Muoiono 1.350 montanari

 

trincea prima guerra mondiale

Immaginate di vedere schiantarsi sulle alpi tra Italia e Austria un Boeing con 93 vettesi, 134 baisani, 30 busanesi, 56 collagnesi, 85 ramisetani, 120 cianesi, 171 carpinetani, 57 vianesi, 149 castelnovesi, 182 villaminozesi, 128 casinesi, 36 ligonchiesi, 109 toanesi. In totale fa 1350 persone uccise. Uomini per lo più tra i 17 e i 40 anni. Tre volte tanto furono quelle mutilate. No, forse un Boeing non potrebbe bastare. Occorrerebbe una tradotta o, forse, un barcone di quelli della disperazione. E vederli sparire per sempre, in fondo al mare della memoria.

A dire del vero di questi montanari morti durante la prima guerra mondiale restano i fogli matricolari - per saperne di più consultare gli Albi della Memoria di Istoreco - , qualche croce di ferro nelle case o nei mercatini della città, i platani messi a dimora negli anni venti ai giardini del Parco di Vetto che crescendo hanno inglobato le targhe di ferro con i nomi di ogni caduto, uno per ogni albero, quindi cippi quasi in ogni comune o qualche salma rimpatriata. Purtroppo resta anche un grande senso di oblio.

La ricorrenza dei cento anni dall’entrata italiana nella prima guerra mondiale non è una festa, come qualche giornalista erroneamente la definisce sui media nazionali. Forse è un lutto che si rinnova, come ricorda un lettore che ha listato di nero il tricolore. Forse è la ricorrenza del sacrificio di tanti eroi, come venivano ricordati con un po’ di sana retorica passata indenne attraverso i libri delle elementari di quattro generazioni. Forse è l’epopea di un popolo che, ancor prima dell’avvento della televisione, provava a scoprirsi unito contro l’invasore austriaco, faticando nel capire i dialetti dei compagni commilitoni. Forse è una immane tragedia che pare non importare più. Interessa poco a giovani e meno giovani. Un anniversario troppo in là nel tempo. Troppo poco dibattuto dai media.

Ma chi di anni ne ha almeno quaranta qualche reduce della Grande Guerra o i suoi familiari ha fatto a tempo a conoscerlo e a coglierne qualche ricordo. Come il ricordo di Umberto di Rodogno che si rifiutava di rimanere in paese quando, col burcaij, si uccideva il maiale con indicibili sofferenze simili a quelle che aveva troppo spesso sentito negli assalti a baionetta. Come i ricordi raccolti dalla nostra collaboratrice Giovanna Caroli, dal mensile Tuttomontagna o in qualche libro. Come quello del fatto che, dall'Appennino, si sentivano troneggiare i cannoni sulla linea dell’Isonzo o del Piave. Cannoni forse troppo in là nell’audacia per la politica scolastica del post liberazione che per molti anni finì per velare di silenzio la storia di una guerra (la prima) quasi vittoriosa, di cui si era “impadronita” la retorica del fascismo.

Eppure la mejo zoventù di montanari strappati a campi, greggi  (incredibile il tributo di vite di un luogo tipicamente pastorale, come Villa Minozzo, il comune più segnato dai caduti) o botteghe artigiane si impegnò con dedizione su vette e confini che non conosceva, morendo ancor prima sotto le slavine, in prigionia o in quel macellificio infernale delle guerra di trincea, fatta di baionette, gas, sangue, urla, comandi spietati e filo spinato avvinghiato a vite che contavano meno di una pallottola. A casa restavano quelle coraggiosissime madri che i soldati invocavano in punto di morte o prima degli assalti, cui toccava condurre le stalle assieme a mogli che dovevano crescere figli che nemmeno conobbero i padri.

Nei nomi di quei caduti oggi possiamo leggere le speranze dei genitori dell’Appennino di due secoli fa che li battezzarono come Adeodato, Bonfiglio, Florindo…, la religiosità o le aspirazioni regali nei nomi di santi o re dell’epoca Francesco, Giuseppe, Guglielmo…, la sonorità di scelte per nomi ora inusuali come Ovindo, Delisio, Florindo, Ancesto,…

Oggi, 24 maggio 2015, li ricordiamo tutti insieme con un pensiero, una preghiera, un semplice commento a ricordo del loro doloroso tributo. Sia chi perì, sia chi rimase ferito nell’anima ancor prima che nel corpo. Oltre la sciagura dell’avvento del nazifascismo, furono i nostri bisnonni tornati proprio da quella immane tragedia a gettare i primi semi di una nuova generazione votata alla pace. Per questo ogni cittadino montanaro, italiano ed europeo deve fare tesoro delle proprie dolorose radici. Solo così non accadrà mai più. (G.A.)

