“L’Appennino e l’agricoltura che rifiorisce”

"Nel nostro Appennino c’è ormai più di un segno concreto di rinnovato interesse per forme di agricoltura diverse dal Parmigiano Reggiano". Lo afferma Fausto Giovanelli, presidente del Parco nazionale dell'Appennino tosco-emiliano.

Esempi: "Lo zafferano, presentato recentemente a Succiso, l’esperienza che si è definita Orti del Ventasso, i prodotti (carni, ragù, marmellate) venduti direttamente dall’azienda insediatasi alle Comunaglie vicino a Cinquecerri, quelli di fattoria del parco a Fornolo e quelli di un giovane pastore allevatore in quel di Gova, quelli di un’impresa nata da poco presso Ottosalici a Castelnovo ne’ Monti, poi i progetti che molti non già agricoltori di professione stanno coltivando da Felina a Cecciola a Vaglie a Schia…".

Prosegue e conclude il numero uno dell'ente di protezione e promozione nostrana: "Per non parlare degli agriturismi. Certamente non tutti i tentativi riusciranno, ma è evidente che la risorsa base (il territorio) in Appennino c’è e qualcuno comincia a utilizzarla. Forse è l’inizio di un’inversione di tendenza rispetto al tempo dell’abbandono massiccio e dell’allontanamento anche culturale dalla terra.

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4 Commenti

  1. Da quando in qua il Parmigiano-Reggiano è una forma di agricoltura? Dare un occhio all’italiano non guasterebbe.

    (Celeste Grisendi)

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  2. Trovo significativa la puntualizzazione del Senatore Giovanelli, in particolare nel rilevare le inversioni di tendenza in atto, tanto sul piano delle scelte produttive che si avviano, quanto di quelle culturali, testimoniate dall’attivismo di una quantità di realtà associative, di movimenti e di singole iniziative. Deludente al contrario, a mio parere, l’intervento dell’architetto Valerio Fioravanti nel contesto del dibattito seguito all’esposizione del Prof. Jan van der Ploeg. A fronte di una visione piuttosto estesa e motivata, Fioravanti non ha ritenuto di proporre altro che una sintetica elencazione dei maggiori impedimenti (tecnici, burocratici, economici, culturali, ecc.) che si opporrebbero ad ogni ipotesi di innovazione del “sistema” rurale. La sensazione, come troppo spesso capita nel confronto a livello politico, tanto locale che regionale o nazionale, è che per quanto ci si sforzi di indicare col dito la luna, tutto venga poi ridotto ponderatamente alla contemplazione del dito. Francamente la situazione sembra richiedere qualche sforzo in più di fantasia, piuttosto che l’arroccamento tra gli stati di fatto.

    (Giovanni Nicolini)

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  3. Spero di non urtare la sensibilità di nessunoì se non mi allineo a chi esorta a sforzi di fantasia quando appare evidente, almeno per me, che se ne sia usata in quantità industriale: dalle orbite degli orizzonti circolari, ai confini dell’Europa, che trova il confine con il Mediterraneo al passo del Cerreto, a 1200 metri sul livello del mare. Continuando con questa fantasia, mi terrorizza l’idea che possa saltare in testa qualcuno di mettersi ad aprire finestre-vista-mare, ben sapendo quanto ci costano i “serramenti” nel territorio del Parco.

    (MV)

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  4. Invece apprezzo molto il senso dell’argomento che non ha bisogno di echi di sostegno, perché sono da sempre convinto che è stato l’abbandono del mondo agricolo la causa di decadimento di ogni tipo di territorio, di cultura e di economia. Anche un Parco nazionale “centra” molto col mondo agricolo, poiché non luogo di tutela di un paesaggio naturale, ma di un paesaggio costruito dagli usi agricoli e pastorali del luogo. Anzi, laddove sparissero le forme agricole sparirebbe anche il paesaggio che conosciamo. Quindi il fatto che con fantasia si attivino momenti e occasioni di ripresa dell’interesse sulle produzioni agricole è solo lodevole e, anzi, è una delle risposte migliori che questa nazione possa dare alla concorrenza globale, poiché il prodotto agroalimentare italiano è fuor di dubbio il migliore e il più ambito del mondo.

    (Marco Leonardi)

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