Maria Grazia Violi scrive della chiusura del punto nascite a Concita de Gregorio e la giornalista la pubblica su Repubblica.it

Articolo su Repubblica.it

Concita De Gregorio è una giornalista e scrittrice italiana. Firma di punta de La Repubblica, è stata direttrice dell'Unità dal 2008 al 2011.

Nel suo blog: invececoncita.blogautore.repubblica.it racconta di una lettera ricevuta da Maria Grazia Violi, della chiusura del reparto maternità di Castelnovo e del comitato "Salviamo le cicogne".

Riportiamo il testo dell'articolo.

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Grazie alla lettera di Maria Grazia Violi.

Maria Grazia Violi

Maria Grazia vive a Castelnovo ne' Monti, in provincia di Reggio Emilia. Ha 61 anni, insegna Storia e Letteratura all’istituto tecnico. Mi dice che mai avrebbe pensato “di arrivare a vivere in un mondo così attento solo agli aspetti finanziari, in cui i diritti vengono regolarmente presentati come privilegi. A scuola vedo i ragazzi sempre più fragili e più spaesati. Penso che il più grave delitto commesso dalla mia generazione sia stato quello di far credere ai giovani che nulla può cambiare, che si devono adattare”.

La sua lettera parla della chiusura del reparto maternità nel luogo dove vive. “Da alcuni anni è attivo, qui nell'Appennino reggiano, il comitato ‘Salviamo le cicogne’ nato per difendere il punto nascite e l'ospedale. Tutta la popolazione lo sostiene, ma l'impressione è che noi cittadini contiamo sempre meno e che le decisioni siano già state prese”, dice. Ecco la storia.

“Ho letto della chiusura di quattro reparti maternità in Emilia-Romagna fra cui quello dell'ospedale del mio paese. La motivazione ufficiale è che i reparti in cui nascono meno di 500 bambini l'anno sono poco sicuri: il personale non ha esperienza e in un piccolo ospedale manca un reparto di pediatria attrezzato per emergenze neonatali. Ottime ragioni, non discuto: sono un'insegnante, non un medico. Però: i parti a rischio avvengono già da tempo a Reggio Emilia; il primario  è lo stesso e si divide fra Castelnovo e Reggio; l'Unità sanitaria è la stessa e i due ospedali lavorano da sempre in strettissima sinergia".

"Per noi, che ci ostiniamo a vivere in montagna, è assolutamente normale andare in città per le visite specialistiche o per gli interventi più complicati, ma un parto normale non è un intervento di alta chirurgia. Migliaia di bambini sono nati, nell'ultimo secolo, nell'ospedale di Castelnovo ne' Monti e tutto, sia i parti normali che le complicazioni, è sempre stato gestito con competenza e con umanità. Inoltre l'ospedale serve un territorio molto vasto e non riesco proprio a capire come possa essere più sicuro, per una donna con le doglie, percorrere 70 chilometri invece di 30 (i paesi del crinale distano circa 30 chilometri da Castelnovo, che, a sua volta, è  a 40 da Reggio).

Nasce il sospetto che si tratti solo, per l'ennesima volta, di tagliare. O del primo passo per arrivare alla chiusura dell'ospedale. Dopo tutto gli abitanti di tutta la montagna reggiana sono meno della metà di quelli della città, quindi il nostro peso elettorale è modesto.

Si parla tanto con preoccupazione dello spopolamento delle aree marginali e poi queste sono le politiche? Un reparto maternità ha anche un fortissimo valore simbolico: se nessun bambino nasce più in montagna, perché restarci a vivere e a lottare contro tutte le scomodità? Insegno da più di 30 anni e ricordo quando  le scuole elementari nei piccoli paesi furono chiuse con la motivazione che i bambini nelle pluriclassi erano meno seguiti e stimolati.

Non era vero: io insegnavo alle medie e i bambini provenienti dalle pluriclassi erano al livello degli altri, anzi, spesso più autonomi e più aperti. Il risultato fu solo quello di risparmiare lo stipendio di qualche maestra e di vuotare i piccoli paesi: i bambini dovevano andare  a scuola nei centri più grandi e, per evitare disagi, le famiglie si trasferirono definitivamente”.

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7 Commenti

  1. Bravissima, complimenti, quella dei punti nascita negli ospedali di montagna è una battaglia di civiltà, cultura ed uguaglianza. La politica, quella con la “p” maiuscola, ha abdicato agli interessi corporativi. Come più volte ho detto e ripeto, gli Appennnini, ma pure le Alpi, non sono le Ande o le montagne dell’Alaska, la soluzione è semplicissima, ginecologi e pediatri a rotazione temporanea si spostano negli ospedali di montagna, ma a loro scoccia, tutto qui. Il problema è che li stanno ad ascoltare. Succede così come è già accaduto nella montagna bolognese grazie alla città metropolitana, anzichè salire periodicamente a monte sono le mamme che partoriscono in ambulanza andando su e giù per la valle del Reno.

    (Angelo Rambaldi)

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  2. Applausi, Grazia. Niente da aggiungere né da eccepire. Solo chi non vuole capire non capisce.

