“Comunisti, ma senza comunismo”. Il caso emiliano e di Carri  

 

L’ultima opera di Matteo Manfredini ricostruisce la vita politica dell’ex sindaco di Ciano e Carpineti. E mentre il partito chiedeva l’industrializzazione dell’Appennino per ‘avere una classe operaia’, lui proponeva lo sviluppo di agricoltura e turismo. E Carri dice: “rivendico l’appartenenza al Pci”

 

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Alessandro Carri, un comunista emiliano nelle storie del Novecento” è il volume di Matteo Manfredini. Il giovane carpinetano, che lavora a Brussel presso la “Casa della Storia Europea”, ed è anche nostro collaboratore, ha scritto quest’opera di 241 pagine per i tipi di Aliberti, su uno dei protagonisti della storia della sinistra reggiana e italiana del Novecento. Alessandro Carri , funzionario del Pci nato il 21 settembre 1931, ex deputato e senatore del Pci per due legislature, fu sindaco anche nel carpinetano dal 1990 al 1995, e quindi anni prima Ciano d’Enza (ora Canossa), quindi consigliere regionale dal 1985 al 1990.

Pierluigi Castagnetti, Matteo Manfredini, Alessandro Carri (foto Redacon)

“Un silenzioso protagonista di cinquant’anni di storia italiana – si legge nella prefazione –. Carri sarà anche sostenitore dell’Ulivo e di Romano Prodi”. E alla presentazione del libro presso Istoreco l’onorevole Pierluigi Castagnetti lo ricorda per essere “stato tra i pontieri del Partito comunista italiano con Prodi”. Carri, cresciuto nella Fgci (Federazione giovani comunisti italiani) arriverà sino al Partito Democratico, e, a Redacon, rivendica la continuità del Pd col suo vecchio partito. Ma si è fatta adeguata chiarezza sugli errori (e le vittime) del comunismo nel mondo e, quindi, anche in Italia? “Su questo ragionamento non la seguo – dice a chi scrive Carri – devo dire che il comunismo italiano ha certamente ‘trasgredito’ i dettami di quello che era il Partito comunista sovietico e, su questo, certamente Togliatti con le sue prese di posizione fu una grande persona”. E la biografia di Matteo Manfredini si impegna a riconcederci la figura di Carri al pari di altre public history del Novecento. Storie di vita reali, per alcuni esemplari, senza accademismo ma in maniera divulgativa e attenta al rispetto del metodo storico, dato che la vita di Carri è “una testimonianza di cosa voleva dire, tanti anni fa, occuparsi di politica e dedicare la propria vita al partito”.

Se spulciate l’indice dei nomi, trovate molti protagonisti della prima e della seconda Repubblica, locali e non. Da Andreotti a Berlusconi, da Eolo Biagini (contro il quale il partito gli chiede di schierarsi per riconquistare il comune carpinetano) a Antonio Ligabue, al generale polacco (ma filorusso) Jaruzelski che suggerì a molti del Pci la scelta di una terza via per il comunismo italiano, da Berlinguer a Bersani, e così via. Ricca la citazione di protagonisti del comunismo sovietico.

E’ la ricostruzione di una vita intera spesa per la politica, “sono 50 anni di storia emiliana, italiana e del nostro Appennino – spiega a Redacon Matteo Manfredini -. La cosa più interessante per il nostro territorio è che Carri già negli anni Cinquanta, giovane militante della Fgci, veniva spesso a tenere corsi di educazione civica. Dai verbali del tempo emergono intuizioni politiche per la tenuta dell’Appennino. Come il limitare l’emigrazione, il rivendicare uno sviluppo sostenibile per la montagna: per lui occorreva prestare molto attenzione al parlare di industrializzazione in questo territorio, piuttosto, a suo avviso, occorreva puntare sul turismo, sull’agricoltura, sul Parmigiano Reggiano”. Una linea che non era condivisa da tutti nel Pci “c’era un’idea di industrializzare l’Italia, e quindi l’Appennino, dato che c’era bisogno di una classe operaia…”

Matteo Manfredini ci riconsegna un Carri desideroso, nella sua opera, di collaborare tra le diverse forze e “il suo continuo avvicinarsi alla sinistra cattolica e ai cattolici che erano iscritti alla Dc, anche se questo che era in contrasto con alcuni suoi compagni. Tanto che alcuni gli rimproveravano ‘ma adesso non ci vorrai portare tutti a messa?’”.

In Italia la sinistra più radicale, però, oggi pare disconoscere l’alleanza nello stesso partito col mondo cattolico e, a Pierluigi Castagnetti, alla presentazione, abbiamo chiesto come mai si sia spezzato questo legame, al punto di rivendicare l’essere una forza di sinistra, senza la parola ‘centro’… “Eppure noto che la nuova formazione guidata dal presidente del sentato Pietro Grasso si chiama Liberi e Uguali. In nessuna parola c’è il riferimento né alla sinistra né al comunismo… vuol dire che alla fine siamo davvero si ricerca l’uguaglianza”.

L’opera di Manfredini è frutto di una lunga ricerca d’archivio tra documenti originali, anche con interviste a “compagni”, tra cui Giannetto Magnanini, a Venezia e molti altri protagonisti del tempo. “Carri rimane un politico importante non solo in Emilia e non c’era un’opera su di lui – spiega Manfredini – essendoci, invece, molti libri che si occupano di storia reggiana del Novecento”. Tra le curiosità citate “l’idea di ospitare al Campovolo i grandi concerti, a partire da quello degli U2. Fu una idea sua, ma non tutti lo sanno. Oppure negli anni Ottanta la proposta di fare tornare Canossa un luogo di pace, come lo fu nell’undicesimo secolo. E immaginò, assieme alla Casa del Tibet di Votigno, di fare incontrare a Canossa il governo in esilio tibetano con quello cinese, per iniziare i prenegoziati –impossibili - di pace. E il Dalai Lama a San Polo arrivò davvero”.

Ma il comunismo nel mondo non sempre ha significato pace…

“Noi in Emilia – conclude Matteo - abbiamo avuto la fortuna di avere comunisti senza il comunismo”.

 

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Un Commento

  1. Punti di vista diversi, pur stimando Carri. Non trovo tuttavia condivisibile l’ultima frase di Manfredini, almeno nell’immediato dopoguerra. Il termine fortuna non mi pare sia coerente con ciò che ha rappresentato il comunismo.

    (MA)

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