardo dell’ingordigia e dell’avarizia.

 

A la galîna ingūrda a gh’ crèpa ‘l gōš.

 

Chi ch’ rispârmia al rispârmia pr’al gàt!

 

Al guadàgn fàt a la fèsta

al va föra da la fnèstra.

 

Il riposo festivo era davvero sacro anche se c’era chi non lo rispettava. Di conseguenza lavorare in giorno festivo diventava un sacrilegio, con la conseguenza di sprecare l’aspetto religioso del sacrificio legato al lavoro. Lavorare però significava fare cose non necessarie. Dare da mangiare agli animali non era peccato, anzi.

AL BÊN

Tra le formule imparate a catechismo c’era anche quella dei Novissimi, molto succinta: Morte, Giudizio, Inferno o Paradioso. Molte formule di catechismo sono state messe in rima per ricordarle meglio. Questa l’abbiamo registrata nel 1993 dalla voce di Dusolina Papa, nata a Filottrano di Ancona nel 1927.

 

VITA BREVE

 

Vita breve e morte certa,

di morire l’ora è incerta.

 

Un’anima solo si ha:

se si perde che sarà?

 

Dio mi vede e mi giudicherà:

Paradiso o Inferno mi toccherà.

 

Se perdo il tempo che adesso ho

alla morte non l’avrò.

 

Finisce tutto, finisce presto;

solo l’eternità di Dio

non finisce mai.

 

FILASTROCCA

Questa volta proponiamo una filastrocca che potremmo definire dalla jella più nera. Per i nostri vecchi c’era anche la voglia di scaramanzia, di esorcizzare gli influssi negativi di certe situazioni.

 

FILASTROCCA  DELLA SFORTUNA

 

I’ gh’aîva un bel marî:

i bgatîn i’ m’ l’ha šà fnî.

I’ gh’aîva una panâra

ma la gh’aîva i pê despêra;

i’ gh’aîva ‘na pilèta:

la mi’ fiöla la la berlèca.

I’ gh’aîva  ‘na bèla rùca:

ma i’ sûn ‘rmâša sênsa stùpa.

Anch al guìndel l’êra mio:

i parênt i’ m’ l’han tôt vìa.

I parênt e chî d’arênt

i’ ên cmé i bêgh int al furmênt!

 

INDOVINELLO

Insìma a ‘na fnestrîna

a gh’é una v-cîna

ch’la möva un dênt

e la ciàma túta la gênt 

                                           (La campana).

 

POESIA

LA  BALLATA  DELLE  CESTAIE

di Savino Rabotti

Déi, raghès, gni šó dal lèt!

Bšùgna andâr in rîva a l’Ênsa

a catâr sú tân-c strupèt.

Il so’ bên ch’a gh’ völ pasiênsa.

Ma, s’i’ vrèma un pô d’ guadàgn,

mìa ch’i’ fèma tân-c cavàgn”!

 

Ciào insùni, ciào amîgh!

In mêš a l’âra a gh’é ‘l carèt

ch’al cumincia a trâr di sîgh,

...e mi’ màma ch’ la ripèt:

Dài,  rivèma in rîva a l’Ênsa

prìma che la cuncurênsa”!

 

Grand e cìch, in savatûn,

i s’infîlne int la carâda,

cun ‘l palpêdri in spincajûn,

e la ghìgna gnân lavâda,

e po’ šò fîn al giarîl

in du’ a gh’é i sàlše lungh e stîl!

 

Sfrànša e tàja, tàja e sfrànša

pr’ a n’ purtâr a ca’ pêš mort.

E, a la fîn, n’ gh’ha mia impurtânsa

se i strupèt i’ ên un pô stôrt!

Basta ch’ a gh’ n’in sia abàsta

da furmâr una catasta.

 

La stagiûn l’ê bèli fnîda,

e ânch al têmp per prêr tajâr!

Šdû a la méj sùta a ‘na vîda

s’incumincia ad intreciâr:

prìma al fùnd fàt a ragêra,

po’ la spunda d’ la panêra.

