Chi ha paura di una maglietta rossa?

Il piccolo Aylan, si trovava a bordo di una delle due barche che il 2 settembre 2015 si capovolsero nel mar Egeo poco dopo aver lasciato la riva, probabilmente a solo 2 miglia dalla costa, dirette all’isola greca di Kos. Insieme al piccolo di tre anni, a perdere la vita, morti annegati, almeno altre 12 persone.

L’atto vandalico nei confronti di un manichino alla Casa di Carità di Cagnola raggiunge un obiettivo. Quello della visibilità sui giornali e, certo, poteva essere un motivo per non parlarne affatto.

Ma crediamo che non ci si debba ancora anestetizzare al male, al senso del becero, all'indifferenza alla pietà. Da domani questa notizia avrà ampio risalto su altri media, oltre al nostro. Ma prima ancora crediamo ci sia ampio spazio per una reazione positiva che ricorda quanto è grande il cuore della gente di montagna. Gente che è migrata, che ha accolto, che è stata respinta ma che, non senza sacrificio, ha ricacciato da sempre svastiche e orrori.

Si possono avere pensieri differenti, certo, sulla gestione del difficile tema migratorio, ma non ci si può abbandonare né al razzismo né all’idiozia.

Tra le immagini più strazianti apparse sui media negli ultimi anni c’è quella di Aylan, bambino siriano scappato dall’inferno di Kobane. Quasi sembrava dormire su una spiaggia Turca e, invece, non era riuscito a compiere il viaggio assieme alla sua famiglia e ai fratellini. Con lui morirono un altro fratellino, Galip di 5 anni, la madre Rihan di 35, e altre 10 persone. Poi c’è lo scatto di un poliziotto turco che, come un padre, lo prende tra le sue braccia e ne ricompone il corpo. Ecco, in quella seconda immagine c’è tutta la forza dell’amore. Anche in Italia, anche in montagna. (G.A.)

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Un Commento

  1. Il titolo dice tutto: chi ha paura di una maglietta rossa? Volevo fare un commento ma di fronte a tanta bassezza, a tanta pochezza, non ce la faccio proprio. Provo solo tanta tristezza di fronte ad un gesto che si commenta da solo.
    (Sergio)

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