Il profumo della mia terra / Settembre 1ª parte

 

 Settembre (Duomo di Otranto)

Un’atmosfera indefinita, quasi d’attesa. Eppure Agosto è ancora lì, con le sue calure, le sue estenuanti fatiche da smaltire, la luce accecante del sole. Si ha il senso della precarietà e del provvisorio. Non tutti devono lasciare l’Appennino e partire per la Maremma o per la pianura. Qui da noi la maggior parte degli abitanti resta anche per l’inverno. Solo coloro che stanno vicini al crinale si preoccupano di spostarsi in cerca di pascoli. Se i pastori di D’Annunzio lasciavano gli stazzi per scendere al mare in settembre, per i nostri era sufficiente partire

 Prìma ch’ ‘e  Cavalbiânch è s’imburcìssa,

e inàns che Muntursâra ‘e gnìssa brœl   [Biagini].

[Prima che il Cavalbianco si indispettisse / e avanti che Monteorsaro diventasse brullo].

Per costoro l’inverno non offriva alternative: bisognava andare altrove, affrontare un viaggio pieno di insidie, ove

 “ … u libœ-c al tœ chiàpa a s-chiafùn,

e pr’arparàrtœ a n’ gh’è gnànch un machieùn

un’aria ch’la pèla, ch’la gêla, ch’la tàja,

a t’èntra int i teu gli òss un fredd che u s’abàja”. [Romiti Antonietta]

[…il libeccio ti prende a schiaffoni, / e per ripararti non c’è neppure un cespuglio, / un’aria che pela, che gela, che taglia, / e ti entra nelle ossa un freddo che ti attanaglia].

Più fortunati erano coloro che scendevano verso la Pianura Padana. Il percorso era praticamente a tappe e trovare pascolo non era poi così difficile. Anzi, lungo il tragitto i contadini erano contenti di ospitare i greggi nei prati ormai sfruttati: oltre a ripulire bene il terreno le pecore lo concimavano pure. Se poi andavano anche a cimare il grano appena nato non era un problema: il grano avrebbe rallentato la crescita ma si sarebbe rafforzato. L’importante era che ciò non avvenisse subito dopo la pioggia perché, con il terreno troppo bagnato, le piantine di grano potevano essere sradicate dal terreno. E non era escluso che il pastore, se lasciato a suo agio, omaggiasse i padroni con un bel Furmàj ad pègra!

       Gregge sulla strada dell’Enza in prossimità di Compiano. - 1940 - (Foto Lodi)

Certo, l’inverno non si prospettava accattivante neppure per noi stanziali di mezza collina. Per questo bisognava predisporre le scorte di legna, di farina e foraggio, chiudere bene il portico e gli stalletti delle pecore con frasche o graticci d’ gambûn (di gambi di granoturco), proteggerci, in conclusione, e proteggere anche gli animali il più possibile, dalla pioggia che “la vên d’ travêrs”. Bisognava farcela ancora una volta, e ce l’avremmo fatta!

Settembre è comunque una via di mezzo; vi sono ancora tanti lavori da concludere ma ora li possiamo affrontare con un ritmo più ragionevole. Ci sarà da rifinire le colture per la semina, da pulire sotto le castagne per poi raccoglierle meglio, da falciare l’ultimo foraggio utilizzabile. Si approfitterà di momenti di calma per portare a casa gli ultimi cavàs rimasti a bordo dei campi e sezionarli in vista dell’inverno. E ci sarà ancora qualche occasione per fare festa: la natività della Vergine (8 settembre) o la Madonna dei Sette dolori (a metà Settembre) sono titolari di chiese e di sagre in montagna.

 Pulire il castagneto

Era un lavoro da fare in tempi non impegnativi, ma andava fatto entro Settembre perché a San Michele arrivavano le castagne primadìsi (primaticce), e per quella data il terreno doveva essere pulito.  Bisognava ammucchiare le sterpaglie e l’erbaccia nel punto più basso del castagneto, sulla rosta, che aveva il compito di frenare ricci e castagne perché non finissero nel terreno altrui o dentro i roveti. Oppure bruciarla. In località più a Sud rispetto al mio paese correva un proverbio particolare relativo alle castagne primaticce:

La castìgna l’è sensa cùa:

chi  la càta l’è sua!

[La castagna non ha coda, / ed è di chi per primo la trova].

Da noi, invece, essendo i primi castagneti verso la pianura, si cominciava a fare la guardia perché non arrivassero i pitocchi a rubarle. Era definita così una categoria di persone che sbucavano furtive dai boschi situati ai lati dei castagneti puliti, raccoglievano in fretta, riempivano il canestro o il grembiule, poi scomparivano nuovamente nel bosco ove li attendeva un sacco occultato sotto i cespugli. E poiché i castagneti erano ripidi e sassosi qualche volta si ricorreva ai mezzi drastici per allontanare costoro se non era stato sufficiente il richiamo orale: una grossa pietra che scendeva dall’alto acquistando velocità e producendo un frastuono di schianti e sfrascate non era un biglietto da visita gradito.

Un’altra categorie di raccoglitori, invece, ogni anno si presentava ai padroni e chiedeva di potere Fâr a mèš. Vale a dire che se raccoglievano due canestri di castagne uno andava al padrone del fondo e l’altro a chi le aveva raccolte. Oltre che più educato questo comportamento permetteva di dislocare forze in altri lavori, come la semina. Fidarsi? Si, perché si trattava di persone conosciute o di parenti traslocati in più comodi terreni.

 Tempo di funghi

 Come una festa! Come la scoperta di un tesoro. Grandi e piccoli, uomini e donne, non potevamo resistere al fascino di trovare una bella Sardèla o una Cusèla, bruna sopra e bianca sotto. Tutti conoscevamo qualche fungaia, ma si stentava a dirlo anche ai familiari per paura che estranei l’imparassero, e poi, perché no, per riservarsi possibili chances di bella figura.

