“Noi professionisti vi spieghiamo perchè non siete sicuri”

Mentre è in corso il dibattito sulla possibilità di deroga per il mantenimento del punto nascita a Castelnovo ne' Monti, l'Asl di Reggio ha convocato - in città - una conferenza stampa per esporre i punti di vista a favore della chiusura di simili centri a bassa attività. Sono intervenuti i rappresentanti della Società Italiana di Neonatologia (SIN) Emilia-Romagna, Società Italiana di Pediatria (SIP) Emilia-Romagna, Società Italiana di Medicina Perinatale (SIMP), Associazione Culturale Pediatri (ACP) Emilia-Romagna ed  Accademia Medico Infermieristica di Emergenza e Terapia Intensiva Pediatrica (AMIETIP).

Spicca una recente lettera all'assessore regionale Venturi e alla Commissione Nascita dove, tra l'altro, si spiega che il mantenimento dei punti nascita a bassa natalità "indebolisce i grandi centri", sottraendo personale e risorse. Di questo passo varrebbe da dire che vale la pena chiudere del tutto l'ospedale castelnovese, così non sarà "sottratto" un solo euro al grande ospedale della città.

Non è stato emesso un vero e proprio comunicato stampa, ma sono stati divulgati i materiali sottoscritti (in firma) dagli esperti. E, pur stupiti dal metodo - mentre è in corso una dibattito politico l'Azienda sanitaria forza evidentemente la mano con una simile conferenza - pubblichiamo in versione integrale i documenti.

Alla conferenza stampa erano presenti Gina Ancora, presidente Società Italiana di Neonatologia, Emilia-Romagna, Giacomo Biasucci, presidente Società Italiana di Pediatria, Emilia-Romagna, Massimo Farneti, referente Associazione Culturale Pediatri, Emilia-Romagna, Leonardo Loroni, referente Accademia Medico Infermieristica di Emergenza e Terapia Intensiva Pediatrica.             

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Il documento inserito nella cartella stampa

Organizzazione ed esperienza: due ingredienti indispensabili per prevenire e curare.

La mortalità, subito prima o subito dopo la nascita, nei bambini nati di buon peso, da gravidanza fisiologica e senza fattori di rischio, si è molto ridotta negli anni, ma non si è azzerata, ed è stimata intorno ad 1 ogni 1000/2000 nati.

In Norvegia, analizzando 1.250.000 di nascite in 23 anni è stato scoperto che la mortalità era il doppio nei punti nascita con 100 nati/anno rispetto a quelli con 2000-3000 nati/anno.

Nella regione di Hessen in Germania (attorno a Francoforte) con 6 milioni circa di abitanti, su 598.570 nascite da gravidanza fisiologica in 11 anni, la mortalità è risultata essere 3 volte superiore negli ospedali con meno di 500 nati rispetto a quelli con più di 1500 nati: è stato stimato che più di  200 morti neonatali potevano essere attribuite alla dispersione delle nascite in molti piccoli ospedali e quindi prevenibili con una diversa organizzazione.

In California, su 488.622 nati nel corso di 1 anno, una asfissia al momento della nascita si verificava in 11 casi ogni 10.000 parti nei centri con più di 3.600 nati, ma saliva a 20 casi ogni 10.000 parti nei centri con meno di 1.200 parti per anno.

Per la mamma? Esiste un aumentato rischio di taglio cesareo se si partorisce nei centri più piccoli: il ricorso al taglio cesareo dovrebbe essere più frequente nei centri grandi dove vengono concentrate le gravidanze a rischio rispetto a quelli più piccoli dove partoriscono solo le donne in cui la gravidanza è sempre andata bene; in realtà dai dati raccolti in Regione ER (CEDAP 2016) si vede che il rischio che una donna ha di essere sottoposta a taglio cesareo, e quindi di non potere sperimentare  un parto fisiologico, è sempre più alto nei centri piccoli rispetto a quelli grandi. Ancora, una ricerca condotta in regione Emilia-Romagna ha mostrato che, in caso di problematica materna o fetale, nei centri più piccoli si induce più frequentemente il parto prima del termine rispetto ai centri più grandi. Anche l’incidenza di rischiose emorragie nel post partum è risultata tre volte maggiore nei piccoli ospedali rurali con meno di 600 parti per anno rispetto a quelli più grandi, in uno studio californiano su  736.643 nascite in 267 ospedali.

Con questi presupposti viene meno la garanzia dell’equità delle cure.

Perché questi dati? I professionisti lo hanno spiegato in un documento indirizzato all’Assessorato alla Sanità della Regione Emilia-Romagna, al presidente della Commissione Nascita Regionale e ai sindaci delle città con punti nascita in regione ER. In sintesi si può dire che in un centro con 500 nati può capitare di rianimare un neonato 2 volte l’anno e se ci sono almeno 6 medici che ruotano in quella struttura gli capiterà di rianimarne uno ogni 3 anni: non potrà essere capace di farlo al meglio! Anche se la mortalità e l’asfissia alla nascita sono basse, ogni caso prevenibile è un caso di troppo!

