Mulino Rosati: energia pulita!

 

mulino chichino

Turbina a mescoli (Foto Rabotti)

I mulini? Da sempre sono stati una risorsa. E da sempre venivano tassati in base al macinato prodotto. Rasenta il ridicolo l’inasprimento portato da Quintino Sella che tassava i giri della macina, creando problemi di calcolo sia per i mugnai che per i clienti (*). Sfruttavano la forza dell’acqua che chiedeva solo di essere guidata, ma non costava un soldo. Nel bacino del Tassobbio (100 km²) se ne sono contati fino a 35 tra l’inizio del 1800 e il 1950 (1). Qui parlerò solo del Mulino dei Rosati, detto Al Búj.

Perché ne parlo? Per affetto e per ammirazione. I Rosati erano anche miei cugini e qualche volta andavo a pascolare laggiù da loro. E godevano dell'amirazione di tutti per le loro "invenzioni".  Inoltre il più piccolo dei fratelli maschi aveva solo un paio d’anni più di me, e spesso, quando scendevo da loro, mi regalava qualche gioco che lui si era costruito ma non usava più. Ricordo un fucile di legno a grandezza naturale che da lontano sembrava vero, ma, soprattutto, un carrettino a quattro ruote, con lo sterzo, col quale scarrozzavo da Castellaro a Donadiolla nei momenti di libertà. Ma soprattutto ne parlo per la loro ingegnosità nell'utilizzare l’acqua anche per altri lavori, diversi dal macinare.

Il mulino Rosati si trovava in una conca tra il Mulino Zannoni a valle, verso Gombio, e la confluenza del fosso di Maiola nel Rio Maillo a monte. Da tempo mi arrovello per capire cosa significhi quel nome: Al Búj. Non può significare buio, mancanza di luce: in dialetto si direbbe A l’ôrba o Al scûr. Non può nemmeno trattarsi di un termine dialettale scomparso, visto che il mulino è relativamente recente, e in precedenza non vi erano abitazioni. Resta solo l’alveare, il bugno, che in dialetto suona appunto al Búj dal bêghi = il bugno per le api. Forse nella piana lavoravano bene anche loro, vicine all’acqua e lontane dagli agglomerati abitativi (2).

Lo ha costruito da zero, casa e impianto, Giuseppe (Peppino) tra il 1910 e il 1914. I Rosati provenivano dalla montagna di Parma, dal territorio di Neviano degli Arduini, ed erano esperti costruttori di mulini. Oltre a quello in esame, nel nostro territorio, ne esistevano altri due, forse tre, costruiti dai Rosati o da loro rimessi a nuovo. Uno è più a valle, sulla destra del Tassobbio, denominato appunto Rosati 1, (in seguito detto Rinaldi 1), costruito intorno al 1900, che però ha lavorato poco. L’altro è il Mulino di Chicchino, a tre chilometri da Compiano, sempre lungo il Tassobbio (3). E da qualche parte ho letto che fu un Rosati a costruire (o ricostruire) anche il Mulino della Piagna, in Val Tassaro.

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Il Mulino di Chicchino oggi (foto Rabotti)

Il mulino Rosati ha lavorato molto fino agli anni ‘50, quando la famiglia lo cedette per trasferirsi a Castelnovo, e, stando a quanto afferma Aqua masnāda (1), è stato smesso del tutto nel 1965. Era il periodo in cui la gente lasciava la terra e si trasferiva in città, e seminare il grano non era più conveniente. E per la molitura i Mulini a cilindri (erano chiamati così i mulini industriali, azionati con l’energia elettrica) facevano spietata concorrenza ai mulini ad acqua.

Dietro il mulino c’era la grossa gora (al Butàs) per raccogliere l’acqua. Il mulino disponeva di tre coppie di macine destinate una alla molitura del grano, una per quella del granoturco, la terza per le castagne secche e le misture di cereali. La movimentazione delle macine avveniva tramite ruote orizzontali a mescoli. Peppino era, a suo modo, un artista. Mi racconta la figlia Ave che per ogni particolare c’era una rifinitura, un tocco di stile. Nelle parti terminali dei travetti di sostegno, nell’impugnatura delle leve di apertura della canalizzazione forzata, nella barra salterina per dosare l’afflusso di grano dalla tramoggia alla macina Peppino aveva scolpito una testa che riproduceva persone vive allora. E anche sulla facciata di casa aveva collocato sculture in sasso dentro piccole nicchie. Ricordo bene una testa di uomo, in arenaria, che poteva facilmente imbrogliare gli estimatori di Modigliani.

Utilizzavano l’acqua a ciclo continuo. Nella mia infanzia quel mulino era considerato una piccola industria per l’ utilizzo razionalizzato dell’acqua. La famiglia che lo gestiva era numerosa e fino al dopo guerra i giovani cercavano di trarre da quell’acqua il massimo vantaggio. Gli introiti della sola macinazione non erano sufficienti a sfamare tutti. Qualcuno andava per garzone o ad opera, come si diceva allora, cioè a giornata, mentre le femmine si recavano a servizio a Milano o a Genova. Le ristrettezze spingevano ad escogitare soluzioni nuove.  Alcuni dei giovani lavoravano da falegnami. La perspicacia e la creatività permettevano loro di costruire mobili che incontravano l’apprezzamento dei committenti. Altri si dedicavano alla riparazione degli attrezzi agricoli, specialmente ruote per i birocci. Servivano allora tavole e traversini di legno duro, capaci di resistere nel tempo, castagno o quercia, qualche volta faggio, (che però quello da lavoro era raro da noi). L’acero bianco invece serviva a costruire i gioghi: quel legno aveva la caratteristica di non infiammare il collo (la coppa) dei buoi e delle mucche da tiro.

