“Scendevamo a Villaberza” di Normanna Albertini

Teresa Musi, Ornella Olmi, Normanna Albertini con dei bimbi all'uscita da messa a Villaberza - anni '70

Teresa Musi, Ornella Olmi, Normanna Albertini con dei bimbi all'uscita da messa a Villaberza - anni '70

Mia nonna Jusfina (anzi: la mia bisnonna), afferrava gli anelli di legno della borsa di stoffa nera, si legava per bene il fazzoletto sulla nuca, incrociava lo scialle di lana sul petto, se era freddo, fermandolo con l’immancabile grembiule – che con il cappotto e con le giacche non ci andava d’accordo - poi ci chiamava e via. Si partiva per la bottega.

Da Predolo, proprio nel mezzo dell’aia, correva giù, a quei tempi, una carraia comoda a sufficienza per il movimento dei carri, cioè dei birocci trainati dalle vacche.

Scendeva verso Villaberza (che era un paese vero, mica due case in croce come Predolo), dove c’erano la chiesa parrocchiale, il bar dell’Irene e la bottega di Malagoli.

Perché, se si voleva andare alla bottega, da Soraggio e da Predolo era necessario andare a piedi fino al Fariolo, da quella dei Santi, o a Roncroffio; Gombio era assurdamente distante, però aveva la “cooperativa” (bar e rivendita di alimentari vari che io pensavo si chiamasse “comperativa”) e la “palta”, dove si potevano acquistare i francobolli e il tabacco.

Gombio, come il Fariolo, aveva pure la fiera una volta all’anno – tre bancarelle in croce, ma anche il “calcinculo”, credo di ricordare, quella giostra su cui, per paura, non sono mai salita - tuttavia era davvero impegnativo camminare fino laggiù.

Così, a Gombio ci andavo soltanto a scuola e a messa, affrettandomi dietro al passo svelto di mio nonno Carlo (che piuttosto che mancare alle funzioni religiose lasciava bagnare il fieno nei campi), ed era già un bel camminare.

Scendevamo a Villaberza, dunque, io e mio zio Giuseppe (bimbo come me) con la nonna, saltellando su è giù per le scarpate, che non eravamo mai stanchi; sorpassavamo la fontana del “Pusùn” (il pozzone), dove le donne di Predolo, della Scasola, della Bocca e della Battuta sciacquavano i panni e attingevano l’acqua potabile e, superato il Casotto, finivamo alla chiesa; poi giù, fino alla bottega.

In quella chiesa, i miei genitori si erano sposati. Li aveva uniti in matrimonio don Battista Zini, che più avanti mi aveva battezzata.

Trovavo affascinante quella chiesa, con il buffo campanile basso basso lì davanti, tanto basso che potevo toccare le campane, le due abitazioni dei mezzadri un tutt’uno con l’edificio sacro, il monte dietro rivestito di campi lavorati, ripido e spelacchiato, e un grande spazio verde aperto sul davanti.

Aveva qualcosa di incantato. Bello, il luogo: esposto a mezzodì, assolato e rigoglioso.

Perfino il cimitero, lì a due passi, pareva allegro, forse a causa del sole che lo riscaldava per buona parte del giorno e dell’anno.

Io non ho conosciuto don Battista Zini, o forse non lo ricordo, ma nei racconti di mio padre è una figura talmente viva che mi pare familiare. Un bel tipo.

Qualcuno mi ha detto, una volta, che ogni parrocchia ha il prete che si merita; gli abitanti di Villaberza dovevano avere delle virtù nascoste se, agli occhi del buon Dio, erano risultati tanto meritevoli da vedersi conferire personalità intriganti di parroci come don Battista Zini, prima, e don Walter Aldini poi.

La carraia che scendeva da Predolo era quella che avevo già percorso più volte con mio nonno Ambrogio per raggiungere il suo nascondiglio di frasche del “paimùn”, il panione: la cattura degli uccelli con il vischio.

L’immagine nitida di due braghe di fustagno indossate sul mio pigiama, sulle quali la nonna aveva teso fino alle ginocchia le calze di lana fatte a mano, per poi infilare i miei piedini ben foderati negli stivali di gomma neri, mi riporta all’odore della neve calpestata, del fuoco basso acceso nel capanno, delle foglie marcescenti del bosco, dei rametti di salice con cui erano costruite le gabbie per gli uccelli catturati e, ancora prima, delle uova strapazzate con il burro, abitudine alimentare del mattino che mio nonno aveva acquisito in Francia.

