“Il terrorismo vuole seminare una paura sempre crescente, paralizzare, togliere la possibilità di riflettere e di preparare delle risposte ragionevoli e meditate”

Cami"Di fronte ad eventi come quelli accaduti ieri a Parigi e a cui purtroppo assistiamo, in un crescendo di sgomento e di esecrazione dal 2001 a oggi (e Dio non voglia, anche in futuro), si intrecciano nella nostra mente riflessioni di diversa natura, ma pur sempre legate fra loro".

Così inizia un intervento, reso noto oggi, di Mons. Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia-Guastalla.

"La prima ci porta alla condanna e alla pietà. Condanna senza tentennamenti del terrorismo che uccide odiando e sacrificando vittime innocenti. Il terrorismo vuole seminare una paura sempre crescente, paralizzare, togliere la possibilità di riflettere e di preparare delle risposte ragionevoli e meditate. Pietà per coloro che sono morti, che sono feriti, per le loro famiglie e anche per tutta la nostra società così disorientata e spesso senza speranza".

"Una seconda riflessione - prosegue il presule - si intreccia alla prima: da dove nascono questi terroristi? Quale esperienza li ha portati fino a questo punto? Fino al punto di uccidere e uccidersi sperando così di rendere gloria a Dio, fino al punto di distruggere i segni dell’arte antica come hanno fatto in Siria e Iraq, i segni del cammino dell’uomo verso la luce? Quale aberrante visione di Dio può condurre un uomo a odiare i suoi simili fino a desiderarne la strage?".

"Non possiamo fermarci a queste domande, dobbiamo cercare delle risposte. Quando l’uomo arriva a questi punti vuol dire che in lui l’esperienza dell’umano si è tragicamente pervertita. I terroristi rivelano una tragica assenza di speranza per il futuro. Dietro ciò che compiono si nasconde la disperazione per non aver trovato risposte credibili per la loro vita. E in tutto questo c’è anche una responsabilità dell’Occidente, del suo nichilismo e del suo relativismo".

Si vuole uccidere e morire perché si è vista la morte e non si spera più possibile la vita. Gli atti tragici di ieri ci chiamano quindi ad una grande responsabilità. Il terrorismo va fermato e combattuto, cercando di evitare il più possibile altro dolore, stragi e morti. La strada della nostra responsabilità è lunga e va nella direzione della testimonianza di un umanesimo possibile. Soltanto se questi giovani, cresciuti nell’odio e nel terrore, riusciranno a incontrare ragioni di vita, il terrorismo potrà essere sradicato. Proprio noi siamo chiamati a testimoniare che questo è possibile, con i giovani dell’Islam e di ogni altro credo e religione, compresa la nostra, che vivono nelle città e nei paesi in cui noi abitiamo".

"Il terribile male a cui assistiamo nella nostra epoca è chiamato a convertirsi in una strada positiva. I capi dei nostri stati e governi hanno la grande responsabilità di compiere ciò che finora non è stato compiuto, anche per la divisione delle nazioni che hanno guardato al proprio interesse particolare invece che al bene di tutti: fermare i terroristi. Forse altri momenti drammatici non potranno essere evitati. A noi, tutti noi, spetta il compito difficile ma insieme affascinante dell’educazione affinché la morte non sia l’ultima parola".

 

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5 Commenti

  1. Sono tutti musulmani, alcuni nati in Francia, “disposti a morire per Allah ma non per la democrazia”. L’origine etnica è chiara, la loro religione è l’Islam. Dirlo è consentito o qualche piddino buonista negando la verità mi vuol dare del razzista? Ci hanno dichiarato guerra, cosa aspettiamo a reagire? Espulsioni dei simpatizzanti ma anche di tutti quelli che non condannano apertamente e con sincerità l’orrore di questa religione d’odio e sangue. Penso che solo in Italia sia necessario prepararsi a “rimandare a casa loro” centinaia di migliaia di musulmani. Questa è la mia libera opinione espressa secondo l’articolo 21 della Costituzione democratica italiana. Viva la Francia, viva la libertà, viva la democrazia!