Oggi le cognizioni scientifiche hanno moltiplicato i cercatori di funghi che approfittano dell’occasione per ricavarne più vantaggi: smaltire qualche chilo di troppo, fare giornata portando a casa un cibo prelibato e magari potersi fare belli nei confronti di parenti e amici.

Noi, che di cognizioni scientifiche ne avevamo pochissime, ci affidavamo all’esperienza degli anziani e ci limitavamo a raccogliere quelli più noti e sicuri (porcini, ovoli, galletti e poco più) evitando di cogliere quelli che non offrivano sufficienti garanzie. A quei tempi erano gli animali da pascolo a tenere puliti i boschi. La preoccupazione, semmai, era di precederli perché non mangiassero o rovinassero i funghi buoni. Per quelli scartati loro avevano i propri parametri e sapevano, senza manuale, quali potevano ingerire e quali no. E noi restavamo meravigliati nel vederli gustare tanti bisacân senza che avvertissero il minimo disagio. Ma i vecchi ci avevano detto che il loro stomaco era configurato diversamente dal nostro e che il veleno di certi funghi non li sfiorava nemmeno. Come per la lumaca che, così piccola e fragile, si sbocconcellava il satanasso senza un minimo di fastidio.

Non tutti possedevano il colpo d’occhio, come si diceva, per individuare l’oggetto del desiderio, ben mimetizzato tra le foglie secche, sotto un ginepro, vicino a un tronco o fra le contorte radici degli argini.  E quando qualcuno aveva un poco di fortuna arrivava la battuta (frutto di invidia più che di convinzione): I ên i bušiârd ch’ a càta i bulê! (Sono i bugiardi che trovano i funghi!).  Mentre, per consolarsi, si ripeteva che al mattino non ci si era infilato al giut a l’arvêrsa. Era convinzione che indossare per errore un indumento a rovescio, ma senza rendersene conto, aiutasse a trovare i funghi.

E quanta soddisfazione nel potere esporre al sole, per essiccarli, belle tavolate di porcini affettati. Il resto sarebbe arrivato in seguito, con una buona fiamminga di tagliatelle all’uovo o con un sughetto ai funghi da coniugare con la lepre o altre golosità, vanto e orgoglio di ogni brava cuoca!

Tempo di cresime

Per noi che facevamo capo a Castelnovo come vicariato le Cresime normalmente si celebravano all’inizio di settembre. In altre zone dell’alta provincia invece il sacramento veniva impartito in primavera. Non tutti gli anni, però. Dipendeva dal giro che il Vescovo intendeva fare per le visite pastorali e dalla domenica che gli restava libera. Allora solo il Vescovo poteva amministrare il sacramento. La preparazione? Bisognava frequentare assiduamente il corso di catechismo nelle settimane precedenti la cresima. E poiché c’era la possibilità che il Vescovo ci interrogasse per sondare il nostro grado di preparazione, non bisognava fare brutta figura né farla fare al parroco che ci aveva preparati e garantiva per noi.

 Gruppo in occasione di una cresima. – 1943 – (Foto Fontana Enzo).

La domenica mattina fissata per la cerimonia ci si recava alla Pieve. La chiesa della Resurrezione non esisteva ancora. Certo non eravamo né tranquilli né spavaldi. L’emozione era un ottimo freno alla nostra vivacità. Lungo il cammino ripassavamo le formule del catechismo gareggiando tra di noi, ma lassù sarebbe stata tutta un’altra cosa, in presenza del Vescovo col mantello ricamato in oro, quel cappello a due punte (la mitria), e col bastone in mano (il pastorale).

Da tutte le direzioni arrivavano gruppetti di ragazzi guidati dai loro parroci. Ad un cenno del cerimoniere ci si accomodava in chiesa, un groppo dopo l’altro, disponendoci ben ordinati nei banchi, e al fianco di ognuno di noi il proprio Gus (il padrino o la madrina).

Ad un certo punto della messa il Vescovo si alzava, metteva il copricapo a due punte, prendeva il pastorale nella sinistra ed iniziava il rito vero e proprio. Titubanti gli sfilavamo davanti mentre recitava parole incomprensibili in latino, ci ungeva la fronte disegnando una piccola croce col pollice e poi con l’indice e il medio ci toccava la guancia sinistra. Ci avevano impauriti affermando che il Vescovo ci avrebbe data uno schiaffo, però il parroco legittimava il gesto con la dimostrazione che saremmo stati forti come si conviene ad un soldato di Cristo. In realtà era solo una carezza. Fossero tutti così gli schiaffi nella vita!

La Cresima, di per sé, non veniva considerata una festa speciale ma solo un traguardo di carattere religioso. Non occorreva quindi il vestito nuovo, le scarpe nuove e nemmeno usavano i regali di circostanza. Altri tempi! Tuttavia nei pressi della chiesa qualche banchetto c’era a vendere la medaglia, il nastro per coprire l’olio santo sulla fronte, e anche qualche giocattolo. Quel giorno, per nostra fortuna, eravamo esentati dai lavori soliti, come andare al pascolo o pulire la stalla.

E dentro di noi ci sentivamo orgogliosi di avere raggiunto uno scalino più alto nella considerazione comune, perché eravamo diventati soldati del Signore.

 

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2 Commenti

  1. La straordinaria bellezza del semplice fluire del tempo. Sapore di buono, odore di buono. Scene e parole che regalano un poco di serena pacatezza in un mare sempre imbronciato. Grazie.

    (Carlo Boni)

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  2. Grazie, Carlo.

    (Savino Rabotti)

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