“Allons, ça va?”, diceva lui, che a volte scherzava con il francese e, quando mi rivedeva dopo un po’ di giorni, invece che “miracle”, mi accoglieva ridendo e storpiando la parola in “miracùl”.

Camminavo tutta fiera a fianco di mio nonno, lui con la giacca di velluto e il fucile a tracolla, e mi fermavo a raccogliere gli unici fiori spuntati nel gelo.

Erano piantine dal fogliame gagliardo, con foglie palmate verde scuro; sugli steli carnosi c’erano delle rose puzzolenti, anch’esse verdi, che brillavano di umidità in mezzo alla neve.

Il nonno mi intimava di lasciarle lì, che erano velenose, “fiori delle bisce”, diceva. Oggi l’elleboro (quella pianta) viene chiamata “rosa di Natale” e la usano persino nei giardini.

E poi, al capanno, l’odore del vischio. Ottenuto bollendo le bacche della pianticella - credo dopo averle poste per un po’ sotto al letame - veniva cosparso come una colla sulle panie, sorta di rametti finti che finivano in alto, su un albero vero o su un palo.

Gli uccelli, richiamati da un loro simile tenuto lì nascosto in una gabbia, si posavano sui rametti impegolati restando appiccicati, e più si muovevano, più si invischiavano.

Ma mica tutti gli uccelli andavano bene. Ci fosse finita una cornacchia o un’upupa, l’avrebbero liberata subito, perché erano ritenute bestiole disgustose.

Mio nonno diceva che l’upupa mangiava le formiche, per cui ne prendeva il sapore e puzzava pure.

No, gli uccelli che erano buoni da mangiare e da vendere erano altri; in dialetto le chiamavano “séche” e “clumbìne”; erano i tordi: il sassello, il bottaccio, la cesena e, credo, un’altra specie: la colombella.

I tordi somigliano moltissimo ai merli, sono un po’ più grossi e hanno le uova azzurre azzurre; lo so perché un nido di “séche”, una volta, l’avevo “allevato” su uno degli aceri campestri sotto casa mia. “Allevare” significava stare attenti - una volta individuato il nido con le uova - a quando i piccoli diventavano “volotti”, il che coincideva con l’accrescersi delle penne sulle ali.

Era indispensabile non toccarli e non farsi vedere dai genitori intorno al nido, fino a quel momento, o li avrebbero abbandonati e, così piccini, non campavano senza essere imbeccati da mamma e papà. Una volta “volotti”, li si prelevava e li si portava a casa, in gabbia.

Certo, gli unici uccellini che nessuno avrebbe osato toccare o disturbare, quasi fossero sacri, erano le rondini; per le rondini si lasciava sempre una finestrella aperta nella stalla, in modo che riuscissero a entrare ad ogni ora del giorno. E se, per fatalità, una rondine s’inventava di fare il nido in un ambiente della casa, anche lì le si permetteva di girare dentro e fuori.

Erano tre, i miei tordi, e li avevo poi cresciuti con la “pappa” delle galline, vermi e insetti vari. In seguito li avevo liberati. Lo facevano tutti i bambini, allora, di rapinare i nidi, ma, di solito, “allevavano” i merli.

Pare una crudeltà, e sicuramente è bene che oggi tali pratiche siano vietate per legge, tuttavia quello era un modo per imparare a prendersi cura, fin da piccoli, di un essere vivente, a diventarne responsabili. Anche il minuscolo orto di neanche un metro quadro che mia nonna Eva mi lasciava zappare, seminare e custodire da sola, probabilmente, serviva a questo.

Perché i vegetali, non meno degli animali e degli umani, richiedono cura, tempo e amore. La pazienza si impara; l’attesa dei risultati si impara; anche alla pazienza, però, bisogna educare e allenare.

Nel bel mezzo di quell’orticello da gnomi, io e mio fratello trapiantammo, un giorno, un pino silvestre alto pochi centimetri, prelevato sulla Battuta, e una pianticella di vite. Oggi sono ancora lì, e i rami del pino con il vento si impigliano, alti, nei cavi del telefono.