Le donne già ora si spostano per partorire. Lo fanno quelle con gravidanze a rischio, spostandosi in centri più attrezzati, più grandi e quindi più sicuri. Anche molte donne con gravidanze fisiologiche scelgono attualmente il centro in cui partorire, indipendentemente dalla prossimità al domicilio. C’è tutto tempo per raggiungere il luogo del parto: non sono i parti precipitosi quelli a rischio bensì quelli in cui la nascita del bambino è ostacolata e quindi si prolunga.

Situazione punti nascita in Italia, Emilia-Romagna e in qualche Paese europeo.

In Italia ci sono in media 961 nati/punto nascita (513 punti nascita, di cui 133 con meno di 500 nati,  su 493.000 nascite - CEDAP 2014).

In Emilia-Romagna ci sono in media 1.300 nati/punto nascita (26 punti nascita, 6 sotto i 500 nati e 7 sotto i mille nati, su 34.056 nascite nel 2016) in un contesto di calo delle nascite per riduzione della popolazione femminile in età fertile, che non è previsto si arresti prima del 2020 (vedi tabella).

In Francia ci sono in media 1.557 nati/punto nascita (535 punti nascita per circa 833.000 nati, Annex 13, Case Studies in Maternity services in France, Evidence report 2014).

In Inghilterra ci sono in media 3217 nati/punto nascita (Birthplace study 2011).

In Portogallo ci sono in media 2.000 nati/punto nascita (50 punti nascita per circa 100.000 nati per anno, Neto 2006).

Numero di parti per anno
Punto nascita spoke Anno 2011 Anno 2012 Anno 2013 Anno 2014 Anno 2015 Anno 2016 Differenza 2016-2011
Piacenza 1.376 1.400 1.406 1.885 1.789 1.784 +30%
Fiorenzuola 774 691 633
Borgo Val di Taro 207 203 168 166 154 124 -40%
Fidenza 693 778 848 919 920 938 35%
Castelnovo ne' Monti 203 192 196 151 162 153 -25%
Guastalla 892 1066 881 846 835 732 -18%
Montecchio Emilia 701 693 714 702 715 639 -9%
Scandiano 707 803 661 615 554 490 -31%
Carpi 1.495 967 1.373 1.235 1.235 1.277 -15%
Mirandola 571 240 400 445 399 425 -26%
Pavullo nel Frignano 391 404 359 318 261 196 -50%
Sassuolo 1.238 1.572 1.276 1.278 1.348 1.326 7%
Bentivoglio 929 654 575 647 551 653 -30%
Imola 1.088 1.036 1.019 955 994 931 -14%
Cento 672 599 568 498 448 387 -42%
Del Delta 470 455 361 311 264 155 -67%
Faenza 884 819 810 774 715 639 -28%
Lugo 934 926 807 736 630 602 -36%
Forlì 1.414 1.400 1.318 1.218 1.138 1.113 -21%
Totale nascite Spoke 15.639 14.898 14.373 13.699 13.112 12.564 -20%
Totale nascite Hub (9 centri) 24.160 23.883 22.950 22.495 22.116 21.492 -11%
Totale nascite Hub+Spoke 39.799 38.781 37.323 36.194 35.228 34.056 -14%

La lettera trasmessa dagli esperti all'assessore Venturi

Assessore alle Politiche per la Salute

Regione Emilia-Romagna, dott. Sergio Venturi

c.a Presidente Commissione Nascita

Regione Emilia-Romagna, Dott. Giuseppe Battagliarin

Considerazioni in merito ad una assistenza sicura alla nascita: documento congiunto Società Italiana di Neonatologia (SIN) Emilia-Romagna, Società Italiana di Pediatria (SIP) Emilia-Romagna, Società Italiana di Medicina Perinatale (SIMP), Associazione Culturale Pediatri (ACP) Emilia-Romagna ed  Accademia Medico Infermieristica di Emergenza e Terapia Intensiva Pediatrica (AMIETIP).

23/03/2017

La chiusura dei punti nascita a bassi volumi di attività è tema ancora dibattuto, sebbene la posizione delle società scientifiche sia stata sempre coerente e chiaramente volta alla chiusura dei punti nascita con volumi di attività inferiori ai 500 parti all’anno e all’accorpamento di quelli con volumi di attività tra 500 e 1000, essendo tale orientamento motivato da esigenze di sicurezza e di tutela della salute delle donne e dei neonati, il tutto sulla base di elementi scientifici consolidati.

In un comunicato stampa del 20 dicembre 2016, la Società Italiana di Neonatologia afferma: «Non bastano gli investimenti in attrezzature, non basta un aumento del numero dei medici e degli operatori sanitari;  è indispensabile che il Punto Nascita ogni giorno, ogni settimana, ogni anno affronti un numero sufficiente di parti per “accumulare” esperienza e abitudine ad affrontare tutte le situazioni, anche quelle più difficili, rare e impreviste. Dobbiamo fare tutto il possibile per garantire, in tempi brevi, a mamma e bambino non solo di nascere bene, ma anche di nascere sicuri».