 

Dop cavàgn e cavagnîn,

söl, gabièti in quantitâ

fîn che ‘l pôrdghe a srà ben piên,

e po’ via pr’i mercâ

d’ la culîna e d’ la pianûra.

E tú-c i’ àn l’ê cl’aventûra!

 

Ché, pr’avêr un pô d’ guadàgn,

bšúgna vènder tân-c cavàgn!

Su, ragazzi, giù dal letto! C’è da andare in riva all’Enza a raccogliere tanti vimini. Lo so che ci vuol pazienza. Ma se vogliamo un poco di guadagno dobbiamo fare tanti canestri. Addio sogni, addio amici! In mezzo all’aia c’è il carretto che comincia a cigolare, e mia madre che ripete: “Forza! Raggiungiamo l’Enza prima della concorrenza”. Grandi e piccoli, ciabattando, si immettono sullo stradello con le palpebre a ciondoloni e il viso neppur lavato, e poi giù fino al greto ove i salici sono lunghi e sottili. Taglia e sfronda, sfronda e taglia per non trasportare pesi inutili. Alla fine non ha importanza  se i vimini sono leggermente storti. È sufficiente che ce ne siano abbastanza per formare una bella catasta. La stagione è già finita e anche il tempo per potere tagliare. Seduti alla meglio sotto una vite si comincia ad intrecciare: prima il fondo fatto a raggiera poi la sponda del paniere. Dopo canestri e cestini, basi e gabbiette in quantità finché il portico non sarà pieno, poi via per i mercati di collina e di pianura. Ogni anno è la stessa avventura. Perché, per avere un poco di guadagno bisogna vendere tanti canestri!

 

USANZE

Maggio e Settembre erano i due mesi preferiti per celebrare i matrimoni. Settembre perché era il mese in cui i lavori dei campi si rallentavano un tantino. E in più c’era la probabilità di indovinare un giorno con ancora bel tempo. Maggio lo si sceglieva perché si era appena usciti dal rigore invernale, dagli impegni religiosi legati alla quaresima (non era permesso sposarsi in quei quaranta giorni per non interrompere i sacrifici che la quaresima imponeva). Ma c’era un motivo pratico: in caso di gravidanza il figlio sarebbe nato all’inizio della Primavera seguente, nella prospettiva del bel tempo e del clima propizio al neonato e alla puerpera.

C’era di mezzo un sacramento, e quindi occorreva dare all’evento l’importanza che meritava. E c’era di mezzo anche un cerimoniale un poco speciale, caratteristico, al quale, volenti o nolenti, bisognava sottostare. Rituale che, forse, risaliva ai primi abitanti del territorio, i Celti. Quando un giovanotto diceva di volersi sposare il padre di questo concordava coi genitori della futura nuora un giorno (logicamente festivo, altrimenti sarebbe stata una perdita di tempo prezioso per il lavoro), per la contrattazione. Nonostante la miseria bisognava pur figurare bene con l’altra famiglia. Stando a regole mai scritte e mai condivise il padre del futuro sposo doveva dimostrare una tal quale signorilità, dare l’impressione di disporre di beni e capitali (anche se non rispondeva a verità) e contrattare, soprattutto contrattare col futuro consuocero. Ne conseguiva una specie di  contrattazione, simpaticamente con toni solenni, anche se i due si conoscevano e conoscevano pure lo stato patrimoniale dell’altra famiglia. Diluendo la dialettica con più di un bicchiere di vino buono ci si accordava per la data. Quindi ai nubendi spettava preparare tutti gli incartamenti civili e religiosi, in comune e, soprattutto, in chiesa. Anche se i tempi di Don Abbondio erano ormai superati, di cavilli ce ne erano ancora. E molti: eventuale grado di parentela, libertà di decisione, stessa confessione religiosa, uniformità sull’educazione dei figli anche dal punto di vista religioso, ecc...