La Battuta, il monte delle cave di sasso – la bella arenaria azzurro verde con cui erano costruite la mia casa e le altre lì intorno - era l’alto scoglio che separava Soraggio da Villaberza.

Separava o univa? La Battuta era lì, elevata tanto da impedire, verso Gombio, la visione della Pietra di Bismantova, dominante e in parte piana sulla sommità (o forse livellata dal troppo scavare massi nei secoli), cupa e coronata di grigi calanchi a nord, più morbida e assolata, rivestita di roverelle, carpini e pini silvestri a sud.

La Battuta era percorsa da tante carraie che si intersecavano e portavano un po’ ovunque, fino a Montecastagneto; larghe, comode e pulite, erano belle, con le scarpate ricoperte di brugo e di ginestre che si riempivano, in estate, di garbati fiori violetti e gialli. Oggi sono state in parte ritrovate e accomodate dai volontari del Cai di Reggio Emilia, i quali hanno segnato, da poco, il sentiero 674: l’anello Villaberza-Montecastagneto. L’unica cosa che, della Battuta, un po’ mi spaventava era la diceria che fosse luogo di serpenti, ma mica vipere e bisce, no: serpenti verdi, enormi, con la cresta. Forse parenti di quel “serpente regolo” che popola l’immaginario popolare della Garfagnana?

Paura o no, quando ero bambina e si andava a piedi, erano quelle le strade abituali, non la “strada nuova”, dove passavano le automobili; troppo lunga, che non si arrivava mai…

La Battuta era anche la denominazione di una casa, una stalla, una famiglia: quella di Ornella Olmi, che sarebbe diventata la compagna di classe e di banco delle mie scuole medie e superiori, nonché l’allegra, ironica, spassosissima, insostituibile amica del cuore di tutta la mia adolescenza.

Con lei, ridendo e chiacchierando, avrò percorso migliaia di volte le stradine e i sentieri della Battuta tra Soraggio e Villaberza, dato che spesso ci accompagnavamo e riaccompagnavamo a casa, reciprocamente, all’infinito, finché non faceva buio.

Insieme, da ragazzine, ogni tanto scendevamo al bar dell’Irene per un gelato; da don Walter ci andavamo, invece, per implorarlo di darci una mano nei compiti di latino, o anche solo per fare due chiacchiere, o per andare a scartabellare e rovistare nel suo archivio, vero caos di libri e documenti e miniera di importanti informazioni. La sua canonica era sempre aperta.

Ci accoglieva con disponibilità, anche se era impegnato nei suoi studi di filosofia o, magari, nella preparazione di una delle sue conferenze nelle università del Messico, oppure, con monsignor Giovanni Costi, poteva essere intento a scrivere testi di religione per le scuole.

Era uno studioso, un filosofo di grande levatura; un grande uomo che viveva un po’ da asceta nell’isolamento verde della chiesa di Villaberza.

Sorridente con tutti, ospitale e di incredibile umiltà – lui, così colto e alto non solo di statura fisica – ci seguiva, noi adolescenti, con consigli attenti, ma riguardosi, semplici, densi di saggezza.

E se le sue omelie risultavano certo un po’ troppo complesse per gli abitanti dei nostri paeselli – che di Kant non so quanto capissero - quando parlava a tu per tu con le persone sapeva davvero “farsi greco con i greci”, con modestia, simpatia e uno spiccato senso dell’umorismo.

Il suo studio era sommerso di scaffali pieni di libri che erano esondati anche sulla scrivania - ricoprendola completamente - e sul pavimento, in pile disordinate.

Si salvava solo il pianoforte da quell’alluvione di tomi, volumi, registri, quaderni, fogli; sulla tastiera, perennemente scoperchiata, noi ci divertivamo a strimpellare canzoncine stonate, disturbando i topolini che, ogni tanto, con nostro raccapriccio, ma senza che il parroco si scomponesse, fuggivano in cerca di un rifugio più sicuro.

Ci stimolava, don Walter, a studiare, a capire, a muoverci. “Se ti perdi in una foresta, che fai, t’incammini per cercare di uscire o stai lì ad aspettare che ti vengano a cercare?”, mi disse un giorno, e io gli risposi che, sì, mi sarei incamminata. “Ecco”, concluse lui, “è questo che devi fare nella vita: avviati, cerca l’uscita sempre, cerca la strada, perché nessuno ti verrà a tirare fuori se non sei tu a incamminarti”. Non lo ringrazierò mai abbastanza.

