Le ingiustizie sono ferite che non si rimarginano mai, neppure se sono passati 60 anni

Le ingiustizie sono ferite che non si rimarginano mai, neppure se sono passati 60 anni.
Mi viene in mente leggendo la discriminazione che ha fatto la sindaca di Lodi con i bambini, facendo mangiare i bambini stranieri divisi dagli italiani. I bambini sono bambini. Punto.
Quando io facevo le elementari, al mio paese, e allora degli stranieri non ce n'erano, ci conoscevamo tutti da sempre eppure anche alcuni di noi hanno subito discriminazioni.
In quel periodo a scuola non si poteva fare merenda, non era permesso portare nulla da casa, anche se non avevamo granché da portare.
Però il Comune aveva istituito una forma di assistenza per i ragazzi, la cui famiglia era iscritta nell'elenco dei poveri. Sì c'era questo elenco, ma non tutti quelli che erano poveri si iscrivevano, per dignità, per vergogna, per conservare un minimo di onore anche.
Poi chi aveva un campo, anche se non produceva ricchezza non era considerato povero.
Io ero tra quelli.
Avevamo due mucche, che facevano poco latte, perché non potevamo comprare la farina che avrebbe incrementato la produzione, mio padre faceva il muratore, ma siccome nessuno aveva soldi riusciva a malapena a sfamarci, mia madre cuciva. Insomma eravamo poveri ma non nell'elenco dei poveri.
Il Comune o forse lo Stato, non so esattamente, una volta alla settimana offriva ai ragazzi poveri una merenda.
Arrivava a scuola Fernando con panini appena sfornati, francesi, farciti con una fetta di mortadella che usciva dal bordo di questi panini fragranti. Il profumo era inebriante e a noi ragazzi di dieci anni, affamati, che non avevamo mai potuto comprarci né il pane al forno (quasi tutti lo cuocevano in casa) e neppure la mortadella (eravamo abituati a delle frittatine o formaggio) faceva venire una fame così potente da far venire le lacrime agli occhi.
È qui che si compiva l'ingiustizia, quasi una violenza verso i bambini.
I panini erano contati e li davano solo a chi era nell'elenco.
A volte se si sbagliavano e ce n'era uno in più, veniva sorteggiato.
A me non è mai capitato.
Non so che sapore avesse il panino francese con la mortadella.
Doveva essere squisito.
Il problema era che noi, ragazzi cosiddetti ricchi, non potevamo mangiare, non avevamo nulla, non era permesso portare nulla da casa, neppure una mela.
Questa ingiustizia dei grandi verso noi bambini era vissuta, e ancora è ricordata, dopo mezzo secolo, come aberrante.
Sentire che succede adesso nel 2018, una ingiustizia così nelle scuole mi indigna profondamente.
I bambini che sono trattati in questo modo dalle istituzioni, che dovrebbero tutelarli, se lo ricorderanno per sempre.
La costituzione dice che nessuno deve essere discriminato per religione, sesso e razza.
I bambini sono bambini.
Mi prende una tristezza leggere di questi comportamenti inumani!
Rivivo con lo stesso dolore di allora e senso di pena e di profonda ingiustizia l'arrivo del cesto di pane e mortadella.
Qualcuno mangiava, altri guardavano affamati.
Esclusi.

(Elena Paola Gazzotti)

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16 Commenti

  1. Cara Elena Paola,
    io non ho provato personalmente queste esperienze perché ho 46 anni, tuttavia ho sentito queste vicende dai miei genitori e dai parenti. Sono esperienze commoventi che dovrebbero cancellare qualsiasi nostalgia discriminatoria, soprattutto verso i bambini. Solo un popolo ignorante non comprende queste cose. Voglio sperare che nel nostro paese esista ancora un po’ di umanità e di intelligenza.
    Grazie per il tuo articolo e spero siano in tanti a leggerlo e a riflettere.
    Con stima.
    Massimo Romei

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    • Carissimo Massimo Romei, ti ringrazio molto delle tue parole e di aver letto il mio ricordo. Onorata della tua stima. Questo è un momento molto buio secondo me. Invece di predicare la tolleranza e la fraternità dei popoli e delle genti si stanno innalzando muri e divisioni. Quelli che ora sono bambini se li discriminiamo in ragione di differenze che non dovrebbero esistere ci ripagheranno con rabbia per le ingiustizie subite.
      Grazie ancora
      con simpatia

