L’Appennino reggiano rischia di perdere la sua forza. Un contributo di Enrico Bussi

Enrico Bussi

Enrico Bussi

Buttare il futuro.

Castelnovo dedica attenzione al Land Grabbing in Africa, il fenomeno dei Paesi forti che si appropriano di territori per soddisfare i loro bisogni, sottraggono alla popolazione locale la risorsa per ricavare cibo-fibre-energia provocando squilibrio, l’emigrazione ed è giusto preoccuparsi delle pesanti conseguenze.

Però è urgente aprire gli occhi sul meno clamoroso land grabbing che colpisce la nostra montagna in modo inverso, lo realizza la multinazionale dei cereali che diffonde l’impiego dei mangimi, sostituisce l’erba e trasforma il ruminante in un animale diverso.

Per questa via l’allevamento dipende dal prodotto importato, diminuisce il foraggio raccolto in zona e viene svuotato il prodotto tipico. Le vacche non sono più le stesse, perdono la possibilità di vivere al pascolo con costi minori e salute migliore, il cambiamento genetico viene spinto da mangimifici, associazioni allevatori, veterinari aziendali, l’animale modificato diventa fragile e produce solo per due-tre anni.

Questo sistema di sfruttamento intensivo chiamato unifeed (alimento unico tutto l’anno a base di mangime mescolato al fieno tritato) si è introdotto anche da noi per produrre latte da Parmigiano Reggiano.

Abolendo l’impiego di erba fresca nell’immediato si ottiene più latte, ma l’allevamento aumenta i costi per la mangimistica, le cure veterinarie, compra fieno in pianura e le vacche da sostituire. Il latte perde qualità casearie, la terra coltivata si riduce e ha troppe deiezioni da smaltire. Chi investe per ingrossarsi con l’unifeed ha più fornitori da pagare, chiede soldi ogni mese e la latteria deve vendere quanto prima un formaggio senza le caratteristiche e i valori nutrizionali di prima. La rinuncia all’erba verde apre ai giovani un Futuro al Verde.

Evitare la morte lenta.

Il dopoguerra ha visto la fine dell’antica economia di autoconsumo, l’esodo della popolazione rurale e la crescita industriale.

L’epoca attuale affronta il problema di un settore terziario enorme in ogni attività pubblica o privata e il cui peso è diventato insostenibile.

L’Appennino reggiano ha una densità di popolazione straordinaria grazie al fatto di ereditare un sistema agroalimentare rafforzato, però adesso rischia di esaurire le competenze e le capacità accumulate dai contadini che sono un patrimonio non sostituibile.

La base fondamentale dell’azienda famigliare è ridotta al minimo, azzerata in molti posti, eppure si continua a negarle i sostegni necessari.

Nello scenario appare evidente la preferenza riservata all’effimero, all’immagine, alla comunicazione, all’evasione e il vuoto viene ben rivestito adoperando i suoni di cultura, ambiente, paesaggio, biodiversità, gastronomia, che sono diventate parole d’ordine e impediscono di vedere che stiamo andando a sbattere.

L’incontro sulla tenuta della democrazia si è svolto a inizio anno all’Istituto A. Cervi e Luigi Berlinguer, ex ministro della pubblica istruzione, ha spiegato che la difesa della democrazia comincia a scuola, ma la nostra purtroppo illude i giovani nascondendo la verità sul loro futuro, rinuncia all’esperienza pratica ove misurare le capacità per diventare responsabili e per resistere alle nuove schiavitù.

Dunque, questa montagna straordinaria ha l’alternativa tra sostenere chi lavora nel sistema che assicura la vita dell’intera società e le cure vere per l’ambiente, oppure riversare ogni energia, risorsa umana, materiale e spesa pubblica per coltivare gli apparati.

Il terziario si è ingrossato senza migliorare i suoi servizi, non affronta la riforma dei difetti, difende i privilegi e le rendite di posizione, ritiene di poter spremere all’infinito la principale attività produttiva e provoca per tutti un declino irrimediabile.

Però c’è la buona occasione per tirarsi fuori dall’andazzo dopo che l’Appennino reggiano, grazie all’impegno dei suoi amministratori, è stato scelto come area pilota per la Strategia nazionale zone interne. Si apre la possibilità di accantonare illusioni e illusionisti, di limitare le pretese della maggioranza cittadina e di mettere in primo piano le esigenze disattese della minoranza contadina.