Nel suo archivio, frugando frugando, un bel giorno io e Ornella trovammo i registri di battesimo e ci mettemmo a spulciarli fino a che non ci imbattemmo nel nostro anno di nascita e nell’annotazione dei nostri battesimi; calligrafia antica ed elegante di inchiostro e pennino, don Battista Zini aveva trascritto il mio nome spezzandolo in due; forse perché il mio nome vero non aveva santi sul calendario? Credo di sì, ma ci rimasi male.

Che era un prete particolare, don Zini, lo sapevo dai racconti di mio padre, ma anche dalle satire di Isaia Zanetti (bella zona, la mia, capace di generare addirittura poeti anarchici e anticlericali!), che tutti più o meno conoscevano e recitavano, ridacchiandoci su.

Come dice l’esperto di dialetto della montagna reggiana Savino Rabotti, doveva aver avuto problemi nei rapporti con il padre, il poeta Isaia. Un padre rigido che non aveva visto per lui altre alternative oltre al lavoro dei campi. Ma allora, spesso, era così.

Isaia, quindi, represso nelle sue ambizioni e creatività, si era sfogato con le satire, nelle quali rimarcava che l’autorità costituita, essendo sopraffazione e abuso, era da combattere con mezzi legali e illegali; che gli unici a lavorare sul serio erano soltanto i contadini e gli operai, mentre i professionisti, gli impiegati e gli studenti costituivano una massa di sfruttatori improduttivi (e chissà cosa direbbe oggi,in proposito!); che il vero povero è solo il contadino, anche se possiede campi e bestiame, perché è costretto a lavorare senza interruzione ed è legato al lavoro per tutta la vita.

Nato nel 1899, Isaia morì nel 1973 e, per tutta la sua esistenza solitaria, bersagliò qualsiasi potere con le sue satire: prima il podestà, che tratteggiava come una sanguisuga opportunista, poi il parroco, don Zini, sul quale arrivò perfino a gettare fango, e poi tutti coloro che non svolgevano un lavoro fisico.

Un bell’esempio dei suoi versi corrosivi: “Vilabêrs l’ê ‘na paròchia, /cùma i dîši, bên cumpòsta, /un pô chêta, bên unîda, /cun d’la grân gênta istruîda. /A gh’è di fûrb e dj’ istruî, /dj’ignurânt e d’imbambî, /a gh’n’é di sêvi e  ânch di màt, /e pu’ a gh’é anch d’i pajàs. /Don Batista, (ch’al srê il càp) /lû l’è ‘l re d’ tú-c i pajàs. /Al fa sémper dal pensâd /da  far rìdr’ e spajasâr.”

Insomma: secondo Isaia, don Zini era il “capo dei pagliacci” che faceva sempre delle “pensate” stravaganti, ridicole e risibili; era quello che, in un’altra satira, il giudizio l’aveva perso e l’aveva messo in solaio con le altre cianfrusaglie.

Mio padre ricorda che durante la guerra, un mattino, Isaia passò davanti a casa sua, probabilmente salendo da Montecastagneto, e si fermò pensoso; quella notte, “Pippo”, il famoso aereo alleato da ricognizione (ma erano più di uno) che sorvolava, in notturna, i cieli dell’Italia del Nord, aveva compiuto il suo giro,  spaurendo non poco la gente. Isaia sostò, guardò il cielo, poi sentenziò: “Duce! La sera senza luce, la notte rioplani, la mattina senza pani!”, riassumendo, in poche parole, tutta l’assurdità del fascismo.

Mio padre ha bei ricordi pure di don Zini, che ha frequentato sin da bambino in quanto la nonna paterna, Adele Manfredi, originaria di Fergnola, oltre Montecastagneto, da nubile aveva lavorato come perpetua dal precedente parroco di Villaberza. Così, pur abitando in parrocchia di Gombio, Adele preferiva andare a messa con la famiglia a Villaberza.

Che poi, a dire il vero, attraversando la Battuta, era molto più comodo scendere lì.

Afferma, mio padre, che di uomini come don Battista non ne nasceranno più.

