“Ma quello è il mio papà!”

C’è chi ha riconosciuto in un filmato d’epoca il proprio genitore. Siamo a Colombaia di Secchia e qui, sessantadue anni dopo, il figlio, don Franco Rossi, celebra ancora la messa per il padre, assassinato nei tristi fatti di Colombaia.  Il 26 marzo del 1955 Afro Rossi (43 anni, autista di Leguigno) e Giovanni Munarini (46 anni, commerciante di Casina) furono barbaramente uccisi nell’osteria Vezzosi di Colombaia. Un omicidio con un movente politico di matrice comunista, commesso dieci anni dopo la Liberazione, in un clima di odio e di disperazione.

Nell’osteria di Domenico Vezzosi, oltre ai corpi esanimi di Munarini e Rossi, trapassato a un polmone da una pallottola, restarono gravemente feriti Gianpio Longagnani e Umberto Gandini.

La cosa che stupisce è che, in sostanza, il figlio di Afro Rossi, già parroco di Cadè, ora a Canossa, non ha ancora mutato opinione. E, la vita, afferma al termine della funzione religiosa concelebrata con monsignor Giovanni Costi, è fatta per essere vissuta nella pace, non per il rancore, ma per perdonare. Proprio come affermò il padre rivolgendosi a sua moglie e a Umberto Gandinini (uno dei feriti), prima di morire esangue all’ospedale di Castelnovo ne' Monti sotto le amorevoli cure di Pasquale Marconi. “Mia madre – spiegherà a fine messa a Redacon don Franco – forse non si era resa conto appieno della gravità delle condizioni di mio padre che, di lì a poco, sarebbe morto. Non prima, però, di averle consegnato quelle parole sul perdono e rivolte a noi figli. E le abbiamo fatte nostre”.

Si erano ritrovati in 37 a Colombaia sul Secchia per festeggiare la vittoria della lista “bonomiana” targata Dc alle elezioni per le casse mutue dei coltivatori diretti. Ma Guerrino Costi, ex partigiano comunista, ex capo cellula, con un trascorso da fascista, voleva dare una lezione a quei festaioli e, in particolare, al parroco. Sparò con un fucile da guerra detenuto illegalmente da oltre il fosso. Confesserà dopo i funerali, dopo essere stato individuato dai militi di Carpineti nella notte.

In chiesa a distanza di tanti anni, avviene poi qualcosa di imprevisto. Dopo il ricordo portato dalle amministrazioni comunali di Casina, con il sindaco Stefano Costi, e con il messaggio di Enrica Costi, condiviso col sindaco Tiziano Borghi, il direttore attuale della Coldiretti, Assuero Zampini, mostra un video di quegli anni, realizzato dall’Istituto Luce per l’associazione cattolica dei coltivatori, in cui compaiono alcune immagini dei funerali.

“Ma quello dietro a Rumor – ministro dossettiano dell’agricoltura all’epoca ndr - è il mio papà!” esclama commosso Silvano Domenichini, a lungo referente dell’associazione agricola in montagna e presente anch’esso alla funzione. Il padre di Domenichini, infatti, partecipò alle esequie degli amici “ma era anche presente a Colombaia al momento dell’eccidio, dato che aveva un servizio pubblico e aveva portato su alcune persone da Leguigno e Casina”.

Intanto, Assuero Zampini annuncia di volere intitolare la sala conferenze della Coldiretti a Rossi e Munarini. A Roma, si rievoca nel filmato, ci fu anche un appello pubblico di Amintore Fanfani, segretario dell’epoca della Dc.

Al termine, la folta delegazione composta da un’ottantina di persone – tra loro anche alcuni giovani – si è recata all’abitazione Vezzosi dove avvennero i tragici fatti per un minuto di silenzio dinnanzi alla lapide a ricordo.

* * *

La nota che ci fa pervenire il sindaco di Carpineti, Tiziano Borghi.

E' giusto commemorare un fatto di sangue avvenuto più di sessanta anni fa e che ha visto l’uccisione di due persone. La dinamica dei fatti appare chiara rileggendo le cronache dell’epoca, le quali si sono soffermate a lungo su ciò  che successe in questo nostro borgo carpinetano, fornendo una descrizione dell’accaduto fin nei minimi dettagli. Vorrei ricordare con profondo rispetto le due vittime: Giovanni Munarini e Afro Rossi. Colpiti da spari esplosi con un fucile militare ancora custodito dopo a dieci anni dalla liberazione e ben oltre la data che imponeva l’obbligo di conferire tutte le armi belliche. Giovanni Munarini morì sul colpo mentre Afro Rossi qualche ora dopo all’ospedale di Castelnovo consegnando ad un amico lì presente le sue ultime parole: “perdoni come io perdono e lo dica ai miei figli”. Sicuramente aveva capito che a sparargli non era stata solo una persona, ma un’ideologia. Un’ ideologia alimentata durante la guerra e che purtroppo dopo la Liberazione ha mantenuto una fiammella, a volte flebile a volte forte, materializzata anche da quell’arma militare in circolazione dopo a tanti anni dal suo impiego. Questo pensiero ha poi avuto il suo culmine negli anni settanta, gli anni del terrore, ed è – speriamo - definitivamente tramontato con il sacrificio di Marco Biagi.