Se la comunità cura rami e radici, evita la decadenza dei capoluoghi e lo svuotamento di Castelnovo capitale.

Enrico Bussi, associazione rurali reggiani

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4 Commenti

  1. Ecco, per me i primi paragrafi di questo pensiero di Bussi sono parole sante. Io, che ho scelto di vivere in appennino, comincio interessarmi dei formaggi del Nord Europa, perché quando ci vado vedo le bestie al pascolo, mentre quando i nordeuropei vengono da noi, come spesso si ode, chiedono: “il formaggio che avete è buono, ma le bestie dove le tenete?” Qualche santo uomo forse sta cominciando a sperimentare qualcosa di bello e di nuovo, ma secondo me sono ancora pochi e non abbastanza supportati. Saluti!

    (Roberto da Casina)

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  2. Ringrazio il dott. Bussi per l’interessante contributo. Ogni considerazione è importante; risulta però evidente che le strategie (vincenti o da sperimentare) devono essere applicabili, fornendo strumenti pratici all’allevatore e, possibilmente, allestibili nel breve periodo. A maggior ragione se si vuol far pressione sul mercato intervenendo sulla gestione della mandria. La realtà è che il problema, ponendosi come multifattoriale, necessita di competenze diverse, dalla buiatria all’economia. A mio modo di vedere le cose ogni idea, se supportata da proposte circostanziate e tradotte anche in pratica, merita una discussione e un’analisi. Altri uomini “in odor di santità” (per la verità giovani e in quanto tali peccatori – mi si conceda la battuta!) hanno deciso di incontrarsi, conoscersi e identificarsi come gruppo, condividendo progetti e soluzioni, certi che lavorando insieme il Futuro sarà Verde. L’ottimismo è la più sana forma di follia.

    (Sincero Bresciani)

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  3. Se la memoria non mi tradisce fino agli anni Settanta, perlomeno, nella parte alta del nostro Appennino capitava di incontrare, sull’imbrunire, gruppi di vacche che percorrevano allineate il ciglio della strada, di ritorno dal pascolo e dirette alle stalle a quel tempo ancora in funzione in tante borgate. Anche nella media collina, da quanto ho sentito raccontare, c’era una volta l’abitudine di far pascolare gli animali sui campi, a fine estate quando si era conclusa la stagione dei raccolti, e spesso bisognava condurli sul posto, anche a distanze non brevi, perché i campi non erano per solito adiacenti alla stalla, salvo che per le aziende agricole più isolate. Quel modello rurale è andato ad esaurirsi e da noi è ormai abbastanza difficile trovare ancora una stalla all’interno degli abitati, come invece capita di vedere nelle campagne del Nord Europa, ma credo, più in generale, che sia profondamente cambiata la nostra mentalità nei confronti del mondo agricolo e sue consuetudini, pur se a parole ne decantiamo l’importanza ad ogni piè sospinto (salvo poi lamentarci per il gallo del vicino che ci sveglia col suo canto, o per l’odore che sale da un terreno dove è stato distribuito il letame prima dell’aratura). Sempre con riferimento al Nord Europa, visto il richiamo che ne fa il primo commento, in anni più recenti mi sono trovato su quelle strade e in tre occasioni ho assistito al caso di mandrie ovine e bovine che cambiavano pascolo guidate dai rispettivi conduttori, e per farlo hanno percorso un discreto tratto di strada – strade che mi sembravano essere a medio traffico – costringendo le auto in transito a muoversi a passo d’uomo per il tempo necessario, senza segni di impazienza espressi a colpi di clacson, e mentre osservavo quella scena mi sono chiesto cosa sarebbe successo dalle nostre parti per situazioni analoghe.

    (P.B.)

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  4. Ringrazio il dott. Bussi per quanto ha scritto; rispecchia l’amore per questa terra! Non sono un tecnico e quindi non voglio parlare: mi limito solamente a fare una considerazione. Da circa 40 anni, ho lasciato Castelnovo e abito fra Modena e Bologna dove esistono grandi stalle e caseifici dove spesso vado ad acquistare il formaggio Grana da pasteggiare. Purtroppo ho dovuto smettere perchè non è saporito come il nostro e quindi solo quando posso acquistarlo in montagna ritorno al Grana. Forse chi ci abita non si rende conto di questo ma vi assicuro che è la verità. Non alterate i vostri formaggi, ma fateli conoscere meglio e vedrete che saranno apprezzati. Grazie.

    (Luigi Magnani)

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