“Eppure in Appennino c’è l’esempio di una ditta che produce occupazione”

 

Margherita Salvioli Mariani

Margherita Salvioli Mariani

Riceviamo e pubblichiamo.

* * *

 

 

di Margherita Salvioli Mariani (*)

 

 

Di rientro stamane dalle piazze del Primo Maggio, non vogliamo ricordare la festa dei lavoratori come quella del sesto anno consecutivo della crisi. Sarebbe lesivo per la dignità dei lavoratori. Partendo, anche, dal presupposto che le mutate condizioni economiche del sistema Reggio, e più in generale del sistema Italia, sono ormai strutturali.  E’, pertanto, giunto il momento di avviare una nuova riflessione sul tema del lavoro anche a fronte dei primi, flebili, bagliori dopo anni di cielo grigio.

Deboli, perché l’anno trascorso ci ha consegnato una situazione in cui la natalità delle imprese reggiane, intesa come le nuove iscrizioni alla Camera di Commercio, ha scontato un saldo negativo per ben per 475 unità. Così, le cessazioni avvenute nel 2013 sono state pari a una percentuale dell’1% su base annua. Inequivocabilmente è sempre più difficile procedere a fare impresa senza un mercato interno capace di sostenere consumi e occupazione e con un euro forte che penalizza l’export.

Però le imprese che continuano a nascere sono il frutto di un’autoimprenditorialità che va guardata con favore e sostenuta. Essa è espressione di saperi tradizionali e di quella cultura artigiana che, pur tra grande difficoltà, continua a generare esempi di capacità di creare occupazione, anche laddove in passato si guardava con diffidenza proprio per la perdita di lavoro. Sono elementi di speranza pure le automazioni industriali che, in Appennino, sono capaci di generare 600 posti di lavoro. Così come l’export  provinciale, che ha registrato una crescita in percentuale nel 2013 dell’1,8 % con un valore in termini assoluti pari ad 8,6 miliardi di euro.

Questo contesto economico legato ad un mercato del lavoro altalenante è oggi amplificato da una serie di iniziative in materia di riforme, come i primi interventi legati al job acts. Pur riconoscendo la necessità ormai inderogabile di rivedere alcune regole ormai superate, la nuova ipotesi di riforma del mercato del lavoro non affronta in maniera incisiva la prima emergenza del paese: la creazione di nuovi posti di lavoro e la riduzione della precarietà. Infatti, come organizzazioni sindacali assistiamo ad interventi in materia di contratti a termine e apprendistato che non affrontano minimamente la precarietà “vera”, quella a cui si è arrivati attraverso un utilizzo malato della “flessibilità”. Una precarietà che nasce da una cultura negativa di ricerca di un sempre maggior profitto attraverso un minor costo retributivo e contributivo, con un utilizzo massivo di co.co.co., partite iva, contratti a progetto, spesso mascherati da lavoro autonomo. E’ una situazione di dumping contrattuale che in modo particolare colpisce i giovani e di cui la politica non se ne vuole occupare. Se penso a Reggio Emilia, osservo una situazione leggermente migliore rispetto ad altre realtà italiane, forse forti anche del potere artigiano che nulla ha da invidiare al Nord Est del paese.

Positive, in tal senso, le risorse recentemente messe a disposizione dalla Camera di commercio di Reggio per incentivare nuove iniziative di lavoro autonomo tra i giovani per l’avvio di nuove professioni e nuove imprese, come le start-up. Alcune risposte arrivano, ma sono ancora troppo individualizzate e di nicchia dal punto di vista occupazionale.

Denunciamo da anni il tema della coesione sociale: nel reggiano sono sempre di più le famiglie che vivono ormai senza redditi da lavoro e la disoccupazione sfiora il 10% effettivo. I dati diffusi a livello nazionale trovano riscontro a livello locale con un sempre maggiore numero di famiglie che entrano in povertà.

Guardando oltre confine e confrontandoci con i nostri colleghi nel mondo, vorrei contribuire a sfatare il mito che la crescita sia ripartita in quei paesi dove il costo del lavoro è in sé minore, e che quindi pure noi dovremmo seguire questa strada, a partire da un abbassamento dei salari. Il problema vero è che per agganciare la ripresa anche nelle nostre zone servono interventi nazionali che diano una risposta alla crescita. Come? Ad esempio passando dal taglio dei costi dell’energia che serve per produrre e che le nostre imprese pagano mediamente il 20/25 % in più rispetto ai competitori europei. Ma anche eliminando, oltre alle auto blu, l’eccessiva burocrazia del sistema italiano che riduce in maniera significativa la capacità attrattiva anche del nostro territorio rispetto all’insediamento di nuove imprese.

Come Cisl non ci stanchiamo e non ci stancheremo di richiedere, infine, un tavolo tra imprese e sindacati per condividere obiettivi, strategie e strumenti, unica condizione che permetterebbe di rilanciare  uno sviluppo del nostro territorio che tenga insieme crescita economica e coesione sociale.

 

 

(*) segretario generale della Cisl di Reggio Emilia

 

 

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