I care / Mi prendo cura

I care

Due semplici parole. Con queste, in terra inglese, si termina a volte un incontro o un saluto. Un augurio che scivola via svelto, in punta di piedi, ma va dritto al cuore. Take care! (Prendi cura di te). “Sapessi quanto mi piace sentirmi salutare così...” vi dirà Francesco, a Londra ormai da tre anni. Se fatto poi da una donna sembra il saluto della mamma, prima di partire... Quasi un’invisibile, lunga presenza protettrice. Abbi cura.

Proprio a questo penso quando ascolto Elisa, arrivata a Londra qualche giorno fa. Racconta un episodio freschissimo. Una ragazza inglese, passandole vicino l’altra mattina, alla bocca del metro: “Madame, it’s ok?”(signora, va tutto bene?) le fa vedendola con un’aria tesa, preoccupata. Aspettava la figlia studentessa qui da qualche anno. La sorprende, infatti, questo prendersi cura dell’altro. Mi ripete la frase. Le  pare curiosa. Una novità sorprendente in questa immensa metropoli. Quando, proprio un mese fa in Italia, assalita da qualcuno per strapparle la borsetta era scivolata a terra. Aveva il mento sanguinante e accanto le passava una ragazza imperturbabile, parlando al telefonino. Del tutto indifferente. “Non c’è questa mentalità da noi!”, fa con amarezza, mentre racconta il fatto in ogni suo dettaglio.

“Globalizzazione dell’indifferenza”, la chiamava recentemente il nuovo papa sudamericano. Forse, pensava alla nostra Europa. L’indifferenza all’altro è come un virus che intacca il cuore della società di oggi. Ne paralizza il movimento, la sistole e la diastole. Vi riveste quasi come una corazza. Ognuno“cura” i propri interessi. Non l’altro o  gli altri. Tanto meno chi è nel bisogno. Forse, è questa la vera lezione di questi ultimi vent’anni.

“I care” erano, invece, le parole più care a don Milani. Le inculcava nella mente dei suoi ragazzi di Barbiana - piccoli selvatici come le loro capre - e gliele faceva ripetere continuamente. “I care...”. Come la parola più sacra per un essere umano. Prendersi cura dell’altro. Degli altri. Era per affrontare un modus vivendi che rende una società pagana, selvatica, asociale. Si riassumeva, allora, in una triste parola: fregarsene. Prendersi cura, invece, indica attenzione, tenerezza, responsabilità, vigilanza e  similarità. Sì, siamo simili, della stessa umanità. Sotto, sotto, risuona tremenda la domanda di Dio “Che ne hai fatto di tuo fratello?”

Quando rientro al paese, a Dolo, saluto o apostrofo a voce alta direttamente in inglese qualche giovane nigeriano o senegalese, che passa in bicicletta. Lo vedo subito ritornare indietro, sorridere, discorrere e parlarmi a lungo... È magico. È come se avessi spezzato d’un solo colpo il muro dell’indifferenza che lo circonda. È curioso, poi, qui a Londra, come tutti gli italiani che vi arrivano si trovino a costatare questo. Take care. Basta loro un piccolo passo falso alla stazione del metro, per vedersi venire incontro un uomo di colore e chiedervi sorridente “Can I help you?”(posso aiutarla?) O, nel chiedere informazioni, vedere l’altro fermarsi, prendere tutto il tempo necessario per spiegarvi o accompagnarvi per un po’ verso dove desiderate... In bocca agli italiani, poi, immancabilmente questa nota di stupore: “Credevo che gli inglesi fossero freddi!” Si accorgono, invece, che tutta una società ha educato al fair play, alla cortesia, all’aiuto reciproco. “Anzi, già da piccoli a scuola si insegna tutto questo!” mi fa Carla, che segue l’insegnamento dei ragazzi inglesi. Sarà, allora, un miracolo quando in Italia troveremo questa stessa preoccupazione per chi viene da fuori. O da un altro mondo.

In fondo, riflette poeticamente Ivo Lizzola: “Forse solo grazie a una veglia gli uni sugli altri potremo non perderci in sentieri in penombra, potremo imparare a diminuire e sottrarre, a perdere e consegnare, a cogliere e seminare. A deporre. Scopriamo che solo aiutandoci vicendevolmente a chinarci e a lasciare, a non tenere e a non trattenere riusciamo a cogliere ancora il Nascere, fragilissimo e un poco disperso. Come è del Figlio dell’uomo”.

(Renato Zilio)

 

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