Nella stessa direzione si sono  espresse le diverse società scientifiche di area ostetrico-ginecologica ed il 19 dicembre u.s. la Società Italiana di Ginecologia ed Ostetricia (SIGO), l’Associazione dei Ginecologi Italiani Ospedalieri, del territorio e liberi professionisti (AOGOI) e l’Associazione Ginecologi Universitari Italiani (AGUI) hanno ribadito l’importanza, come elemento prognostico, dei volumi di attività: «per i professionisti è essenziale poter lavorare in Punti nascita adeguati strutturalmente (così come riportato nei 10 punti del Decreto Fazio del 2010), dotati di personale adeguato e di servizi diagnostici tempestivi, in strutture atte ad accogliere non solo il parto fisiologico ma anche idonee ad affrontare i rischi emergenti, non sempre prevedibili, dell’ostetricia dei nostri giorni determinati spesso da età materna avanzata, sovrappeso materno, gemellarità, gravidanze da riproduzione assistita, percentuale sempre maggiore di situazioni socialmente disagiate quali le donne di recente immigrazione».

In Emilia-Romagna, alla fine del 2016, risultavano ancora da chiudere 5 Punti Nascita con numero di parti inferiore ai 500. Le proiezioni dei primi mesi del 2017 e la costante tendenza alla contrazione del numero delle nascite negli ultimi anni fanno prevedere, per questo stesso anno, la presenza di ulteriori punti nascita con numero di nati < 500.

Il verificarsi di una situazione di emergenza clinica al momento della nascita è un evento raro (riguarda circa da 4 a 8 neonati ogni mille nati) che richiede però elevate competenze tecniche e rapidità di gestione per  l’elevato rischio di morte o danni permanenti  nel bambino.

La rianimazione neonatale è una procedura ben standardizzata da più di 30 anni: comprende un insieme di manovre complesse da eseguire in precisa sequenza, da iniziarsi entro 30 secondi dalla nascita e da portare a termine nell’arco di brevissimo tempo  (2-3 minuti), con una escalation di manovre rianimatorie che passano dalla ventilazione con eventuale intubazione tracheale, al massaggio cardiaco e alla somministrazione di farmaci come l’adrenalina. Tutto questo non può essere fatto da una sola persona, richiede bensì un team di professionisti che include neonatologi, ostetriche, infermieri, pediatri ed anestesisti. Per lavorare bene in gruppo, in situazioni di emergenza e di stress, questi professionisti debbono essere addestrati ed abituati a lavorare insieme. In qualche modo il tutto funziona esattamente come ad un pit-stop di Formula 1: se si è preparati, coordinati ed esperti si può ottenere il migliore risultato e vincere la gara. La posta in gioco, nel settore della rianimazione neonatale, è la sopravvivenza  e soprattutto la sopravvivenza senza esiti.

Noi professionisti dichiariamo che, per acquisire le migliori competenze e per potere fornire le migliori risposte alle giuste richieste di salute delle famiglie, abbiamo bisogno di lavorare in strutture con adeguato volume di attività, in equipe abituate ed addestrate a lavorare insieme ed in ambienti ben conosciuti per ridurre al minimo la possibilità di errore.

Dichiariamo altresì, sulla base di conoscenze scientifiche e delle nostre esperienze professionali, che l’organizzazione di una struttura impatta sul risultato delle cure e che, nonostante studio, impegno ed etica professionali, il risultato delle cure può essere inferiore a quello atteso se i professionisti operano in strutture senza  adeguato volume di attività e/o senza infrastrutture collegate e/o con organici insufficienti e/o con attrezzature insufficienti.

Quello che accade in sala parto e nella rianimazione neonatale è paragonabile a quanto accade in aviazione: per viaggiare in sicurezza occorrono sia un buon aereo che personale di volo addestrato, con conoscenze tecniche che garantiscano interventi condotti con calma e sicurezza nel momento dell’emergenza.  Organizzazione e competenza riducono significativamente i rischi di morte o, in caso di sopravvivenza, di conseguenze definitive su tutta una vita.

Chi sceglierebbe di affrontare un volo transcontinentale su un piccolo charter che parta da un piccolo aeroporto con piloti con poche ore di volo, potendo organizzare un viaggio più sicuro?

Le  società scientifiche firmatarie di questo documento concordano inoltre che la mancata applicazione di quanto già stabilito nell’accordo della Conferenza Unificata Stato Regioni (Accordo Stato-Regioni) del 16.12.2010 che prevede la riorganizzazione dei punti nascita (PN) e, a questo fine: «[…] raccomanda di adottare stringenti criteri per la riorganizzazione della rete assistenziale, fissando il numero di almeno 1.000 nascite/anno quale parametro standard a cui tendere, nel triennio, per il mantenimento/attivazione dei punti nascita. La possibilità di punti nascita con numerosità inferiore e comunque non al di sotto di 500 parti/anno, potrà essere prevista solo sulla base di motivate valutazioni […]»non garantisce i principi essenziali di sicurezza per gli assistiti e per i professionisti.

La soluzione di fare ruotare le equipe mediche, che pure rimane un accettabile modello organizzativo per centri adiacenti, con diversi livelli di intensità di cure, non può comunque prescindere dal volume di attività dei singoli centri, dalla presenza di un adeguato numero di medici rapportato ai volumi di attività, dalla presenza di specifiche funzioni collegate (patologia della gravidanza, rianimazione dell’adulto, terapie intensive neonatali, centri trasfusionali, servizi di radiologia…) e da un sicuro sistema di trasporto materno e neonatale effettuato secondo le raccomandazioni vigenti.