Era forte anche fisicamente, rigido, autoritario, ma autorevole, in grado di farsi rispettare da tutti, persino da chi gli era superiore. E di un’intelligenza unica. Modestissimo, di abitudini frugali, conduceva una vita di vera povertà, facendosi da mangiare da solo e offrendone per di più agli operai che, come mio padre, a volte erano lì per opere in muratura o per lavori nella stalla.

“Quando era mezzogiorno”, dice mio padre, “ci chiamava: ‘Oh!La resdora l’ha prùnt!’, ma era lui la resdora che aveva preparato il pranzo. In genere, ci bolliva un brodo, dove buttava della pastina. C’erano dei pezzi di carne che ballonzolavano nella minestra… però era buona.”

Come Isaia, don Zini aveva creatività e iniziativa: “Quando sapeva che portavano in giro la Madonna Pellegrina”, continua mio padre, “lui portava in giro la sua. Una volta eravamo a pesare il latte a Predolo, al mattino presto, proprio lì dal forno della Pia, dove sbuca la carraia del “Pusùn”, e a un tratto abbiamo sentito dei canti religiosi provenire dal basso. Cos’era? Chi cantava a quell’ora? Spuntarono sull’aia: era don Zini con una squadra di pellegrini che egli aveva requisito e che portavano la Madonna sulle spalle, in quattro, con due pertiche. Passarono da Predolo e andarono sulla Battuta, transitando dalla Bocca, sempre cantando a squarciagola. Ed era l’alba, praticamente. Poi non so se siano scesi a Montecastagneto o se siano tornati a Villaberza dalla Scasola… ma la scena era stata incredibile.”

Non aveva timore di niente e di nessuno, don Zini, nemmeno del suo vescovo, tanto che si prendeva “licenze” liturgiche o catechistiche mica da poco, che nessun giovane parroco di oggi si azzarderebbe a imitare.

Per esempio, la confessione dei ragazzi. Li metteva con la faccia contro il muro, poi elencava tutti i peccati possibili ed essi, quando si riconoscevano peccatori, dovevano alzare un piede.

O quella volta in cui, durante la processione del Corpus Domini, si ricordò improvvisamente di non aver consacrato l’ostia prima di partire.

Non ci fece una piega: inserì l’ostia nell’ostensorio raggiato, fece tutta la processione e rientrò in chiesa, dove celebrò regolarmente la messa; nei giorni seguenti, prese carta e penna e scrisse una lettera alla Sacra Congregazione dei Riti (che in Vaticano svolge il duplice compito di regolare e dirigere i sacri riti della Chiesa latina, e di occuparsi della canonizzazione dei Santi), esordendo pressappoco così: “… ho saputo che un parroco ha portato in processione, nella festa del Corpus Domini, un’ostia non consacrata. Ditemi: ma si può fare?” La risposta, preoccupata quanto mai, non tardò ad arrivare: “… ci dica subito di chi si tratta!”.

Non ho notizie, poi, di come don Zini l’abbia rimediata.

Uomo di sobrietà vicina alla povertà, “incarnato nel popolo”, direbbe oggi certa teologia, non aveva pretese di essere trattato con particolare riguardo, quando entrava nelle case.

“Una volta, salendo a piedi da Gombio, si era fermato a casa nostra,” ricorda mio padre, “era stanco e chiese di potersi sdraiare un po’. Avevamo una cassa che faceva pure da panca e si era seduto lì. Mia madre gli propose di andare a riposarsi su un letto, ma lui rifiutò, dicendo che la cassa andava benissimo e che poi c’era bel fresco. Allora, mia madre gli disse di aspettare, che sarebbe andata a prendergli un cuscino e lui rispose di no, che poteva portargli il panchetto basso che usavano a mungere le pecore…”

Ma il ricordo di don Zini aveva varcato perfino l’oceano… Un po’ di anni fa, quando insegnavo alle elementari di Felina, insieme alle mie due classi avevo avviato una corrispondenza con un vescovo brasiliano; uno scambio di lettere che in seguito, nell’ora di religione, usavo per discutere e approfondire i problemi della povertà nel mondo.