C’era, al mulino, una falegnameria attrezzata, con segheria e fucina per sagomare il ferro e arroventare i cerchioni delle ruote. Era questo il modo sicuro perché i cerchioni, dilatati dal calore, aderissero alla struttura di legno della ruota. Quando la ruota era pronta si mettevano i cerchioni ad arroventare fino a farli diventare incandescenti, poi si applicavano alla ruota, quindi, con l’acqua, si raffreddavano velocemente. In questo modo il cerchione si restringeva diventando un blocco unico con la ruota.

Nel tratto in cui il canale scorreva da sotto il mulino fino a rientrare nel torrente i fratelli Rosati avevano costruito un impianto capace di sfruttare l’acqua al massimo. Una volta aperta la condotta forzata l’acqua azionava, nell’ordine: la macina, una dinamo per produrre la luce, la segheria, una primitiva piallatrice e un tornio.

La passione dei Rosati per i mulini è rimasta in Berto. Nonostante avesse un laboratorio da falegname a Castelnovo e spesso andasse ad animare feste da ballo con la fisarmonica, Berto ha continuato a coltivare l’arte degli antenati. Ha comperato e rimesso in funzione un mulino a Talada; ha collaborato col dr. Salsi per il recupero e messa in opera del Mulino di Chicchino, dalla picchiettatura delle mole alla costruzione dei mescoli delle ruote motrici e al rifacimento delle condotte forzate.

Il mulino Rosati era anche punto di incontro sociale. Oltre che per la molitura ci si recava al mulino per lavare le pecore prima di tosarle e per sciacquare il bucato in estate, quando al paese l’acqua scarseggiava e bisognava risparmiarla per la casa e gli animali.

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Lo scarico per decantazione della gora (Foto Rabotti)

Un’altra trovata che dimostra la perspicacia della famiglia è il piccolo mulino portatile costruito da Peppino prima della guerra. Su una intelaiatura di legno erano state applicate le due piccole macine, quella fissa e quella mobile. Il movimento della mola era dato da una manovella con ingranaggi di ferro a corona. La coppia di macine avevano un diametro di circa 50 centimetri. Con quel minimulino si potevano macinare fava o cereali da somministrare agli animali domestici. Chi lo voleva usare lo andava a prendere col biroccio, e dopo l’uso lo riportava al padrone. Non so se esistesse una tariffa di nolo. Durante la guerra il piccolo mulino era sparito. Poi è ricomparso tra il materiale che ora costituisce il museo a S. Bartolomeo di Villa, vicino a Gatta.

La casa dei Rosati era frequentata sia per la sua posizione all’incrocio delle strade che dal Tassobbio raggiungevano Castelnovo lungo il rio Maillo con quelle trasversali verso Frignola e San Giovanni, o verso Maiola, Castellaro e Donadiolla. E ciò durante la guerra ha suscitato qualche preoccupazione. Passavano i partigiani in cerca di cibo, ma potevano capitare anche i tedeschi. E la fama che li precedeva non era certo incoraggiante.

Finita la guerra il sabato sera o la domenica pomeriggio si scendeva spesso al Búj per ballare. Peppino prima, poi il figlio Gino, strimpellavano la fisarmonica a orecchio, da autodidatta. Ma subito dopo la guerra fu Berto che decise di imparare a suonare bene la fisarmonica. Per questo, dopo le ore di lavoro, partiva con l’organo (così era chiamata la fisarmonica) in spalla per raggiungere il maestro, imparare a leggere la musica e a suonarla come si deve. Poi, per tutta la vita, Berto ha rallegrato serate e feste e fatto ballare la gente fino all’ultimo momento, quel triste 5 Maggio 2012.

NOTE:

(*) Per esigenze di spazio rimando ad un altro articolo le informazioni relativa alla legge sul macinato e le reazioni che si sono avute in tutta Italia e anche da noi, con la Banda guidata dai Manini, da Montruccoli e da Domenico Ferrari.

  • 1)Flavia De Lucis, Alberto Morselli, Lorenza Rubin: AQUA MASNĀDAMulini e mugnai dell’Appennino reggiano e parmenseP.C.A – Consorzio tra Produttori e Cooperativa Agricole.                INSEDIAMENTO STORICO E BENI CULTURALI APPENNINO REGGIANO – a cura di Walter Baricchi.
  • 2) L’apicoltura allora era molto semplice: da un tronco di castagno, vuoto all’interno, si ricavava un segmento di circa un metro, gli si applicava una tavola come tetto e cinque buchi con la trivella nella parte anteriore per l’ingresso delle api. All’interno si applicava un supporto con dei bastoncini su cui le api costruivano il magazzino di cera (la brèsca). In mancanza del tronco si rimediava con quattro vecchie tavole.
  • 3) In realtà questo mulino esisteva, sotto altro nome, prima del 1821, ed è censito puntualmente fino al 1936. È probabile, quindi, che alla fine del 1800 fosse in cattivo stato e sia stato ristrutturato da Giuseppe Rosati. L’opificio viene citato con diversi nomi: Dallari nel 1821, di Lesignola nello stesso periodo, Mulino Dall’Ara nel 1828, di Lesignano (storpiatura di Lesignola?) nel 1888, di Chicchino dal 1890 in poi, epoca in cui potrebbe essere stato rifatto quando erano già attivi Peppino Rosati e il fratello Enrico.

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Un Commento

  1. Che bella storia!

    (Giovanni)

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