Alle resdôre toccava il compito di mettere all’ingrasso conigli e polli per un degno matrimonio. Quanto all’abito dello sposo, se davvero era quello che si tentava di far credere, si recava dal sarto per farselo fare su misura. Altrimenti si rimediava con quello di un fratello o di un cugino che si erano sposati precedentemente.

 

E qui ci fermiamo perché lo spazio a disposizione è poco. Riprenderemo il discorso alla prossima puntata e vedremo cosa si combinava il giorno delle nozze.

SAGGEZZA ANTICA

GUTTA CAVAT LAPIDEM

 

La goccia scava la pietra.  Il proverbio però continua: Non vi sed sæpe cadendo: non con la forza ma continuando a cadere spesso. In altre parole si vuol dire che i risultati arrivano non con la fretta e la prepotenza, ma con la costanza, l’insistenza. Qualcuno in questa insistenza vi vede la monotonia e l’abitudine. E Ovidio ce lo ricorda proprio con questo motto: Gutta cavat làpidem; consùmitur ànulus usu: la goccia scava la pietra: l’anello (l’amore) si consuma con l’uso.

 

SUPERSTIZIONE

IL RAMARRO

 

Era credenza diffusa che il ramarro segnalasse la presenza di una biscia o di una vipera. Come se volesse avvisare l’uomo della presenza del rettile. E quindi significava portare fortuna agli esseri umani. La realtà è esattamente il contrario. Il ramarro scappa di fronte ai due esseri. Lo potrebbero incantare poi ingoiare. Infatti in pianura dicono: Ingòr, ingòr, la bìsa la còr. Sta attento ramarro perché la biscia corre veloce.

 

SATIRE

QUELLI DI GOTTANO

La rivalità tra montanari e pianeggianti c’è da sempre. E chi crede di essere superiore, alla fine ci casca.

Un sgnûr ad chî pianšân

ch’al lavurêva in quel d’ Gutân:

“A n’ saî bèver vujêter muntanêr,

a sî indrê cme la cùa dal sumêr.

E’ v’ pôrt ‘n damigiâna ed vîn bòun,

ch’a capî cme i’ sî di cujòun”.

E quand l’arturné cun la curiêra

al gh’âva sêgh ‘na damigiâna d’ barbêra.

Bèv un bicêr, bèven dû e via andànd

al s’ cherdîva ad fâr sempr’al grànd.

A mesanòta a n’ stêva pu’ in pê:

l’êra piên cme ‘na vaca cun dû vdê.

E chî d’ Gutân ciàpa la damigiâna

e fàgh festa per túta la stmâna

e manda a fâs fùtr’ al furastêr

cun túti al sö bal int al carnêr.

 

CURIOSITÀ

LA VENERE DI ARIOLO

 

Ogni borgo ha le proprie storie, legate a qualcosa di particolare, come un castello, una fonte, un cataclisma. Ad Ariolo, lungo il Tassobio, tra Gombio e Trinità, si racconta di una statua di Venere, fusa in oro massiccio, che sarebbe stata gettata in un pozzo per salvarla dalle razzie dei nemici ormai padroni del castello. Il luogo si presta a miti e favole. Qui, intorno alla metà del 1800 il Chierici condusse diverse campagne di scavi e trovò la base di un insediamento dell’età del bronzo. Il Tassobio sembra volere abbracciare il Monte Venèra circondandolo per tre quarti del su perimetro. Quando gli assalitori, dopo avere raso al suolo il castello, se ne andarono definitivamente i pochi superstiti cercarono di recuperare la statua, ma non ci fu verso di rintracciarla. C’è chi dice, ancora oggi, che la statua è ancora là, e che quando cala la sera la dea esce dal suo rifugio e passeggia nei boschi.

 

MEDICINA EMPIRICA

MALVA

Della malva ne parlavano bene anche da noi. Il loro decotto aiutava a guarire la gola e a combattere il catarro. Si possono fare gargarismi con l’infuso di foglie e fiori per stomatiti o infezioni orali. Noi però non la utilizzavamo in cucina, anche se va bene per preparare minestroni, risotti, ripieni, frittate, ravioli.