Un altro elemento di criticità rimane la carenza di medici pediatri. Secondo quanto riportato nell’allegato 1 alle “Linee di indirizzo per la promozione ed il miglioramento della qualità, della sicurezza e dell’appropriatezza degli interventi assistenziali in area pediatrico-adolescenziale” del 31 ottobre 2016, a cura di un gruppo di lavoro istituito presso la direzione generale della prevenzione del Ministero della Salute, sono attualmente presenti sul territorio nazionale circa 14.000 pediatri, di cui 7.714 pediatri di libera scelta. Tra il 2015 ed il 2030, 6.152 pediatri di libera scelta raggiungeranno l’età pensionabile di 67 anni. Facendo una proiezione sul numero di iscritti alla scuola di specializzazione in pediatria nell’AA 2013-2014, pur già superiore del 35% a quello dell’AA 2008-2009, si stima che nel 2015-2030 si formeranno 5.712 pediatri deputati a coprire sia i posti ospedalieri che quelli territoriali. Visto che questo numero non copre neanche i pensionamenti dei pediatri di libera scelta, esiste il concreto rischio, per effetto anche di un già registrato spostamento di pediatri dalla rete ospedaliera a quella della pediatria di libera scelta, di una carenza di professionisti in ambito ospedaliero. La difficoltà di coprire il turnover di pediatri ospedalieri è d’altronde già presente e drammatica in gran parte della nostra regione.

La mancata riorganizzazione di punti nascita con bassi volumi di attività, unitamente alla sempre più utilizzata rotazione di equipe mediche, mobilizza risorse professionali dai centri ad elevato volume a quelli a basso volume indebolendo le strutture più grandi, che sono già ai livelli minimi degli organici,  mettendole ulteriormente in crisi.

Allo stato attuale appare quindi urgente procedere alla riorganizzazione dei punti nascita secondo le indicazioni già presenti.

Pur comprendendo le difficoltà di carattere politico nella soppressione di punti nascita riteniamo irrinunciabile questa riorganizzazione nell’interesse, innanzitutto, della sicurezza delle gravide e dei loro neonati.

Ci rendiamo disponibili ad affiancare le direzioni generali aziendali e gli amministratori locali nella gestione di una adeguata campagna di comunicazione e informazione nei confronti delle popolazioni interessate per  far crescere la consapevolezza che il parto, pur essendo nella maggior parte dei casi un evento fisiologico, deve sempre svolgersi nel massimo della sicurezza, con la garanzia di poter disporre di competenze adeguate in caso di emergenze/urgenze ostetriche e/o neonatali.

Distinti saluti

Firmato

Società Italiana di Neonatologia, Emilia-Romagna,  dottoressa Gina Ancora,  Società Italiana di Pediatria, Emilia –Romagna, dottor Sergio Amarri, Società Italiana di Medicina Perinatale, professoressa Irene Cetin, Associazione Culturale Pediatri, Emilia Romagna, dottor Massimo Farneti, Accademia Medico Infermieristica di Emergenza e Terapia Intensiva Pediatrica, dottor Leonardo Loroni

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15 Commenti

  1. Certo che ci vuole solo la faccia tosta dei politici locali e regionali per convocare un incontro del genere! Fino ad adesso come si è fatto? Quanti neonati sono morti in montagna? E quanti sono stati rianimati con successo? Mi risultano anche casi ad alta difficoltà rianimati con successo! Perché insieme a questi “luminari” non sono state convocate le categorie dei rianimatori? Mi risulta che siano uno dei perni essenziali per la famosa sicurezza. A parte la mancanza di un “mezzo pediatra”, gli altri requisiti ci sono, o quelli che lavorano al S. Anna sono tutti incompetenti? Malgrado tutto qualche bambino continuerà a nascere (in emergenza) e allora come faremo? Verranno questi signori con l’elicottero a salvarli? Poveri quei medici e paramedici che per tanti anni hanno servito con professionalità e dedizione la popolazione! Li metteremo a dirigere il traffico degli elicotteri di notte!

    (M.R.)

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  2. Non sono un dottore, faccio tutt’altro lavoro e non voglio cercare di insegnare il mestiere a stimati professionisti, ma non riesco a capire come il costringere le partorienti a viaggi che possono anche superare i 60 Km possa migliorare la loro sicurezza.
    (Antonio Jones Ruffini)

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  3. Buonasera. Visto che a Castelnovo ne’ Monti sono nati tra il 2011 ed il 2016 poco meno di 1.100 bambini, quante sono state le morti? Le analisi si fanno sulle statistiche ma le decisioni si prendono basandosi sui dati reali. Grazie.

    (Riccardo Bigoi)

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  4. Peccato però che questi luminari sono pagati dall’azienda ospedaliera e volete che sputino nel piatto dove mangiano? E le mitiche aree interne? E la legge regionale sulla montagna? Proposta: visto il grave rischio che corriamo, e per non sottrarre risorse alla grande città ed hai suoi servizi, propongo una transumanza obbligatoria (vedi le bonifiche nell’agro romano di mussoliniana memoria), trasferendo tutti i residenti della montagna a Reggio Emilia. Così risolviamo tutti i problemi e azzeriamo i rischi.