    (Alessandro Raniero Davoli)

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  2. Ci si dimentica di dire e scrivere che per rimandare a casa loro chi è clandestino in Italia ci vogliono tanti, tanti soldi! Chi paga? Ci vorrebbero soluzioni articolate e fattibili per risolvere uno dei tanti problemi che abbiamo.

    (Alex)

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  3. Io non so cosa dire di fronte ad atti tanto scellerati, oltre che unirmi al dolore di chi ha subito questa violenza inaudita e folle. Il porgi l’altra guancia non funziona con coloro che uccidono a caso, senza scrupoli, accecati da ideologie religiose inaccettabili e da un odio che li rende insensibili persino alla pietà ed al rimorso. Contro questi dovrebbe levarsi forte la voce di chi si dichiara musulmano moderato, invece non si sente che qualche timido sussurro, nemmeno troppo convinto. Io non credo che tutti i musulmani siano terroristi ma se fossi un musulmano mi dissocerei ufficialmente da queste gesta, invece così non è; anzi, si tende a giustificare. Come dicono le sacre scritture c’è un tempo per tutto, per mietere, per seminare, un tempo per ridere e per piangere, e c’è anche un tempo per combattere e queste sette vanno combattute dovunque e con qualsiasi mezzo e prima che sia troppo tardi. La storia insegna…

    (Antonio Manini)