               ERBE, PIANTE E FRUTTA ANTICA NEL COMUNE DI CARPINETIScuole Medie 2002/2003, pg. 46.

 

GIOCHI

IL MONTONE-CAVALLO

Il tempo da passare al pascolo era lungo e noioso. Finché i rami di castagno erano teneri riuscivamo a stare occupati realizzando zufoli, pive, trombette. Ma in estate non era più possibile. Qualcosa la fantasia lo doveva pure escogitare. A volte fingevi di partecipare ad una partita di caccia e, da dietro i castagni fingevi di sparare alle ignare pecore. Altre volte ci si arrampicava sugli alberi per vedere da vicino i nidi delle cornacchie o delle gazze. Altre volte... Beh! Ci stava anche una corsa a cavallo! Il guaio era che a fare da cavallo toccava al montone, il quale non era proprio d’accordo. Primo perché non faceva parte delle sue mansioni. Secondo perché preferiva riempirsi la pancia anziché trotterellare avanti e indietro per una carraia con tanto di zavorra sulla schiena. E lasciava capire che non si divertiva affatto.

VENTIDUESIMA  SETTIMANA

 27 Maggio – 2 Giugno

 

L’ultima settimana di Maggio non offre molto in fatto di proverbi.  Qualcosa però c’è sempre, o in dialetto o in italiano, e, possiamo aggiungere, interessante comunque.

 

Màš frèd, Šúgn ardênt

i’ fân la festa dal furmênt.

 

Ma, ancora una volta, c’è il richiamo a fare i lavori al momento giusto, altrimenti...

 

Chi ch’ pûda a Màš e al sàpa d’Agùst

al n’ arcöj né pân né mùst.

 

Un tantino buffa l’espressione che segue. Ma se è stata coniata vuol dire che c’era un motivo valido:

A Màš a nàs i  lādre.

 

Perché questo? Non perché sia nefasto il mese ma perché comincia la produzione degli ortaggi e dei primi frutti, come le ciliegie. Allora certi nottambuli ne approfittano a discapito di chi gli ortaggi o i frutti li ha coltivati con cura. Proprio per le ciliegie si dice:

In Maggio ciliegie per assaggio,

in Giugno ciliegie a pugno.

 

Il pessimismo e la speranza sono due cose antitetiche ma spesso si fondono o si intrecciano senza lasciar capire dove finisce un sentimento e dove comincia l’altro.

 

A tút a gh’é rimédi föra che a la môrt!

 

Al mâl al vên a cavàl e al và via a pê;

 

Chî ch’ l’é descâlsa al fnìs insìma ai bòch.

 

Come prospettiva non è male, vero? Per fortuna esiste anche l’altra faccia della medaglia:

 

 Fîn ch’ a gh’é fiâ a gh’é sperânsa !

 

AL BÊN

Anche questa preghiera è la fusione di diversi testi che le nostre nonne recitavano convinte anche se in maniera meccanica. E il più delle volte la memoria cuciva insieme brani che nulla avevano a che fare con quella iniziale.

 

PREGHIERA PER VIVERE BENE

 

Fà pür bên e làsa dîr:

 

sa dîr a chi ch’al le völ,

àma Dio cun tút al cör.

 

Cun tút al cör, cun túta la vûš,

àma Dio sur a la Crûš.

 

Sûr a la Crûš incurunâda,

àma Dio e la Beata.

 

La Beâta la sta in cêl:

àma Dio e Sân Michêl.

 

Sân Michêl l’é ‘l re di Sânt:

àma Dio e tú-c quânt.

 

Bèla cêša e bel altâr

e bèla Mèsa da cantâr.

 

Canta, canta roši e fiûr

ch’ l’é nasû Nòster Signûr

 

in mèš a un bò e a un ašnèl

ch’a n’ gh’ha fàsa né mantèl

per cuvrîr cul Gesú bel.