Lo stesso giorno, commemorando a Monte della Castagna di Toano una battaglia partigiana, sono stati ricordati i principi della Resistenza che hanno accompagnato la nostra società dal 1945 in poi e che sono: democrazia, libertà e uguaglianza. In conformità a questi principi abbiamo fondato la Repubblica democratica italiana. È  su questi insegnamenti di Rossi e della resistenza che voglio soffermarmi. Se noi non condividiamo i principi della democrazia che ci hanno consegnato i nostri padri e cadiamo ostaggio di ideologie che negano la libertà di scelta, diventiamo anche noi vittime di un pensiero sbagliato che ci può indurre a compiere atti efferati. È per questo che senza remore dobbiamo ricordare il percorso della nostra democrazia, partendo dal Monte della Castagna arrivando fino a Colombaia di Secchia. Per mantenere vivi e forti i principi della democrazia, di libertà e di uguaglianza. Fortunatamente da allora ad oggi questo senso di appartenenza ad un’ istituzione democratica si è fortemente radicato nella nostra società e grosse minacce antidemocratiche, almeno in Italia, non ne vediamo, pur riscontrando qualche rigurgito di isolamento e totalitarismo, soprattutto in qualche Paese estero. Dobbiamo però aiutare le società nelle quali questi principi stanno andando alla deriva a rinunciare alle loro idee di costruire “muri”, sia metaforici che fisici, perché le macerie di quelli costruiti in passato hanno finito per travolgere gli stessi muratori e i loro figli.

Rossi già sessanta anni fa aveva capito che la democrazia aveva ancora bisogno di maturare, di liberarsi di ideologie che attanagliavano ancora l’animo di qualche uomo, a volte addirittura a tal punto da fargli compiere atti fratricidi. E come un fratello ha perdonato, consegnando in quel perdono una speranza per il futuro che fatti del genere non accadessero più. Speranza oggi fortunatamente concretata.

(Tiziano Borghi)

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4 Commenti

  1. Giusti gli ideali, giusta la commemorazione. Mettiamo però in evidenza che per sillogismo andrebbero revisionate anche altre vicende, inserendo i fatti di Colombaia in un contesto più ampio. Non è stata la strage compiuta da uno psicopatico. Confido che gli eredi di Bonomi tengano sempre ben presente questa vicenda, prendendo ad esempio il lavoro di Rossi e Munarini.

    (Serb)

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  2. Il perdono è una delle virtù precipue dei cattolici e condivido appieno la posizione di don Franco: perdonare però non vuole dire dimenticare. E mi sembra che molti cattolici che negli ultimi decenni si sono schierati in politica con ex-comunisti (Pds, Ds, Pd) abbiano la memoria corta.

    (Ivano Pioppi)

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  3. A quella cena erano presenti amici e parenti e ho vissuto molto intensamente quel fatto e quel periodo; erano tempi bui. Dobbiamo tutti riconoscenza a persone come Munarini e Rossi e anche a don Franco. Condivido quanto ha scritto il sindaco Borghi, molto meno quello di Poppi. Vede, signor Ivano, è vero non, dobbiamo dimenticare, ma forse nemmeno giudicare come ha fatto Lei; è un modo subdolo di continuare ad odiarci.

    (Luigi Magnani)

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  4. Scrive Luigi, replicando ad Ivano, che “non dobbiamo dimenticare, ma forse nemmeno giudicare…”, e se le parole di Ivano si configurerebbero a suo dire come “un modo subdolo di continuare ad odiarci”, vorrei allora chiedere a mia volta a Luigi perché mai c’è una parte politica, o corrente di pensiero, che non manca occasione – riguardo a fatti del passato – di far distinzioni tra i “buoni” e i “cattivi”, indicandoli nel contempo come tali proprio perché ne resti viva la memoria. Se il dividere i protagonisti di quegli eventi in “buoni” e “cattivi” non è un giudicare, a me riesce francamente difficile chiamarlo in altro modo, ma forse Luigi ha da fornirci la definizione giusta al riguardo e potrà fors’anche spiegare perché ci sono giudizi sugli accadimenti che fanno continuare ad odiarci e altri invece no. Non vorrei però che alla fine i secondi, cioè i giudizi “innocui” che non alimentano e prolungano sentimenti di odio, risultassero essere soltanto quelli espressi dai “politicamente corretti” di turno, perché mi sembrerebbe una interpretazione abbastanza di parte.

    (P.B.)

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