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  4. Siamo in guerra. Spero di no, quello che è certo che ci sono forze che ci spingono a fare la guerra. Mi sento male, provo dolore, dolore perché ogni vita spezzata è dolore. Provo rabbia, un senso di impotenza. La morte non ha nazionalità, non ha religione è morte, basta. Parliamo di religione perché c’è chi sta uccidendo e afferma di farlo in nome di Allah, di Dio. Non è l’Islam a fare morti, non sono i musulmani, sono terroristi che si dicono islamici. Non sono buonista, ne radical chic, semplicemente cerco di capire e di usare il cervello in un momento in cui invece l’emotività tende a prendere il sopravvento. Chi continua ad asserire che tutti i musulmani, sono terroristi, sta regalando al daesh nuovi adepti, sospingendo verso lo scontro di civiltà, voluto proprio dai terroristi. Non si è capito che prima di tutto lo scontro è interno all’Islam, i morti più numerosi sono proprio musulmani, non dimentichiamolo. Innegabile ci sia un problema enorme che riguarda una parte dell’Islam si chiama wahabismo, i salafiti, ovvero i “nostri” alleati sauditi, che, tranquilli, indisturbati continuano a tirare i fili del burattino integralista a loro piacimento e per loro tornaconto. Destabilizzare il mondo arabo, arrivare a creare una superpotenza mediorientale che abbia il controllo di tutto il mondo islamico, è questo il gioco dei sauditi e non è nemmeno nascosto questo progetto. Si parla di colpe dell’Occidente, di colpe ne abbiamo, innegabile, ma la colpa più grossa è quella di considerare l’Arabia Saudita, il Qatar, alla stregua di alleati, di governi amici e questo per interessi economici, per il dio denaro perché di questo si tratta. I tagliagole sono di regola in Arabia Saudita, in Qatar, esattamente come nel daesh, dove sta la differenza se non nei nostri occhi troppo ciechi o troppo ipocriti per vedere? Solo che i morti a Beirut, a Parigi,in Kenya, ci costringono ad aprire gli occhi. Quando leggo di guerra al daesh non posso che essere d’accordo, ma la guerra per essere efficace non è bombardare o almeno non solo, significa smetterla di essere dipendenti dal petrolio i petroldollari,ma questo vuol dire ripensare al nostro stile di vita, siamo pronti? Ultima riflessione bisogna rendersi conto che il problema dell’integrazione è lo snodo centrale  del problema, gli attentatori per lo più sono cittadini europei nati o cresciuti in seno all’Europa. Deliranti proclami di rimpatri forzosi su base etico-religiosa non hanno senso, non esistono etnie o fedi a rischio, ci sono persone a rischio. Chi si sente ai margini di una società, chi non se ne sente parte è una bomba, può rimanere inesplosa ma può esplodere e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti, francesi e belgi, che non si sentono tali e trovano un appartenenza in movimenti estremisti, che riescono a cogliere il loro disagio, il loro bisogno di sentirsi parte di qualcosa, di sentirsi comunità. Prima ci si deve sentire comunità, al di là del credo individuale, l’appartenenza a una comunità avviene solo rielaborando il percorso proprio o della famiglia d’origine, del processo dell’immigrazione. Questo percorso di elaborazione è indispensabile per avere un’integrazione reale e non di facciata. Occorre anche a noi un cambio di passo, capire che culture e tradizioni sono in continua evoluzione, che cambiamento non è un disvalore ma può essere un valore. Non buonismo o paternalismo ma diritti e doveri per tutti. Non più ora di religione, ma educazione alla cittadinanza, la religione rimanga nell’ambito privato dell’individuo, sempre e in ogni caso. Prima cittadini e poi credenti o atei, non può essere l’inverso. Parliamo di colpe, come già accennato, le colpe dell’Occidente ci sono, ma non siamo gli unici colpevoli. Ci sono colpe anche nel mondo islamico, sentirsi intimamente superiori, migliori degli altri, pronti per questo a giudicare chiunque non sia, secondo la loro visione, abbastanza musulmano, abbastanza degno di sentirsi parte di quella comunità, esiste. Essere autocritici, riconoscere che esiste una forte abitudine ad escludere chi non è allineato al pensiero maggioritario che c’è nella comunità è un grosso problema, un enorme problema. Ed è lì che, più facilmente, si insinua l’opera di radicalizzazione salafita, dev’essere la comunità islamica a chiudere la porta, rigettare chiunque si senta in grado di giudicare chi può dirsi musulmano, a misurare la fede di altri secondo il proprio metro e da quel escludere emarginare chi non si adegua. Gli unici che vanno isolati sono i terroristi, chi uccide, nascondendo la propria disumanità il proprio disagio dietro al paravento del volere divino. Se vogliamo evitare la guerra, se vogliamo proteggere i nostri figli, questo è il momento, dopo è già tardi, sperando non lo sia già. Diciamolo chiaramente, il not in my name è certo utile come slogan, ma come tutti gli slogan è solo un vessillo vuoto. Dovete essere voi, fratelli e sorelle dell’Islam, a fermare chi si erge a portavoce di Allah e portavoce della Umma, ma lo fa con le mani insanguinate. I morti sono morti, un francese, un siriano, un palestinese, un americano, nessuno ha un peso maggiore o minore, ogni morto ha il peso della vita che lascia, del dolore, delle lacrime, possiamo vincere solo rimanendo umani, solo se manteniamo nel cuore la pietà, la giustizia. Basta, sono stanca di vedere morti esibiti e contrapposti come bandiere lugubri, usati per giustificare questa o quella fazione, occidente, oriente, non ha senso, a noi il compito di fermare chi semina odio, chi semina morte. O avremo perso, non una guerra, ma il nostro essere umani, senza umanità siamo il nulla.

    (Monja)

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  5. Mia figlia frequenta le scuole medie a Castelnovo e lunedì durante il minuto di silenzio per le vittime di Parigi alcuni bimbi di origine araba ridevano e affermavano che la colpa della strage di Parigi era dei francesi che hanno bombardato in Siria. Mi pongo due domande: forse da parte dei professori c’è disinteresse? Questi bimbi si doveva prenderli e portarli in presidenza e dare loro una punizione? Il rispetto per la vita umana lo si deve imparare sin da piccoli. Altra domanda che mi sono posto: in genere i ragazzi esprimono il pensiero delle famiglie d’appartenenza e mi chiedo se non si ravvisi in questi discorsi il reato di apologia di reato.

    (Riki)

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