I racconti dell’Elda 6 / Il ritorno di Nilo

Sciatori di Nilo

Questa volta vi racconto una storia che molti di voi non conoscono e altri l’hanno sempre raccontata a modo loro.

Nilo è mio fratello, ora ha 84 anni e molti acciacchi, deve fare l’insulina quattro volte al giorno, le gambe non lo reggono più, tanto che per i percorsi un po’ lunghi, lo portano in carrozzina e dulcis in fundo è diventato cieco, tanto che per “vedere” se esistevano ancora i miei ricci, ha dovuto palparmi la testa e questo mi ha molto commosso, mi sembri Polidoro, mi ha detto (Polidoro era un montone che pascolava nel nostro gregge quando eravamo piccoli), ma questa è una storia che vi racconterò un’altra volta.

Lui però è ancora molto forte di testa, ha la mente lucida e una caparbietà, che anche in queste condizioni l’ha portato a tornare dal Brasile (23 ore di aereo) accompagnato dalla moglie ottantenne e dalla figlia adottiva, Katia, che all’età di quattro anni trovarono davanti alla loro casa, divenne la loro prima figlia e vi dirò che questo fu un dono fatto a loro da Dio, solo Lui sapeva che un giorno avrebbero avuto tanto bisogno di lei. I due figli di lei sono già adulti e indipendenti e il maschio ha reso Nilo bisnonno.

Hanno fatto scalo a Parigi dove da più di cinque anni vive la loro figlia naturale (avvocato civilista) che arrivata lì per conoscere quella città se ne è innamorata e vi ha preso il domicilio, facendo corsi di lingua e cercando di parificare i suoi studi a quelli europei. Poi sempre con la sua testardaggine questo mio fratello l’ultimo rimastomi, ha voluto venire a “vedermi” e com’è sempre stato nel suo carattere ci ha portato una ventata di allegria, di racconti e di ricordi.

Spari di augurio a un matrimonio

Lui all’età di dodici anni era entrato in seminario a Marola, voleva farsi prete a tutti i costi e così è stato, anche se fra l’adolescenza e la maturità, era stato assalito da qualche dubbio che poi i superiori glieli avevano subito smorzati sul nascere. Ordinato sacerdote nel 1960 fu assegnato alla parrocchia di Baiso come cappellano in aiuto ai due preti ormai molto vecchi. Con la sua esuberanza si fece conoscere da tutti, aveva fin organizzato due pullman di comparse che aveva portato a Verona per partecipare al Colossal (Barabba), allora non esisteva la tecnologia come ora, le riprese erano molto vere, aveva reclutato anche nostro padre che si divertì molto guadagnando anche qualche mille lire.

Dopo qualche tempo gli furono assegnate le parrocchie di Succiso e Miscoso. Cercò di adattarsi a quei posti da lupi (parlo dei primi anni sessanta) dove dopo la guerra vi si era instaurato il comunismo. Erano i tempi che la chiesa lottava contro questo partito, aveva paura che la Russia prendesse piede nel nostro paese era il tempo che se non votavi DC dovevi andare a confessarti, ricordo che mio marito che è sempre stato coerente con le sue idee, ma essendo cristiano un giorno che ci trovavamo a Padova andò a confessare il suo “peccato” nella Basilica del suo santo preferito. Era il tempo della vignetta di Guareschi (Dio ti vede Stalin no), comunque a Roma avevano organizzato dei corsi per istruire questi preti e vi fu mandato anche don Nilo e mi raccontava che aveva sentito tante di quelle cose inesatte, per non dire fesserie, che tornò a Succiso comunista più che convinto. Il primo maggio fu festeggiato prima con la S. Messa in chiesa con tanto di omelia fatta da lui, poi in processione con tanto di bandiere rosse e falce e martello si sono portati tutti sulla piazza ad ascoltare il comizio.

Succiso, paese da abbondanti nevicate, perciò lui che già a Marola sciava (con gli sci che nostro padre ci costruiva), fondò uno sci club di cui lui era il presidente, il preparatore atletico e l’allenatore e vi accolse tutti i ragazzi e bambini delle sue parrocchie. I più competitivi li caricava su un vecchio Volkswagen famigliare, due davanti con lui, quattro dietro e due o tre dei più piccoli nel baule, gli sci sul portapacchi, li portava a far le gare. Aveva comprato una pezza di stoffa bluette, me la portò perché gli cucissi i pantaloni alla zuava per tutta la squadra mi fece vedere le magliette che qualche anima buona gli aveva regalato come gli sci qualche paio glieli aveva dati Memo Zanni e gli altri il cav. Torcianti, i suoi ragazzi dovevano essere vestiti tutti uguali.