 

Gesú bèl, Gesú Maria

e túti gli ànmi in cumpagnia.

 

A chi la sà e a chi la dîš

Dio gh’ dûna ‘l Paradîš;

 

a chi la sà e a hi la cânta

Dio gh’ dà la gloria sânta.

 

Per chî a la sà e a la dirà

d’ pêni d’ l’infêrne a n’ ghe ne srà.

 

FILASTROCCA

                             Ci sono filastrocche che fanno parte dei così detti giochi senza fine. Era anche una prova per vedere se il piccolo capiva il trucco.

 

AL TÔP E ‘L RÌS

 

A gh’êra ‘na vôlta un tôp e un rìs

ch’i rampêvne sú pr’un gradìs.

Al gradìs al dè la vôlta.

Vöt ch’i t’ la cûnta un’âtra vòlta?

 

INDOVINELLO

A gh’é ‘na stàla piena d’ vàchi biânchi:

ma gh’ n’é una rùsa ch’ la li câlsa túti.

(I denti e la lingua)

 

POESIA

LA NÒSTRA VÌTA

di Savino Rabotti

La nòstra vìta l’ê cme ‘na candēla:

a s’ tribùla pr’apiâla, e un cûlp ad vênt

a la pudrê smursâr int un mumênt.

 

La lûš ch’ la fà l’é pôca, ma l’ê asê

per mustrâv al sentêr mênter ch’i andê.

 

La nòstra vìta l’ê cme ‘na candēla

che, mênter ch’ la s’ cunsúma lentamênt,

la s-ciarìs l’esistênsa e i sentimênt.

 

La nostra vita è come una candela: si tribola per accenderla e un colpo di vento la potrebbe spegnere in un attimo. La luce che produce è poca, ma sufficiente a indicarvi il sentiero mentre camminate. La nostra vita è come una candela che, mentre si consuma lentamente, rischiara l’esistenza e i sentimenti.

 

USANZE

La scorsa settimana abbiamo visto i preparativi per il matrimonio.

Cominciavano appena stabilita la data per il rito. Per la sposa c’era da completare il corredo, normalmente preparato in precedenza, fin da quando la signorina era ancora una ragazzina.

Lo sposo doveva preparare il nido, cioè la camera della nuova coppia, quindi imbiancarla, procurarsi qualche mobile, predisporre il materasso di piuma e il paglione di foglie di granoturco. Poi curare il resto della casa perché l’ingresso della sposa fosse gradevole: tinteggiare cucina e ingresso, pulire bene davanti a casa, magari mettere qualche fiore.

 

Quando giungeva il giorno fatidico lo sposo, tutto agghindato, si recava con gli amici alla chiesa parrocchiale della sposa e là l’attendeva. Non gli era permesso vedere la sposa fino a quel momento.

Il rito doveva essere solenne e la Messa cantata almeno da tre sacerdoti. All’uscita gli sposi ricevevano l’applauso e il saluto di amici e parenti. Il lancio del riso è posteriore. Dopo ci si avviava verso la casa della sposa per il pranzo. E questo doveva essere solenne, il più importante dell’anno. Ospiti e sposi si intrattenevano fino ad un orario compatibile per arrivare a casa dello sposo per la cena. A questo punto entrava in scena una figura caratteristica: al Mnûn. Costui era, possibilmente, uno della famiglia dello sposo: un fratello maggiore o uno zio. Il suo compito era quello di guidare (Mnûn = menare, condurre) il corteo fino alla casa dello sposo, evitando o superando intralci frapposti ad arte sul cammino.

 

Da noi, in val Tassobio, il percorso veniva accompagnato da spari, suono di trombe, canti, e “roste”. Il tutto doveva servire a rallentare un poco il cammino per arrivare a casa quando tutto era pronto. Gli spari erano a salve, e lanciati dalle alture che affiancavano la strada. Oltre a creare un clima di festa servivano a segnalare a che punto era il corteo. Le roste invece erano cumuli di rami, impegnativi ma non a tal punto da essere insuperabili. Dovevano, in pratica, chiudere la strada con l’impossibilità di aggirarle. Bisognava rimuoverle.