      Elena Paola Gazzotti

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      • A forza di predicare tolleranza e fraternità le città italiane si sono trasformate in posti insicuri, degradati, con troppa criminalità proveniente dall’estero; basta seguire la cronaca quotidiana anche solo della provincia di Reggio, momenti molto bui li stanno vivendo i tanti italiani che subiscono violenze, rapine, stupri da parte di troppi delinquenti fatti entrare in Italia senza controllo nel nome della fraternità e del guadagno delle cooperative

        Fernando

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  2. Ma perché l’ideologia porta a stravolgere i fatti? I trecento bambini non mangiano alla mensa scolastica perché i genitori, immigrati non pagano la retta come fanno i genitori italiani o extracomunitari onesti. E le famiglie povere hanno diritto alla mensa gratis, siano italiane o straniere, senza discriminazione.
    Le trecento famiglie che non vogliono pagare non sono povere, si sono rifiutate di portare i certificati ISEE che la signora Gazzotti dovrebbe sapere cosa sono. E non li portano perché hanno proprietà e redditi che non li classificano come poveri. Sono semplicemente dei furbi che si approfittano del buonismo imperante e delle brave signore come lei che sanno dire solo “poverini”, quando quelli non se lo meritano. E per loro pagano operai, agricoltori e impiegati italiani e stranieri, onesti, che fanno già fatica a mantenere dignitosamente i loro bambini, con gli stipendi e i redditi più bassi d’europa e le tasse più alte (viva la globalizzazione). E stia ben tranquilla che la “mortadella” della sua memoria infantile non c’entra nulla. Anzi forse la sputerebbero subito, poiché la maggior parte è musulmana.
    Saluti e meno “pietismo” con i denari degli altri.

    Alessandro Davoli Candidato sindaco Lega, Castelnovo Monti, elezioni 2019

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    • È notizia di oggi che sono stati raccolti 90mila euro per queste famiglie, per quanti bambini italiani c’è questa pietà? Ritengo che questa sinistra radical chic sta discriminando gli italiani.

      Cristian

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    • Sig. Davoli, lei dice: “Le trecento famiglie che non vogliono pagare non sono povere, si sono rifiutate di portare i certificati ISEE”, ma forse non sa che non si tratta di semplici certificati ISEE, ma di certificati che vanno richiesti al paese d’origine e questo è molto complicato. Recarsi in un paese di un altro continente per ottenere questi documenti è molto più costoso che pagare la mensa per intero, quindi potrebbe essere per questo che alcuni si sono rifiutati di portarli. Lei che dice?
      Aggiungo che esistono forze predisposte ad individuare coloro che nascondono patrimoni ed evadono tasse e che quindi non c’è necessità di inserire nuovi ordinamenti che hanno ricadute sui figli di questi “furbetti” (come li definisce lei).
      Saluti e un po’ più di informazioni corrette sui fatti.

      Andrea

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      • Andrea: “un po’ più d’informazioni corrette sui fatti” … sono d’accordo con lei, si informi meglio! I documenti richiesti sono equivalenti a quelli richiesti agli italiani, ovvero certificare redditi e proprietà, per avere diritto alle esenzioni o alla riduzione del costo della mensa, del trasporto scolastico ecc. Come dice il sindaco di Lodi, poiché gli italiani sono controllati sul reddito e sui beni posseduti, anche i cittadini di altri Paesi, che vogliono avere delle agevolazioni, a carico del comune, (e quindi dei cittadini italiani e stranieri che pagano le tasse) devono produrre documenti adeguati. Documenti che si possono ottenere dalle ambasciate o dai vari consolati sparsi sul territorio italiano. La informo che a Milano, quindi vicino a Lodi, ne esistono per moltissimi paesi africani e arabi … Si informi, Andrea, si informi.
        Un saluto ai cittadini italiani, spesso discriminati dai buonisti, a favore degli stranieri.

        Alessandro Davoli

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        • Documenti che per molte ambasciate è impossibile produrre. Quindi non basta andare in ambasciata a Milano.