Il vescovo era Dom João Maria Messi, dell’ordine dei Servi di Maria, nato a Recanati nel 1934, ora vescovo emerito per raggiunti limiti di età a Barra do Piraí-Volta Redonda, nello Stato di Rio de Janeiro. Ebbene: in una delle lettere, monsignor Messi ci scrisse che, quando era ancora un giovane Servo di Maria, passava dei periodi di vacanza alla chiesa di Villaberza, da don Battista Zini. Incredibile. Quando si dice “i casi della vita”.

A quei ragazzi dei Servi di Maria di Reggio, don Zini portava il latte fresco delle sue mucche.

Dice mio padre di averlo visto salire in corriera a Felina, mentre il bigliettaio gli caricava e sistemava due bidoncini di latte. “Aveva passione a fare quel che gli altri non facevano,” dice mio padre, “inventava, immaginava, era un ingegnoso. Diceva che era figlio di contadini. Mi pare che fosse nato a Santa Maria Maddalena di Saccaggio, da quel che mi hanno raccontato, anche se so che aveva parenti a Campo dell’Oppio di Carpineti. Un episodio: una sera don Zini capitò a Santa Maria Maddalena e, per prima cosa, si mise a suonare la piccola campana dell’oratorio. Tutti gli abitanti di Saccaggio, spaventati, salirono a vedere cosa fosse successo, ma trovarono solo don Battista con un galletto vivo in mano. Alla famiglia (forse Mercati?) che lo ospitò, chiese di ammazzare e cucinare il gallo e, quando la signora gli disse che andava a preparargli il letto, lui rispose, tra l’ilarità generale, che avrebbe dormito sulla paglia sotto il portico. Disse che era nato lì e che aveva sempre desiderato, prima di passare a miglior vita, di tornarci a dormire… Avrà poi dormito in un letto… gli piaceva fare le sue battute.”

In chiesa, senza aspettare tante direttive liturgiche, aveva fatto spostare, molto prima che l’idea venisse ad alti livelli, l’altare indietro nel coro; a chi gliene aveva chiesto ragione, aveva risposto che lui voleva vedere la gente in faccia, non averla alle spalle.

In casa, non aveva praticamente niente, nemmeno abbastanza bicchieri per offrire da bere agli ospiti, tanto che, se erano troppi, versava da bere nelle tazze.

Certo, la sua indole autoritaria non lo rendeva un soggetto facile, così, tra i parrocchiani, c’era chi lo stimava e lo venerava e chi, invece, lo detestava, proprio come Isaia Zanetti.

Rischiò parecchio, don Battista Zini, quando si trovò coinvolto nei fatti del 3 aprile 1944.

C’era stato il rastrellamento di Gombio condotto dalla divisione Göring e dalla Guardia Nazionale Repubblicana di Reggio; erano stati catturati cinque uomini, portati poi sul Monte  Battuta per essere fucilati. Tre morirono: Mario Ferrari, Ettore Ferrari, Nello Maroni. Due, Ulievo Ferrari e Giovanni Albertini, si diedero alla fuga.

Ettore Ferrari si trascinò fino alla località Casello, vicino alla Scasola; lì venne ritrovato moribondo.

Lo raccontava Vando del Casello: era inzuppato di sangue, aveva persino le tasche piene di sangue. Qualcuno andò a chiamare don Zini per trasportare il ferito in canonica, ma non ci fu possibilità di fermare l’emorragia e il partigiano morì. Il giorno dopo, i tedeschi si recarono dal parroco.

Don Zini raccontò, in seguito, che si erano fermati vicino al cimitero e che gli avevano ingiunto di scendere laggiù dalla loro jeep. Che fare? Li raggiunse e venne interrogato.

Un po’ titubante, chiese poi se avrebbe potuto rettificare la propria deposizione, in caso gli fossero venuti in mente altri particolari; dissero di sì, e allora si sentì salvo.

“Ha mai avuto paura nella vita?”, gli domandò una volta mio padre, sapendolo uomo così forte e coraggioso, “Sì, quella volta con i tedeschi. Quella volta ho avuto davvero tanta paura di morire…”

Da bambina io non mi curavo di tutte queste storie, non ci facevo caso; da bambina scendevo semplicemente a Villaberza con la nonna per andare alla bottega, approfittandone per farmi comprare un buon gelato al bar dell’Irene e per giocare con Teresa Musi, una bimbetta della mia età.