    (Massimo Bonini)

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  5. “La chiusura dei punti nascita a bassi volumi di attività è tema ancora dibattuto, sebbene la posizione delle società scientifiche sia stata sempre coerente e chiaramente volta alla chiusura dei punti nascita con volumi di attività inferiori ai 500 parti all’anno e all’accorpamento di quelli con volumi di attività tra 500 e 1.000, essendo tale orientamento motivato da esigenze di sicurezza e di tutela della salute delle donne e dei neonati, il tutto sulla base di elementi scientifici consolidati.” L’apertura delle montagne a rischio di chiusura per spopolamento è ancora dibattuto, sebbene la posizione della comunità politica e scientifica sia stata sempre coerente e chiaramente volta alla necessità di sostenere e riaprire le montagne con bacini di popolazione residente inferiore ai 40.000 abitanti. Tale orientamento è da sempre motivato da esigenze di sicurezza e di tutela sociale economica e ambientale della salute della popolazione locale e anche urbana. Il tutto sulla base di elementi scientifici e storici consolidati. E’ di tutta evidenza, infatti, che la costante manutenzione degli ambienti montani e collinari, con particolare riferimento ai parchi forestali e ai bacini fluviali e idrici, è resa possibile e sostenibile solo dal mantenimento di una popolazione locale abitante e produttiva sui territori interessati ed è indispensabile alla tutela fisica delle città e all’approvvigionamento di buone risorse naturali da parte degli stessi ambienti urbani. E’ di tutta evidenza, inoltre, concorde la comunità scientifica e politica, che il mantenimento, la salvaguardia e il recupero di terreno rurale produttivo e abitato è fattore necessario per un piano di sviluppo economico e sociale del Paese e che tale obiettivo è possibile solo attraverso politiche e piani di inversione dei flussi demografici che ne stanno logorando irrimediabilmente le potenzialità. E’ altresì di tutta evidenza che i livelli di concentrazione urbana di popolazione e servizi, anche in territori provinciali ad alta densità di sviluppo dove una certa diffusa antropizzazione e infrastrutturazione ne consentirebbero il limite, sta provocando ai centri urbani livelli di inquinamento ambientale e vulnerabilità sociali di gravità mai registrate. Ci pare infatti di poter dedurre, ma il parere della Società Oncologica Italiana potrebbe essere acquisito in proposito, dai dati ARPAE ER sulla qualità dell’aria a Reggio Emilia che, con l’osservanza dei limiti di PM10 tollerabili, l’ospedale SantaMaria a Reggio e tutti i suoi servizi potrebbero essere ad oggi dichiarati inadatti alla lungodegenza per dove sono collocati. Sarebbe forse interessante che la Società dei Neonatologi Italiani non si fermasse a considerare solo come nascono i bambini perché ciò avvenga in sicurezza – e per questo li ascoltiamo, li rispettiamo e li ringraziamo – ma anche cosa respirano nei primi giorni di vita e durante il resto dei loro giorni perché, una volta nati vivi in sicurezza, possano anche continuare a vivere in salute e con qualche felicità. Ci pare infatti riduttivo, per chi si occupa di salute, limitarsi al dato del nascere bene (e ripetiamo che ne condividiamo chiaramente e in ogni caso l’essenzialità) visto il crescere, anche nei dati statistici – ci pare di poter affermare ma attendiamo smentite – del problema del vivere successivamente bene e felici. Attendiamo in questo caso il parere della Società Italiana di Psichiatria. In sintesi, potremmo noi smentire pareri tecnici così forti e puntuali come quelli che il documento scientifico che l’Ausl ha consentito di diffondere e di conoscere? Certo che no, o almeno io non me la sento. Ne dovremmo anzi prendere atto, ma per farne base nuova di un piano politico e gestionale capace di garantire davvero qualità ed efficienza allo sviluppo locale e del vivere. Molto opportuna quindi la conferenza stampa di neonatologi e altri per indicare agli amministratori cosa è necessario non per chiudere, ma per mantenere i punti nascita. Partiamo quindi da lì, ma assumiamo un altro punto di partenza. Non partiamo dal sistema ospedaliero e tanto meno, in particolare, dai punti nascita. Partiamo, come buona e intelligente politica dovrebbe fare, dal sistema Paese della nostra Regione e della nostra Provincia e da come ne programmiamo, invece di subirlo, il futuro. E’ forse di qualità efficiente un futuro di accentramento urbano e spopolamento delle periferie? E’ forse di qualità e lungimiranza non valorizzare decenni di tenuta e infrastrutturazione di un abitato provinciale diffuso? E’ forse di qualità aumentare lo scarto fra una via Emilia raddoppiata e triplicata dove si patisce di code e si muore di PM10 e un 40% del territorio messo a riserva inabitabile? Io penso di no e continuo a non comprendere come questa irrazionalità imperi invece tranquilla nelle sedi più alte di pianificazione e governo. Non dovremmo tornare a programmare con un ordine logico che mette al primo posto la visione, al secondo le infrastrutture necessarie e solo al terzo le condizioni per realizzarle? Perché qui e per altro si parte ormai solo dal fondo in un gioco di continua rimessa? Il Piano Regionale sulla Montagna sembra accedere a questa visione e aprire obiettivi nuovi in questa direzione dichiarando la volontà di aumentare la popolazione residente e attiva su questi territori. E’ un grande piano. E’ stato detto proprio a Castelnovo ne’ Monti e noi le nostre istituzioni le rispettiamo e le ascoltiamo. Siamo orgogliosi della nostra regione e di poterla partecipare. Ebbene, davvero pensiamo che il sistema sanitario e ospedaliero non influenzi in modo significativo questi obiettivi e questa visione? Davvero pensiamo di poter ripopolare territori ai quali contemporaneamente allontaniamo i servizi? Coloro che abitano in montagna sono concentrati e testardi su questo punto perché non si apre in modo forte e decisivo una discussione e un progetto credibile e ampio sulla vita delle montagne. Nei momenti decisivi le istituzioni pubbliche – in questo caso l’Ausl – invece di rilanciare un confronto politico ampio e convincente, aumentano la distanza mettendo in campo una conversazione impraticabile dai cittadini e dai politici con la comunità scientifica. Partono dal fondo. Non importa. Noi ascoltiamo e rilanciamo. Non sono sufficienti 200 parti? Non è sufficiente la rotazione dei professionisti? Ascoltiamoli i neonatologi e tutti coloro che sono intervenuti. Ascoltiamo però anche urbanisti, sociologi, oncologi, psichiatri, geologi, antropologi e diventiamo davvero razionali ed eccellenti come qui sappiamo e possiamo fare in Italia e nel mondo. Manteniamo alla provincia e alla regione un sistema ospedaliero diffuso e decentrato costituito da poli ospedalieri selezionati ma tutti veri e tutti capaci di ogni funzione necessaria. Tutti capaci di far nascere e anche di far vivere le persone e i territori. Tutti capaci quindi anche dei 500 e più parti necessari per rispondere alle esigenze e ai dati che il documento diffuso propone. E manteniamo all’area sud della provincia nella giusta ed equa posizione di Castelnovo ne’ Monti uno di questi poli. Tutti sappiamo che è possibile con una razionalizzazione e una pianificazione decisamente orientata a questo obiettivo. Affermata questa visione dello sviluppo non mettiamo al suo servizio solo il sistema ospedaliero ma anche quello viario, scolastico, culturale. Lasciamo alle metropoli senza più possibilità di ritorno la concentrazione fisica e invivibile delle città. Diventiamo proprio a Reggio, invece, i primi della classe in uno sviluppo urbano decentrato, diffuso, bello, felice e digitale come ogni tecnologia e ogni buon investimento oggi consente dando efficienza non ai prossimi nostri 10 anni, ma alle prossime due generazioni. Che sia Reggio Emilia una città diffusa attrattiva, sicura nel nascere e anche nel vivere, bella e felice, dove la gente del mondo voglia venire a stare, vivere e lavorare, non da Rivalta a Mancasale, ma da Castelnovo ne’ Monti a Guastalla. Non buttiamo via per sempre questa grande, unica, storica opportunità per essere più unici e più efficienti. Grazie.