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8 Commenti

  1. Grazie per averci fatto ricordare e riflettere in questo tempo che tutto confonde e dimentica. Ancora grazie.

    (R. Fontanesi)

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  2. Poveri uomini mandati a morire nel fiore degli anni e povere madri, mogli e figli con il cuore strappato per tutta la vita da questo dolore. Per tutti loro una sentita preghiera.

    (MF)

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  3. Basti guardare come viene considerato il monumento ai caduti sulla pineta di Castelnovo ne’ Monti: lasciato all’incuria e all’abbandono. Dimenticato. Complimenti alle amministrazioni, tutte.

    (Celeste Grisendi)

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  4. L’identità e il futuro di un popolo si fondano anche sulla memoria del proprio passato. Non so se sia un aforisma, ma credo che ci sia molta verità in queste parole, chiunque possa averle pronunciate, e in ogni caso va onorato il ricordo di chi allora ha dato la vita, o è stato comunque vittima di quei drammatici eventi.

    (P.B.)

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  5. Mi associo ai ringraziamenti per chi ha reso vivo il ricordo di quei giovani. Un mio prozio, fante del nostro esercito, raccontava a sua nipote, mia mamma, tutte le brutture di quel lungo e crudele conflitto, l’incontro casuale con un paesano ferito che riuscì a trarre in salvo trasportandolo sulle spalle, gli assalti all’arma bianca, i loro vent’anni in trincea quasi a volersi liberare e consegnare la memoria di quei giorni a chi avrebbe potuto non dimenticare. Mia madre non ha dimenticato.

    (E.)

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    • Mio prozio Gaetano, 21enne tenente di Artiglieria, invece non è tornato. Medaglia di bronzo al valor militare scriveva a casa di essere felice di donare la vita per la Patria. Non l’ho conosciuto, ovviamente, ma non l’ho mai dimenticato. Spero di condurre una vita degna del suo sacrificio.

      (Cristina Casoli)

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  6. Tra i 95 caduti di Ramiseto c’è anche Natale Luigi Catti, classe 1992, primo cugino di mio nonno Luigi Natale Catti. Quasi lo stesso nome, e dall’equivoco della comunicazione militare arrivata alla sua casa di Bora, fu mio nonno a essere pianto dal padre Domenico, mentre Natale venne dato per disperso. Il nonno Luigi, sergente maggiore, era legato come un fratello al cugino Natale, soldato semplice, e il destino di quei giorni gli permise anche di vederlo cadere, poco avanti a lui, mentre centinaia d’italiani percorrevano una stretta cengia alpina sotto il fuoco degli obici austriaci. Lo vide precipitare sotto un colpo di cannone che travolse massi e decine di soldati. Udendo le urla di invocazione dei feriti, Luigi voleva scendere nel vallone, per recuperare suo cugino. Il capitano della compagnia glielo impedì, “Luigi non si può!” si doveva continuare, per evitare altri morti, dato il fuoco continuo dei cannoni nemici. Dei tanti racconti di guerra, soprattutto il freddo e il fango delle trincee, quello mi rimase impresso, forse perché vedevo, io bambino, gli occhi del nonno farsi lucidi. Natale Catti è rimasto perduto, non è sepolto con il suo nome a Redipuglia, dove sono andato alcuni anni fa a cercarlo. E’ uno delle migliaia di nostri soldati scomparsi nei ghiacciai o interrati anonimi in qualche piccolo cimitero sulle Alpi.

    * * *

    Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio / dei primi fanti il ventiquattro maggio; / l’esercito marciava per raggiunger la frontiera / per far contro il nemico una barriera! / Muti passaron quella notte i fanti, / tacere bisognava e andare avanti. / S’udiva intanto dalle amate sponde / sommesso e lieve il tripudiar de l’onde. / Era un presagio dolce e lusinghiero. / Il Piave mormorò: “Non passa lo straniero!”

    (Alessandro Raniero Davoli)

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  7. Mio zio è sepolto a Redipuglia, di lui mi resta solo un vecchio documento, un attestato ingiallito e sgualcito dal tempo dove lo si ricorda tra gli eroici caduti della Grande guerra. Ogni guerra è una tragedia, una catastrofe e un pensiero ed una preghiera sono d’obbligo per quei giovani mandati al macello, male armati, confidando nei princìpi, nei valori che portavano nel cuore. Tanti di loro vengono ricordati come eroi e tanti lo sono stati sì, ma per forza. “Capitano che piangeva nel veder sì gran macello, fatti coraggio Alpino bello che l’onore sarà per te”. Le guerre, tutte le guerre dovrebbero servire a ricordarci di non farne mai più, invece…

    (Antonio Manini)

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