Sapevo solo che camminare per quei sentieri era bello, che tutto intorno era bello: l’aria lustra, la Pietra di Bismatova in alto a proteggerci come un altare, il Monte Ventasso a forma di vulcano, spesso bianco di neve, i declivi verdeggianti, dolci, ancora in parte ricoperti di viti, la fontana del “Pusùn” pronta a dissetarci.

Oggi sono consapevole del valore di quei luoghi. Che sono belli, ma anche ricchi di storia; di storie di gente coraggiosa, creativa, finanche un po’ bizzarra, come il poeta Isaia.

E se il Cai di Reggio Emilia ha recuperato e segnato, per le escursioni, il sentiero 674, l’anello Villaberza-Montecastagneto, non sono l’unica a pensarla così.

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9 Commenti

  1. Cara Normanna, rivedo nelle tua descrizione il Don Aldini che è stato il mio insegnante di Religione all’Istituto Magistrale e il Parroco di Gombio e Villaberza. Ė vero, la sua canonica era sempre aperta, anche a pseudo campeggi che ci inventavamo per stare insieme con le amiche. In un modo più affettuoso che irriverente lo chiamavamo Don Chilometro non solo per la statura ma proprio perchė era… una vera cima. Le omelie con le citazioni di Kant le ho ascoltate anche io ma ricordo anche la sua volontà di recuperare la Chiesa Vecchia di Gombio, la sua passione nel suonare il pianoforte a casa e l’organo in chiesa. Un aneddoto: un giorno gli chiesi perché rimanesse ore a guardare le tacchinelle e le galline nel prato davanti alla canonica a Villaberza, mi rispose che era affascinato dal loro comportamento sociale. Questo era il nostro Don.

    (Barbara Villa)

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  2. Ho percorso qualche giorno fa il sentiero tra Montecastagneto, Il Monte Battuta, Predolo e Villaberza, in una magnifica giornata di sole, quasi primaverile. Non sono nato e non vivo in quei luoghi, ma l’atmosfera raccontata da Normanna Albertini mi sembra sia rimasta intatta. Sono luoghi magnifici, e il panorama è come pochi altri sul nostro Appennino. Il sentiero segnato con passione dai soci del Cai è tra i più belli della montagna reggiana. Un vero sentiero da meditazione.

    (Carlo Possa)

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  3. Ciao Normanna, come sempre mi fai sognare. I luoghi che descrivi li conosco bene e mi rigenero camminando e godendomi il panorama. I dintorni di Felina sono veramente belli. Un saluto all’Ornella che è un sacco di tempo che non vedo.

    (Claudia Cotti)

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  4. Un altro grazie per avermi fatto trascorrere l’ennesima mezz’ora di pieno godimento dei tempi andati. Tanti auguri e grazie ancora.

    (Lucibill)

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  5. Come sempre bravissima, Normanna! Racconto suggestivo, musicale e ricco di atmosfera. Complimenti.

    (Roberto Mercati)

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  6. Normanna sei bravissima, un racconto stupendo. Sei stupenda, un giorno farò quel percorso.

    (Walter Aldini)

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  7. Grazie Normanna per i tuoi racconti che fanno rivivere luoghi e personaggi dei nostri piccoli meravigliosi paesi. Il sentiero ufficiale che ora passa sulla Battuta farà anche conoscere a più persone il “Memoriale del 3 Aprile 1944” realizzato nel 2011 a ricordo dei caduti di Casa Ferrari. Un grazie anche a tuo padre Achille che ha concesso il terreno, a chi periodicamente provvede alla manutenzione e a chi, passando, rispetta il luogo.

    (Dino)

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  8. Come sempre, complimenti per questi tuffi nel passato, che fanno emozionare.

    (Ivano Pioppi)

    Rispondi
  9. Grazie Normanna,
    bella descrizione, sono nato nel 1958 e sono stato allevato alla Battuta da una nutrice, i miei nonni erano alla Bocca, ricordo che non c’era l’acqua potabile in casa e si portava con i secchi a spalla come i cinesi dal Pusun sino a casa, si beveva con il mestolo di rame, mi ricordo ancora il sapore metallico. I posti li ho rivisti sempre a distanza di anni, e li ho trovati sempre meravigliosi. Mi rammento qualche camminata con mio nonno sino al caseificio, mentre nevicava.
    Un saluto dalla Brianza

    Piero Olmi

    Rispondi

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