          Andrea

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          • Quindi invece di 2 euro per la mensa, fascia di prezzo agevolata, si pagano 5 euro. Le ricordo, o la informo se non lo sa, che per poter risiedere in Italia è obbligatorio tra i requisiti richiesti, avere un reddito minimo: Per il 2017, l’importo dell’assegno sociale, e di conseguenza l’importo di reddito minimo da dimostrare, è pari a 5.824,91 euro. Questa soglia consente l’ingresso in Italia per la persona che fa richiesta. In caso di richiesta congiunta con altri familiari gli importi diventano i seguenti: Richiedente + 1 familiare: 8737,36 euro. Richiedente + 2 familiari: 11649,82 euro. Richiedente + 3 familiari: 14562,27 euro Richiedente + 4 familiari: 17474,73 euro Richiedente + 2 figli (o piu) sotto i 14 anni: 11649,82 euro. Richiedente +1 familiare + 2 o più figli che hanno meno di 14 anni: 14562,27 euro …
            La mensa per un bambino costa poco più di 100 euro circa a mese se a prezzo pieno, fascia alta, 44 circa se di fascia agevolata. La differenza è di 56 euro circa al mese. Gli extracomunitari regolari devono spendere quindi 56 euro in più al mese. (Per i richiedenti asilo paga la Prefettura o i servizi sociali!). Quindi gli extracomunitari regolari non possono o non vogliono pagare perché sono “furbetti” e hanno capito che in Italia se alzi la voce e sei sostenuto dai buonisti di sinistra, dalle signore che dicono : “poverini” il tuo conto lo pagano gli altri? Gradirei una risposta sensata e non slogan da tifosi del PD. Grazie.

            Alessandro Davoli

        • Le rispondo qui perché non è presente il tasto rispondi al suo ultimo messaggio.
          Mi dispiace che ritenga le mie risposte slogan dl PD, anche perché non ho utilizzato slogan ma solo alcuni dati di fatto. Inoltre è giusto quello che lei ha scritto sui redditi per ottenere la carta di soggiorno e con molta probabilità, essendo famiglie residenti in Italia, avranno ottenuto la carta di soggiorno, sbaglio? Inoltre lei dice ” Gli extracomunitari regolari devono spendere quindi 56 euro in più al mese. “, ma adesso mi spieghi perché devono pagare di più se sono in regola, esattamente come altri cittadini italiani poveri, ma essendo immigrati devono produrre documenti non ottenibili! Aggiungo, per non usare slogan ma sentenze e leggi, che:

          la sentenza del Tribunale di Pavia, Sez. I civ., 13 settembre 2017, n. 288/2017, afferma che, ai sensi dell’art. 49 della l. n. 289 del 2002 (concernente la dichiarazione dei redditi ai fini pensionistici) è possibile autocertificare i redditi prodotti nella grande maggioranza dei Paesi stranieri (tutti quelli non contenuti nell’elenco di cui al d.m. del 12 maggio 2003). Si aggiunge, peraltro, che, in caso di “impossibilità […] di ottenere la certificazione richiesta”, si ha comunque diritto a presentare l’autocertificazione (a onor del vero, anche il regolamento comunale di Lodi presenta tale clausola di “chiusura”, in senso garantistico per gli stranieri).

          Più aderente ai temi specifici qui in esame è la sentenza del Tribunale di Brescia, Sez. lav., 4 febbraio 2016, n. 167/2016. In tale pronuncia, dopo aver dato conto dell’art. 2, comma 5, del d. lgs. n. 286 del 1998, nonché dell’art. 11 della citata Dir. n. 2003/109/CE, il Tribunale afferma che l’art. 3 del d.P.R. n. 445 del 2000 non trova applicazione “nella parte in cui subordina la possibilità per i soli cittadini di stati non appartenenti all’Unione europea di utilizzare le dichiarazioni sostitutive di cui agli artt.li 46 e 47 limitatamente a stati e fatti certificabili o attestabili da parte di soggetti pubblici italiani a differenza dei cittadini italiani e dell’Unione Europea”.

          Il Giudice ha specificato che tale conclusione è avvalorata dal fatto che il d.P.C.M. n. 159 del 2013, ai fini dell’applicazione dell’ISEE, “non prevede alcuna distinzione di trattamento tra cittadini italiani e stranieri sotto tale profilo, consentendo a tutti indistintamente la possibilità di effettuare l’autocertificazione mediante la dichiarazione sostitutiva unica della propria condizione reddituale e patrimoniale anche con riferimento a redditi e patrimoni esteri”.