    (Giovanni Teneggi)

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  6. Buongiorno, parlo da profano del settore e non ho figli, ma, il mio ragionamento si orienta leggermente in modo diverso. Non dovrebbe la politica, essere a “servizio dei cittadini”?, degli stessi cittadini che li ha votati? Dunque, se paghiamo le tasse e gradiamo mantenere vivo un servizio che riteniamo essenziale, per quale motivo questi signori intendono fare il contrario di quanto chi li ha votati richiede loro? Viviamo già in zone disagiate, il lavoro è una fortuna per pochi, chi pagherebbe gli spostamenti verso Reggio dei familiari? Politici, tutti a casa, se questo è il vostro modo di far valere le ragioni di chi vi ha votato, andate a casa.

    (Davide Negri)

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  7. Sono amareggiato dal fatto che si stia distruggendo un ospedale a parole con discorsi preparati, che non devono lasciare nessuno spazio alla realtà della situazione, ma devono convincere l’opinione pubblica che deve andare bene così, senza rispetto per tutti i professionisti che hanno lavorato e stanno lavorando con professionalità e passione per i cittadini ammalati che hanno bisogno di un servizio efficiente e di un’atmosfera rassicurante. Non credo che il codice deontologico dei medici preveda questi interventi puramente strumentali a finalità ben lontane dalla cura e assistenza del malato. Procediamo pure allora alla chiusura di un ospedale nuovo, attrezzatissimo, con personale competente, sicuro, solo perchè non si vuole organizzare una guardia pediatrica h24. E’ tutto veramente assurdo!

    (M.P.)

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  8. Vogliamo fare una distinzione tra tecnica e politica? O vogliamo il governo dei “tecnici”? La distinzione è importante, perché i tecnici ti mettono di fronte al fatto compiuto: è così, quindi, che vuoi farci? Voglio un politico che dica: se adesso è così, lo cambieremo; tecnico, datti da fare e dimmi in che modo possiamo arrivarci.