 

Nella valle del Secchia vigeva invece l’imboscata, che però aveva luogo prima che la coppia arrivasse alla chiesa. In questo caso lo sposo si recava a prendere la futura sposa alla casa di lei, poi, assieme si recavano alla chiesa. Lungo il percorso venivano fermati da uomini travestiti da briganti che imponevano la gabella per potere procedere verso la chiesa. In pratica si inventava un processo con tanto di avvocato. L’annuncio dell’imboscata era: Qui non passa gente bella / se non paga la gabella. E la gabella consisteva nell’offrire ai finti briganti confetti, dolci e vino. Toccava al presunto avvocato sfoderare tutta la sua bravura per ottenere il permesso di passare.

 

Quando il corteo raggiungeva la casa dello sposo era ormai sera. Ma c’era ancora un ostacolo da superare. La porta era chiusa e a chi bussava per entrare si rispondeva con storie diverse, come se si trattasse di gente sconosciuta e quindi non gli si poteva aprire. Anche in questo caso la schermaglia durava fino a quando dalla cucina arrivava il segnale che tutto era pronto.

Tralasciamo di parlare della cena, anch’essa solenne il più possibile. Dopo, se c’erano dei musicisti, si facevano un po’ di balli fino a quando gli sposi non salutavano gli ospiti per ritirarsi in camera. Ma anche qui c’era il pericolo di qualche scherzo. Oltre al classico sacco o ai campanelli applicati sotto il letto, ve ne era uno di scherzi alquanto crudele: sulle lenzuola nuove veniva sparso dello zucchero. Già fastidioso di per sé, diventava insopportabile quando veniva a contatto con la pelle. Quindi, se volevano andare a letto, agli sposini non restava che rifare il letto scuotendo per bene le lenzuola.

Gli amici si intrattenevano fino al mattino ballando, bevendo, cantando. Perché appena fatto giorno dovevano offrire il caffè agli sposi prima che questi si alzassero. Accompagnando il gesto con battute più o meno allusive.

 

SAGGEZZA ANTICA

          CASTĪGAT RIDENDO MORES

 

Corregge le abitudini ridicolizzandole. Questo motto viene attribuito a volte ad Orazio, altre volte a Giovenale. L’equivoco nasce dal fatto che tutti e due gli scrittori sono autori di satire, la forma letteraria più usata per prendere in giro i difetti delle persone ridicolizzandoli. In realtà il motto fu dettato dall’umanista francese Jean de Santeuil per la tomba del comico italiano Domenico Bianconcelli, chiamato in Francia dal cardinal Mazzarino assieme alla sua compagnia di attori.

 

SUPERSTIZIONI

DARE L’ALTA AL ROSPO

 

Si diceva che il rospo sputava veleno addosso alle persone. Forse anche per questo c’era la brutta abitudine di dare loro l’alta, cioè si poneva un’assicella in bilico su un sasso o su un tronchetto di legno in modo che la tavoletta appoggiasse su un lat. Si poneva il rospo sulla parte bassa dell’assicella poi con un grosso randello si colpiva la parte sollevata dell’assicella. Questa veniva proiettata verso l’alto assieme al rospo che però proseguiva oltre la tavoletta, per poi cadere e rimanere stordito. Logicamente si trattava di una barbarie gratuita dovuta all’ignoranza. Il rospo non solo non è velenoso ma è utile all’uomo perché mangia gli insetti che danneggiano l’orto. E sputa solo per difesa se è aggredito, ma la saliva non è velenosa.

 

 

SATIRA

L’ÚVA D’ MUNTÀGNA

 

Ho trovato, tra le carte di Giovanelli, una breve satira sull’uva montanara. L’autore penso sia un certo Fabiân da Muntpiân.

