Il salotto letterario / Avara terra mia (I minatori) di Ave Govi

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Tutti li ricordo i giovani del mio paese partiti per andare a lavorare nelle miniere del Belgio. Di alcuni anni più grandi di me, si era comunque cresciuti insieme senza avvertire il divario, la sola differenza che appena maggiorenni, costretti dalle necessità, loro se ne erano andati, lasciando un vuoto e nelle loro famiglie, e nella schiera di ragazzi e adolescenti, che fin’ora avevano condiviso con loro la vita comunitaria. Più tardi sarebbe arrivato anche il mio turno e quello di tanti altri, non per la miniera, ma sempre un distacco temuto e sofferto. Li potrei elencare tutti, ad uno ad uno, chi è tornato e chi no, rimasto là per sua scelta, alcuni morti prematuramente minati dalla silicosi, e ben pochi di loro hanno raggiunto il traguardo della vecchiaia. Si guadagnava discretamente “sottoterra”, e il vaglia che regolarmente veniva recapitato alla famiglia, quasi sempre numerosa,  permetteva ad essa di tirare avanti  sino al prossimo invio. Eccone alcuni.

Mio cugino Dino, Luca, Berto, Giulio, Guido, soprannominato “Tartaja” perché affetto da una leggera balbuzie, rimasto là sotto un crollo, e tanti altri delle borgate vicine comunque conosciuti.

Nessuno di loro è ancora in vita.  Un ricordo nitido è una sera d’estate in cui, radunati tutti e sdraiati sull’erba del prato al chiaro di luna, dopo battute e risate, era d’improvviso calato il silenzio.

“Ancora due giorni e poi saremo “là”, disse dopo un po’ Luca.

“E n-n-non  ve-ve-dremo p-più la luna”, sillabò Guido.

Erano tornati dieci giorni prima per un breve periodo di ferie, pallidi da far paura, sotto alle unghie ancora un rigo nero. Il Giulio era un po’ considerato il poeta del gruppo, perché sin da bambino sui banchi di scuola, s’era sempre distinto nello svolgimento dei temi, e a un certo punto quella sera, quasi con pudore, confessò: “Ieri sera non riuscivo a prendere sonno, e allora ho scritto una…poesia. La volete sentire?”

“U –una  p-poesia?”chiese Guido, accompagnando la domanda con una risatina.

“Beh, non sai cos’è una poesia?”, lo rimbeccò qualcuno, certo per stemperare l’atmosfera cambiata nostro malgrado all’improvviso.

“Volete sentirla o no? L’ho chiamata “Il canto dell’emigrante”. Potremmo cantarla tutti insieme.

 Noi partiremo all’alba terra mia,

prima che al dì la luce sveli il pianto,

l’eco dei nostri passi sulla via,

sarà tra le contrade un mesto canto.

Lasceremo la madre al focolare,

a sussurrar sommessa l’Ave Maria,

questa è la prece avara terra mia,

che tiene viva in cuore la speranza.

Nel cuor della miniera la ferita,

piagando il suolo va cercando scampo,

or che lontani siamo terra mia,

avara terra che ti fai amare.

Forse sulle tue zolle splende il sole,

l’alba già muove l’ombre sulla via,

ma questo suolo avara terra mia,

sol di tenebra e gelo ammorba il cuore.

Ma torneremo a sera madre mia,

a baciar quelle zolle abbandonate.

non più stranieri al nostro focolare,

 una nenia di preghiera sulla via.

Noi torneremo a sera terra mia.

Qualcuno è tornato ed ora riposa qui, nella sua terra, altri sono rimasti là, nell’avello picconato con fatica e sudore per un pezzo di pane. Solo la luna imperterrita e indifferente, continua  a nutrirsi dei sogni di chi la guarda.

Testo di Ave Govi

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