Rio Branco anni 60/70

Poi questo prete comunista dava fastidio a qualcuno, fu richiamato dal vescovo e qui tornò fuori la vecchia crisi, lo mandarono a meditare al Sacro Cuore della Baragalla per qualche mese, poi chissà perché il Vescovo   pensò bene di mandarlo in Brasile nelle Missioni Reggiane. Là dopo un po’ entrò nel lebbrosario di Rio Branco e ancora adesso ricorda i tre anni passati lì come i più belli della sua vita, si trovava fra gente buona, sincera, affettuosa che soffriva senza un lamento, lì si sentiva in famiglia, ma anche allora ebbe dei dissapori coi superiori, si era accorto che non tutte le offerte che mandavano dall’Italia per il suo lebbrosario arrivavano a destinazione, ne   arrivava solo il trenta per cento. Il resto dove si era fermato? I suoi parrocchiani avevano bisogno di tutto, di lavoro per rendersi indipendenti, di medicine, coppie che si sposavano avevano bisogno di casa e tutto ciò che serviva a una nuova famiglia. La sua richiesta non fu ascoltata, anzi lo trasferirono ancora e lui mi dice che se lo avessero lasciato là ci sarebbe ancora adesso.

Aula scolastica anni '60

Poi incontrò l’Iris una professoressa impegnata nell’alfabetizzazione dello stato dell’Acre e ancora adesso che ha ottant’anni ne è la presidente, viaggia sui barconi dei fiumi per raggiungere le varie scuole aperte nella giungla, Rio Branco si trova ai limiti dell’Amazzonia il suo fiume che si chiama Branco e ha dato il nome alla città è un affluente del Rio delle Amazzoni. Fu in quel periodo che mio fratello chiese al Vescovo Monsignor Baroni di inoltrare la sua domanda a Roma dove chiedeva la laicizzazione per potersi sposare. Il Vescovo gliela rifiutava, è stato allora che io ho cominciato a conoscere questi prelati, mi recai in vescovado da Lui che mi ricevette subito e coraggiosamente gli dissi tutto quello che dovevo dire e anche quello che non dovevo, “caspita era la terza volta che andava in crisi, pensavano di farlo crepare, per avere un numero in più?”  Avevo davanti a me anche una parte del clero che mi guardava scandalizzata. Così mio fratello in poco tempo ottenne il permesso di sposarsi. (Dopo qualche mese, monsignor Baroni andava alla Pietra, sentii suonare il campanello e me lo trovai davanti, per un attimo restai sbalordita, lo feci entrare parlammo con calma, così ci riappacificammo scusandoci a vicenda, io per la mia irruenza e lui per la sua testardaggine).

Torniamo a mio fratello, dopo sposato sua moglie fu eletta “Senatrice e Secretaria de Eduçaò e Cultura, Presidente do Consehlo  Estadual de Eduçào del Brasile” per otto mandati. Così per parecchio tempo praticamente doveva stare nella capitale a “Brasilia”. Lui diventò un bravo professore universitario all’ “Universidade Federal do Acre – Ufac – che si è impegnato molto nel suo lavoro ed è riuscito a fare aprire in quell’università il corso di Teologia che mancava. In Brasile servono molti diaconi, perché di preti ce ne sono pochi, come del resto ormai anche qui. Una volta andato in pensione ha continuato ad insegnare nel seminario di Rio Branco fino a due anni fa e ha sempre collaborato con la Chiesa. Anche se sposato con figli mi ha confessato che lui si sente sempre sacerdote, pastore di anime.

Quando è ripartito, anche se il nostro cuore soffriva, ci siamo salutati abbracciandoci e cantando, lui con la sua bella voce tenorile sosteneva la mia che non è mai stata molto intonata “Doverci abbandonare volerci tanto bene queste son le catene che c’incatena il cuor”. Questo è mio fratello Nilo, questi sono i figli rimasti (ed Bastun dala Preda.)

Elda Zannini

Nilo con un caro amico ammalato

 

Ci scrive Elda:

Gentilissima redazione di Redacon,

mi sento in dovere di ringraziare Gabriele Arlotti e tutto lo staff, che hanno sempre accolto i miei racconti pubblicandoli col suo contenuto originale, non è mai stata spostata una virgola e tantomeno “offuscato” qualche argomento un po’ particolare. Una volta le vecchiette si sedevano sui gradini davanti casa, per raccontare le loro storie, ora nel secolo della tecnologia, spero di tramandare ai posteri il mio passato in questo modo. Questi sono solo riassunti dei racconti che raccoglierò nel il mio quinto libro. “Si camp asé da pudel far!” 

ma Redacon è solo felice di poter pubblicare i racconti di Elda e aspetta con impazienza il prossimo (racconto e/o libro)

 

 

 

 

 

 

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4 Commenti

  1. Complimenti signora Elda, i suoi racconti sono sempre da leggere “tutto d’un fiato”. Ormai aspettiamo con impazienza i suoi bellissimi racconti.