    (Normanna)

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  3. Brava Maria Grazia! La centralizzazione di tutti i servizi é un approccio miope che se porta ad un risparmio economico nel breve porta nel medio/lungo periodo alla distruzione totale (sociale e non) di territori che si trovano nella condizione di essere situati alla periferia e questo paradossalmente ha portato ad un maggior degrado e una maggiore proletarizzazione delle periferie della città, perché seguendo questa logica ci sarà sempre un centro che é più centro di un’altra zona. Credo che salvare il punto nascita rappresenti molto di più di un mero punto nascite, significa pensare e sognare un mondo diverso, significa poter nascere e continuare a far vivere il territorio che si ama, ma soprattutto, come dice la Prof., serve per far capire ai giovani che le cose si possono ancora cambiare se si ci mette in gioco. Le cicogne lo stanno facendo.

    (Fabio)

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  4. Per sognare un mondo diverso bisogna smettere di sognare “L’Europa” e “l’Euro”. La distruzione del tessuto sociale e delle aree periferiche è una diretta conseguenza delle politiche di austerità necessarie per mantenerci dentro la moneta unica (accordo di cambi fissi tra realtà economiche diverse). Una cosa esclude l’altra: non si modificano gli effetti senza agire sulle cause.

    (Commento firmato)

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  5. Parafrasando lo squallido umorismo della commissione percorso nascite regionale, per poi farlo diventare un programma concreto, dobbiamo aiutare il volo delle Cicogne togliendo loro il “fardello” di una limitata classe politica. E credo che per riuscirci serva solo il mettersi in gioco, in fondo anche qui, negli articoli di Redacon, si respira ormai da tempo una sorta di anarchia, concretamente fondata sulle norme e raccontata in balle, di cui ormai tutti siamo stanchi.

    (mv)

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  6. In questi giorni ci hanno comunicato che negli ultimi sei anni sono stati tagliati oltre dodici miliardi di spesa nella pubblica amministrazione (tra posti di lavoro e riduzione degli stipendi). I giovani devono adattarsi? Certo! Per riavvicinarsi alla “durezza del vivere”, come diceva Padoa-Schioppa. Guardate in Grecia (il più grande successo dell’Euro, affermava il sen. Monti): gli stipendi dei giovani al primo impiego sono di 250 euro (chi ce l’ha l’impiego, si intende, tipo il 50%). Ma anche qui ci stiamo lavorando. Poi vedremo come faranno a mettere su casa e fare famiglia e figli. Ah, non serve? Ci sono i migranti che ripopolano la montagna? Bene, allora tutto a posto, andranno all’estero.

    (Commento firmato)

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  7. Faccio piuttosto fatica a collegare ciò che osservo nel guardarmi quotidianamente attorno – o che mi sembra perlomeno di cogliere – con quanto dice l’Autrice laddove scrive “penso che il più grave delitto commesso dalla mia generazione sia stato quello di far credere ai giovani che nulla può cambiare, che si devono adattare”, nel senso che, da come intendo le sue parole, vi sarebbe stato un errore educativo in nome della conservazione e della immutabilità delle cose. Posso naturalmente sbagliarmi, anche di grosso, ma io ho un’impressione abbastanza diversa, se non opposta, dal momento che mi par di vedere nei giovani una continua ricerca di cambiamento, fors’anche alimentata da una pari “irrequietezza” in chi ha sulle spalle qualche anno in più, e può pertanto fungere da esempio e stimolo, tanto da pensare che poco o nulla di quanto abbiamo possa renderli appagati e soddisfatti, generando dunque in loro uno stato d’animo che può proiettarli incessantemente verso il nuovo, trascurando di fatto l’esistente. A mio parere le generazioni capaci di adattarsi e “accontentarsi” sono state semmai le precedenti, rispetto a quella dell’Autrice, generazioni che non hanno mai rinunciato da un lato a migliorare la propria condizione, ma che avevano nel contempo la piena consapevolezza dei “passi in avanti” via via compiuti, e in molti rimanevano altresì legati alle tradizioni, consuetudini e ai valori, che ci sono stati tramandati, ossia alla nostra “identità”, che non si proponevano affatto di cambiare. Viaggiando per l’Europa oggi divenuta il naturale punto di riferimento per chi ne fa parte, capita non di rado di imbattersi in piccoli paesi col proprio Municipio, mentre da noi l’accorpamento dei comuni è diventato un tema ricorrente, se non abituale, e capita inoltre di vedere ancora in attività vecchi negozi, anche di piccole e medie dimensioni, con poche serrande abbassate, mentre da noi gli “esercizi di vicinato” hanno invece incontrato ben altra sorte, per dire di ciò che si può notare percorrendo quelle strade. Cui potremmo aggiungere cippi e manufatti commemorativi e celebrativi dei tempi andati, in apparenza ben tenuti e conservati, quando da noi – cioè nel Belpaese giustamente decantato da tanti, non solo di casa nostra – c’è chi guarda con poca simpatia financo quelle pietre, di monumenti ecc., che possono ricordare un’epoca sgradita, come se fosse possibile scomporre la storia in pezzi per poi disfarsi di quelli che non ci piacciono. In buona sostanza, un insieme di elementi sembra dirci che da quelle parti vi è un’attenzione piuttosto diffusa verso il proprio passato, il quale viene salvaguardato e fatto convivere con la “modernità”, verosimilmente per ragioni identitarie, e forse, ma qui il condizionale è d’obbligo perché occorrerebbero i dati per potersi esprimere con cognizione di causa, potrebbe esservi una eguale tendenza a preservare nel tempo la struttura organizzativa di servizi primari, come la rete ospedaliera, scolastica, ecc.

    (P.B.)

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