 

Mia savêr che l’úva muntanâra

la gh’ha ‘na fôrsa râra,

e, per dâgh un pô d’ calûra (gradazione alcolica)

a gh’ völ l’úva d’ la pianûra;

perché al tusch al gh’àbia gradasiûn

a gh’ völ al rùs d’i cantinûn.

Cun la laslòta pu’ a n’ sa dîš.

L’ê vin da tàj anch quel da S-cîš,

e urmài i’ n’ bèvne pu’ d’ašê

gnân i cuntadîn lasú d’ Ramšê.

Ma a gh’é suquân-c sît in muntàgna

ch’i’ dân n’úva ch’a n’ gh’a n’é d’ cumpàgna.

A gh’é di sît a la spùnda

ch’i dân túta úva nîgra e biùnda.

Pertròp i’ gh’èma l’impresiûn

ch’ la sia túta úva dal padrûn.

 

CURIOSITÀ

ALFIERI (e la concisione espressiva)

 

Da studentello ci ripetevano spesso: ciò che conta è la volontà per raggiungere dei risultati. Anche nello studio. E a conferma ci riferivano l’adagio di Alfieri: Volli, sempre volli, fortissimamente volli, dissacrato poi in tante altre salse (una diceva: polli, sempre polli...) Più avanti ci hanno spiegato anche la capacità di sintesi dell’Alfieri, che realizzava cinque interventi nel breve spazio di un endecasillabo.  Oggi il linguaggio dell’Alfieri ci pare tronfio ed esagerato nella ricerca dell’effetto. Dice Luigi Maria Musatti: “Al nostro gusto attuale ci appaiono ridicoli. Non siamo più capaci di lasciarci coinvolgere dal loro linguaggio”. Ecco un primo passaggio. Il dialogo è tra Creonte e Antigone:

 

Scegliesti?

                  Ho scelto.

                                    Emòn?

                                                 Morte.

                                                                  L’avrà.

Ancora, nella tragedia Filippo, (Atto II°, scena Vª), assistiamo a questo dialogo tra Filippo e Gomez:

 

Udisti?

            Udii.

                     Vedesti?

                                    Io vidi.

                                                  Oh rabbia!

Un’altra citazione molto nota è questa:

 

Sàilo?

            Sollo.

                      Sallo il re?

                                           Sallo.

Sassi per tutta Roma e tutta Atene.

 

Non è la cronaca di un terremoto. Sailo, sollo, sallo, sassi sono voci composte del verbo sapere: lo sai?, lo so, lo sa, si sa. Come dire: la notizia è di pubblico dominio. Ad onor del vero quest’ultima frase molti non l’attribuiscono all’Alfieri ma a caricaturisti dello spettacolo di fine ottocento.

 

MEDICINA EMPIRICA

ACHILLEA o Ricotta

Anche quest’erba per noi non aveva valore. Solo qualche volta si raccoglievano i fiori da mettere nell’oratorio. Per il resto la si lasciava in mezzo al fieno ma non le si attribuivano virtù proprie. Invece ha proprietà antinfiammatorie, antispastiche, digestive e cicatrizzanti. Porta beneficio alla circolazione, ed è utile contro le varici, le flebiti e le emorroidi. Si usa anche per fare liquori, aperitivi, digestivi.

                            ERBE, PIANTE E FRUTTA ANTICA NEL COMUNE DI CARPINETIScuole Medie 2002/2003, pg. 48

    

GIOCHI

CORSA A TRE GAMBE

Due concorrenti si affiancano in modo che la sinistra di uno tocchi la gamba destra dell'altro. Le due gambe vengono immobilizzate con una cintura o una corda robusta. Dovranno raggiungere un traguardo scelto in precedenza nel minor tempo possibile e senza cadere. Eventuali sanzioni vengono disposte all'inizio della gara e accettate dai concorrenti. Le difficoltà sono quasi infinite: diversità di statura, di ritmo, di allenamento atletico, di calzature,  di lunghezza di passo.

 

 

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