    Paola Bizzarri

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  2. Gentile signora Elda, innanzi tutto complimenti per i suoi racconti che sono sempre emozionanti e mi portano spesso a pensare, anche con un po’ di struggimento, al tempo che fu.
    Mi permetta pero’, di fare alcune considerazioni rispetto ad alcuni passi dello scritto, riguardante la vita del suo amato fratello.
    Viene definito (nella prima parte) come un prete comunista convinto: gia’ qui andiamo “fuori controllo” perche’, comunque la si voglia pensare, essere preti ed essere comunisti e’ un antitesi. A meno che non ci si voglia autogestire, secondo canoni creati a proprio uso e consumo.
    Per cui non vedo tutta questa meraviglia per i tentativi fatti, a suo tempo, dalle tanto vituperate autorita’ ecclesiastiche, per una condotta piu’ consona al prorio stato.
    Con la visita che le ha fatto a domicilio, il vescovo Baroni ha riconosciuto i propri errori, ma di ammissione di errori di Nilo, non c’e’ traccia nel racconto e, secondo me, qualcuno e’ stato fatto.
    Fatte queste osservazioni, mi corre l’obbligo di sottolineare anche i grandi meriti di suo fratello che, comunque, ha speso la propria vita a sostegno dei deboli.
    Lo ha fatto pero’ a modo, suo fuori dagli schemi, mentre la Chiesa Cattolica, in quanto tale, riconosce il primato di autorita’ del vescovo di Roma e, a discendere, dei cardinali, dei vescovi etc. etc.
    Essere prete significa soprattutto questo: servizio e obbedienza: suo fratello, non me ne voglia, e’ stato un prete a meta’.

    Cordialita’

    Ivano Pioppi

    Rispondi
  3. Gentilissimo signor Pioppi, la ringrazio perché segue i miei racconti, forse non mi sono spiegata bene, ma mio fratello da molti anni non è più un sacerdote avendo chiesto la laicizzazione, certo che di errori ne avrà fatti e ne farà ancora come del resto tutti noi, io però preferisco ricordare le cose belle, anche se fuori dalle regole.

    Elda Zannini

    Rispondi
  4. Io sarei indotto a guardare con favore il “percorso” di Nilo, vuoi per il suo meritorio ed encomiabile operato, vuoi perché sono arrivato a pensare – pur conscio della grande delicatezza del tema – che il permettere la via del Sacerdozio agli uomini sposati potrebbe supplire in qualche modo alla crisi delle vocazioni, e, dipoi, una scelta fatta in età adulta, o più matura, potrebbe essere più consapevole e ridurre così l’eventualità di ripensamenti (e, pertanto, la scelta diverrebbe sostanzialmente definitiva).

    Penso tuttavia, e per converso, che una Organizzazione, civile o religiosa che sia, debba far rispettare le proprie regole, prassi e direttive, se del caso anche con inflessibile rigidità, pena il rischio di indebolirsi o “sfaldarsi”, e altrettanto vale per chi entra a farne parte, nel senso che deve a sua volta accettarle e farle proprie, o cercare semmai di farle cambiare se ha buone ragioni da spendere, ma nel frattempo dovrebbe sentirsi tenuto a non disattenderle.

    Quanto poi alla militanza politica, io non conosco se e come la stessa sia oggi disciplinata nel diritto canonico-ecclesiastico, ma se non ricordo male, all’incirca tre decenni orsono, credo fosse il 1985, venne “sospeso a divinis” un sacerdote che si era candidato nelle fila del partito socialista, e un po’ tutti rammentiamo i gradevoli e molto popolari filmati, tratti da altrettanti racconti, che contrapponevano un Parroco al locale Sindaco di sinistra, in quel della nostra Bassa .

    Per dire del dualismo “ideologico” allora vigente, spesso più forte dei sentimenti di reciproca stima e simpatia che potevano intercorrere tra esponenti delle parti in causa, un dualismo che si è attirato molte critiche, perché ingessava il “sistema” e lasciava poco spazio agli individualismi, ma aveva anche il pregio, nel gioco delle parti, ossia nell’alternarsi del confronto-sconto, di esercitare una sorta di controllo sociale, e di contenere e moderare i personalismi (allorché ce ne fosse bisogno).

    P.B. 15.10.2018

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