    (Commento firmato)

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  9. L’analisi fatta da Giovanni Teneggi non manca certo di logica e così pure il futuro che egli prefigurerebbe per la nostra montagna, ed è altresì condivisibile la visione d’insieme con cui affronta il problema, ma poi occorre passare alla fase successiva, ossia dai propositi alle azioni, e vedere in concreto chi può realmente invertire la tendenza allo spopolamento, o dare quantomeno impulsi in tal senso, il che spinge ad una considerazione partendo dal punto delle sue righe in cui si parla di “politiche e piani di inversione dei flussi demografici” e se ancora se ne parla vuol dire che poco o nulla si è mosso in proposito. Se poi aggiungiamo che la questione dell’esodo dalla montagna data ormai da parecchi anni, significa verosimilmente che nel frattempo la politica “governante” non ha voluto o non ha saputo individuare tali “politiche e piani”, e se valesse la prima delle due ipotesi potremmo supporre che ciò sia avvenuto perché la montagna interessa meno delle zone a più alta densità abitativa, nelle quali c’è quindi un maggior numero di votanti e voti, ovvero perché si punta ad avere un territorio montano quanto più possibile “rinaturalizzato”, nell’ottica di un bilanciamento ambientale, compensare cioè le zone molto urbanizzate e antropizzate. Il discorso ovviamente cambierebbe abbastanza se valesse la seconda ipotesi, cioè a dire la “incapacità” della politica a trovare la giusta via per il rilancio della montagna, oppure una sua perdurante indecisione su quale strada imboccare in proposito, e in questo caso potrebbero essere i cosiddetti “corpi sociali intermedi”, associazioni e organizzazioni varie, visto che sono a più diretto contatto con le problematiche delle rispettive categorie, e sempreché non lo abbiano già fatto, ad avanzare suggerimenti e proposte di cui possa eventualmente avvalersi la politica per promuovere la “rinascita” dell’ambito montano. Ho esposto delle semplici supposizioni, anche perché su fenomeni ed accadimenti come questi il condizionale è d’obbligo, essendo oggettivamente di non facile lettura ed interpretazione, ma se si conviene sul fatto che spetti comunque alla politica “l’ultima parola”, il dover cioè individuare e decidere quali “politiche e piani” adottare per la montagna, verrebbe tutto sommato da dire che il suo operato ha finora trovato un apparente e sostanziale “benestare” da parte della collettività, se guardiamo ai risultati elettorali, anche dalle nostre parti, risultati che sono di fatto l’indice di gradimento o meno verso il lavoro svolto dalla politica.

    (P.B.)

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  10. Ma guarda come si vengono a sapere le cose. Il momento del parto è ” – esattamente- ” come un pit-stop della Formula 1. Mai avrei pensato di essere uscito dai box a 120km/h. Da non crederci! Ma siete sicuri?

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  11. Fermo restando che la comparazione di dati con Paesi che hanno politiche sociali, servizi e sistemi completamente diversi non ha senso, continuo a rimanere sbalordito dalla diffusione di dati che indirizzano verso una unica soluzione, soluzione che sicuramente per chi vive qui non è migliorativa. Se riteniamo di doverci basare su questi dati, per decidere cosa fare o non fare, proviamo ad immaginare la diffusione completa di dati relativi all’ospedale di Castelnovo ne’ Monti, quanti reparti rimarrebbero? Se è questo che vogliamo, lasciamoli fare.

    (Antonio Manini)

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  12. Purtroppo non c’è nulla da immaginare. Su questo stesso giornale, il 16 aprile di due anni fa, il dottor Nicolini così si è espresso: “L’obiettivo prioritario è quello di riconoscere al S. Anna, nell’ambito del riordino della rete ospedaliera regionale, il ruolo di ospedale di zona, essendo situato in un’area geograficamente e demograficamente disagiata, pur con un bacino di utenza inferiore a quello previsto dalla programmazione nazionale. Oggi infatti il S. Anna non solo è dotato delle funzioni presenti negli altri ospedali del presidio provinciale, ma avvalendosi di una stretta integrazione con l’azienda ospedaliera S. Maria Nuova di Reggio, dispone di funzioni assistenziali ed eroga prestazioni che normalmente non sono presenti in ospedali di questa tipologia”. Non solo ci smantellano l’ospedale ma aggiungono, aggiungo io, che quel che potrà rimanere del S. Anna, sarà un’attenzione, un riguardo, grasso che cola.

