Proposta di carcere e multe per chi istiga e promuove anoressia e bulimia

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Immagine presa dal web

Sotto il riflettore dei media la proposta di legge firmata da Michela Marzano, deputata PD,  che prevede misure di incarcerazione e sanzioni per chi promuove e incita condotte anoressiche e bulimiche. Pertanto accusati blog che inneggiano a restrizioni alimentari, a eliminazione di calorie, strategie che sottopongono a pratiche violente il corpo. Una levata di cori contro il documento tra l'altro firmato  pure da Mariastella Gelmini, Mara Carfagna, Paola Binetti. Il mondo degli psicoterapeuti è chiamato a una ulteriore riflessione sull'innegabile e dilagante fenomeno. La stessa Michela Marzano è autrice del testo "Volevo essere una farfalla" ed. Mondadori, dove narra la sua vicenda personale e la battaglia vinta sull'anoressia.

Un'analisi a 360 gradi del fenomeno è necessaria. La pressione sociale bombarda stereotipi attraverso i media e rimbalza sulla scena sociale dettando canoni estetici reiterati e precisi. In tale modo si può ricavare la scala valoriale sulla quale è improntata la nostra cultura europea. Se nell'Ottocento il peccato mortale per una donna era non essere maritata, e negli anni Settanta non essere emancipata economicamente e sessualmente, oggi l'onta peggiore per una donna è non essere magra. Magra a tutti i costi. Con subculture che pongono il focus sulla fobia della cellulite, della mancata tonicità, delle rughe, del non essere abbronzati (la tanoressia, ossessione per la tintarella, è una delle dipendenze che non fa rumore, essere sempre "neri" è cool, a costo di devastarsi la pelle). Il corpo diventa scenario di questi diktat moderni, obbedendo ciecamente ai must del momento.

Da qui il pullulare di siti pro-ana e pro-mia tenuti proprio dalle stesse ragazzine praticanti le condotte disfunzionali. Sancirle è colpevolizzare la vittima stessa perdendo di vista le vere radici del fenomeno.

Regolamentare una tendenza nociva è sacrosanto, tuttavia non arginerà il problema.

Sarebbe una goccia nel mare.

Il problema dei disturbi alimentari ha soprattutto radici nella mancata stima di sé. Prima che col proprio corpo, è un problema di relazione con se stessi, con la famiglia, col mondo. Migliaia di ragazzine cadono vittime di uno stereotipo non per colpa dello stereotipo, ma perché non hanno strumenti per ribellarvisi. Se l'insicurezza interiore è profonda, se non si sviluppa una coscienza capace di difendersi dalle pressioni esterne, si ripete il gioco della campana di vetro, la tendenza a proteggere chi è pensato esposto a pericoli.

Prima che si modifichino le proposte dei giornali, della moda, dei media, prima che il modello proposto cambi, moltissime ragazze cadranno vittime del gioco. Pertanto le agenzie educative, le famiglie, il sociale sono chiamati a ripensarsi su qualcosa che va oltre.

Riuscire a non aderire con un'obbedienza cieca a ciò che viene incitato dall'esterno presuppone una capacità critica a cui gli adolescenti non vengono educati. Restare fuori dalla massa è difficile, a volte il senso di appartenenza al gruppo implica negoziare il proprio sé a discapito delle pratiche usate. Almeno abituiamoci ad analizzare insieme le cose che accadono, le conseguenze e a chiamare le cose col loro nome. Magre per forza non si diventa perché te lo dice un blog, o uno stilista. Lo si diventa perché la fragilità interiore è tale che pur di diventare qualcuno o qualcosa ci si conforma. Il terrore di essere sbagliati, il terrore di affrontare i propri riti di passaggio, vengono nascosti dall'illusione di poter controllare il proprio corpo. L'essere non viene nutrito adeguatamente dalla riflessione su se stessi, da un lato si soccombe in un inferno di inadeguatezza, di emozioni contrastanti e altalenanti tra la rinuncia e il controllo, e dall'altra parte l'ingordigia bulimica di chi non riconosce il proprio confine tra sé e il mondo.

Parliamone.

Invece che mettere in galera una prassi che c'è, capiamo perché c'è. Educhiamo chi viene dopo a stare in piedi in mezzo alle tempeste e a non andare in pezzi. Immersi in un rumore mediatico assordante, i giovani spesso sembrano abitare una solitudine mascherata dall'essere connessi col mondo, scollegati da loro stessi. Investiamo su pratiche che sviluppino la capacità di avere opinioni proprie, che allenino alla scelta, che incrementino la resilienza.

E' la repressione e il non ascolto della fragilità il peccato sociale attuale più evidente.

E' accettare e il fare finta che va bene così la tossina su cui lavorare con urgenza.

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2 Commenti

  1. E di chi sponsorizza metodi di dimagrimento rapidi, che demonizzano alcuni alimenti, che incitano alla ricerca della magrezza e non della salute (se no perchè pubblicare le foto del prima e dopo?) ne vogliamo parlare?

    (Luca)

    Rispondi
  2. Qualsiasi forma di incitamento pro anoressia e da azzerare, così come qualsiasi forma di esibizionismo che nasconde un velato richiamo ad una apparente salute. Con i Dca non si scherza, sono una malattia seria che nasconde un disagio profondissimo che spesso non ha nulla a che fare con la voglia di essere magre. Ogni persona affetta da anoressia urla in silenzio il proprio dolore. Certo, sì, parliamone, sarebbe necessario che se ne parlasse per fare prevenzione che a mio avviso è nulla, perché si fa prevenzione su tutto ma non si parla mai di Dca? Me lo chiedo perché è una piaga sociale silenziosa che miete vittime che spesso vengono emarginate perché tacciate di superficialità; credo di non aver mai visto un progetto serio di prevenzione nè nelle scuole nè nella comunità. Non esiste nemmeno l’intento, perché molti pensano che sia tutto un brutto gioco, che gioco però non è. Quindi oscuriamo tutti i blog pro ANA perché per emulazione o per scambio di idee per farsi del male sono pericolosissimi e parliamone di più, ma seriamente e con persone specializzate e formate per curare questa malattia terribile.

    (S.c.)

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