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  13. “Noi professionisti dichiariamo che, per acquisire le migliori competenze e per potere fornire le migliori risposte alle giuste richieste di salute delle famiglie, abbiamo bisogno di lavorare in strutture con adeguato volume di attività, in equipe abituate ed addestrate a lavorare insieme ed in ambienti ben conosciuti per ridurre al minimo la possibilità di errore.” Oggi per me, come mamma, è una giornata assai difficile. È la ricorrenza della morte di mio figlio a 22 anni, dopo la nascita avvenuta nell’ospedale di Castelnovo nonostante il parto non fosse a termine. Il peso era di Kg. 2,400 ma allora non vi erano ecografi e altri strumenti che ora ogni struttura possiede. Vi era un ginecologo che, unico in tutta la provincia e spesso criticato, faceva il parto indolore e mio figlio è nato normalmente. Leggere tutto ciò che più sopra è scritto da professionisti rappresentanti di: SIN, SIP, SIMP, ACP e AMIETIP, leggere la tabella allegata, che manca del dato più importante (e questa mancanza è molto grave e dimostra la malafede del gruppo) ovvero quanti sono i casi di decessi nei vari nosocomi, visto che di sicurezza si parla, mette l’orticaria. “Il verificarsi di una situazione di emergenza clinica al momento della nascita è un evento raro (riguarda circa da 4 a 8 neonati ogni mille nati) che richiede però elevate competenze tecniche e rapidità di gestione per l’elevato rischio di morte o danni permanenti nel bambino.” Quante contraddizioni! Una insofferenza per chi legge perché ti rendi consapevole che ti stanno prendendo in giro, facendosi scudo di sigle e di titoli ma, pur essendo medici, sono come tutti gli essere umani soggetti a sbagliare, perciò hanno paura, sono dei pavidi e invocano la sicurezza come alibi e debbono essere in tanti. Certo, così trova tu, se riesci, il responsabile dovesse succedere il fattaccio. È questo che vogliono e che temono, la paura. “Noi professionisti dichiariamo che, per acquisire le migliori competenze e per potere fornire le migliori risposte alle giuste richieste di salute delle famiglie, abbiamo bisogno di lavorare in strutture con adeguato volume di attività, in equipe abituate ed addestrate a lavorare insieme ed in ambienti ben conosciuti per ridurre al minimo la possibilità di errore.” Tutto ciò trova giustificazione in quanto, medici e infermieri, dovranno avere un’assicurazione privata. La paura dell’errore, che si riduce maggiori sono le capacità personali.Immagino la gioia dell’assessore Venturi e del presidente Bonaccini nel ricevere il documento da loro voluto, come pezza giustificativa per poter tranquillamente dire: noi per primi abbiamo chiuso i punti nascita che non assicurino sicurezza per mamma e bambino. Avete sempre ragione, così fa chi ha potere, ma non conoscete nulla di com’è la sanità che voi amministrate. Ne è prova recente, Parma. Non sapete però nemmeno quanti medici, nel silenzio, operano salvando vite umane nonostante i turni impossibili, nonostante da anni non si facciano assunzioni, nonostante i pensionamenti. E pensate di risolvere i danni fatti e che voi contribuite a fare in modo più grave, chiudendo punti nascite e ospedali. Ma ciò che è grave è che la vostra è una politica miope, che cerca solo il consenso del vostro potere nazionale, e non è rivolta ai cittadini che vi hanno votato e che vi permettono di sedere sulle vostre comode poltrone e con lauti stipendi. Volete spopolare le montagne e far vivere tutti nelle città o periferie. Ci ritroveremo tutti in mega ospedali dove se va bene ti faranno qualche esperimento a favore di case farmaceutiche o per scalate personali. La montagna reggiana con il comitato “Salviamo le cicogne”, altri gruppi e con i “montanari”, non intende arrendersi alla chiusura dell’ospedale di Castelnovo ne’ Monti, più sicuro di molti grandi ospedali, perché non manca di attrezzature, ha personale qualificato, più accogliente e a misura di “persona, di essere umano” ma invita chi di dovere (ormai sappiamo che sono i politici e sappiamo anche chi!) a riflettere sulle decisioni che dovranno prendere con trasparenza informando per tempo i montanari. La sicurezza non la può garantire nessun mega ospedale, nessun medico, nessun essere umano. L’imponderabile è sempre presente. Allora non arroccatevi, cari politici, con il voluto, complice aiuto di professionisti, sull’uso della parola sicurezza che in campo medico, soprattutto, è alquanto precaria. “Le società scientifiche firmatarie di questo documento concordano inoltre che la mancata applicazione di quanto già stabilito nell’accordo della Conferenza Unificata Stato Regioni (accordo Stato-Regioni) del 16.12.2010 fissando il numero di almeno 1.000 nascite/anno quale parametro standard a cui tendere, nel triennio, per il mantenimento/attivazione dei punti nascita, non garantisce i principi essenziali di sicurezza per gli assistiti e per i professionisti.” Chiudere quindi tutti i punti nascita al di sotto dei 1.000 parti, non solo Castelnovo ne’ Monti, e qui vi vogliamo.

    (Luisa Valdesalici)

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  14. La signora Valdesalici invita “chi di dovere” (cioè politici) a riflettere. Concordo. Ma penso che ormai il tempo a loro disposizione sia scaduto. Quando la sinistra fa politiche di destra (tagliare i servizi e il welfare), alla lunga avvantaggia solo la destra (quella vera). Nelle recenti elezioni politiche in Olanda, la sinistra è stata spazzata via. Alle presidenziali, in Francia, il partito socialista è sparito. Attendiamo fiduciosi le elezioni politiche in Italia. Forse è per questo motivo, che di elezioni, in Italia, non ce n’è l’ombra.

    (Commento firmato)

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