          Ancor più chiare sono le sentenze del Tribunale di Milano, Sez. lav., 9 ottobre 2017, n. 2385/2017, nonché della Corte d’appello di Brescia, Sez. lav., 13 dicembre 2016, n. 204/2016. In quelle sentenze si afferma che, sulla base della menzionata disciplina di settore, “ai limitati e specifici fini di utilizzo dell’ISEE” è “consentita l’autocertificazione anche con riferimento alla proprietà e ai redditi situati all’estero”, in ragione di un regime derogatorio rispetto alla normativa di diritto “comune” di cui all’art. 3 del d.P.R. n. 445 del 2000.

          In conclusione, vedremo come evolveranno i fatti. Saluti

          Andrea

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  3. D’accordo che non si deve discriminare nessuno, sacrosanto. L’episodio comunque deve essere analizzato seguendo i parametri giusti. Per lavoro vivo e ho vissuto gran parte della mia vita nei campi approntati per dare alloggio e cibo ai lavoratori che eseguono progetti nei luoghi più remoti del pianeta. Non è per discriminazione ma anche da noi si fa la divisione dei commensali. In Australia, dove ho vissuto per quasi 4 anni, visto che la cucina locale prevede il costante uso della carne suina, viene chiesto dagli stessi lavoratori di fede islamica la separazione dei refertori. Siamo sicuri che non sia la stessa cosa nelle scuole? A me sembra una soluzione equa e giusta che ognuno per il rispetto reciproco si alimenti come vuole (a me gli odori della cucina indiana ad esempio danno molto fastidio). Possiamo obbligare un bambino emiliano a mangiare kuskus al posto dei cappelletti per non offendere l’amico marocchino e viceversa? Siamo sicuri che non sia una richiesta dei genitori? Poco tempo fa i migranti irregolari del Pakistan hanno manifestato e non accettato il cibo (fornito gratuitamente) proposto. Questo a Reggio Emilia e non perchè fosse contaminato da carni suine, semplicemente perchè hanno preteso il loro cibo tradizionale. Come la chiamiamo questa? Discriminazione verso chi ti ospita e ti assiste in tutto? Se vado a Ryad e mi offrono cammello, mi arrabbio e dico che voglio subito prosciutto e melone?

    Giovanni Onfiani

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  4. Il caro mensa fa riflettere. Non per niente sorgono diversi comitati di genitori in tutta Italia per ribadire la libertà di potersi portare anche il pasto da casa.
    Questo anche per evitare i sempre più frequenti casi d’intossicazione, intolleranza o incompatibilità ai pasti serviti nelle mense scolastiche.
    Sarebbe dunque sufficiente che a scuola fosse servito un primo caldo, come una minestra di verdure o una pastasciutta; tutto il resto (frutta, polpette, formaggi, salumi, bistecche, uova sode, frittatina di zia, couscous o pollo arrosto) lo si può portare da casa e al massimo intiepidire in un fornetto, organizzandosi per tempo.
    Si risparmierebbe tanto denaro, non ci sarebbe più nessuno che sta a guardare chi mangia e chi non mangia e ci sarebbe la stessa differenza che da sempre esiste tra ogni individuo: per come ti vesti, per la squadra che tifi, per come ti pettini o per quello che pensi. La vita non è un collegio Pascoli. Se poi chi ha un pezzo di torta in più lo vuole dividere con il compagno di banco, credo sia scontato, si fa anche con la merenda. Ai miei tempi c’ era chi si portava un pezzo di pizza e chi una brioche da quattro soldi, siamo tutti sopravvissuti, perchè da che mondo è mondo in classe, come nella vita, e come in una famiglia, ci sono sempre quelli che mangiano più degli altri. Negare questo è un’ ipocrisia. Non è che mangiando tutti uguale si è tutti uguali. È quello di cui si nutrono il cuore e la mente che ci rendono simili.

    Maria

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  5. Bell’articolo che fa rivivere le situazioni di una volta, per il resto assolutamente inopportuno il paragone con la situazione attuale di Lodi, pienamente d’accordo con il sig. Davoli; basta parlare addirittura di disumanità, qua si tratta di porre fine ad un atteggiamento buonista che concede tutto agli stranieri che approfittano della situazione e ben poco ai poveri italiani

    Fernando

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  6. Sig. Davoli
    Io non ho usato pietismo e non volevo certo che mangiassero un panino alla mortadella se sono musulmani,
    Credo che esista in Italia ancora la libertà di professare la religione che si desidera.
    Io ho solo raccontato un episodio della mia infanzia che mi ha ferito.
    Penso che questi bambini siano altrettanto feriti da questa situazione che il sindaco leghista (donna tra l’altro) ha creato.
    Gli altri anni non succedeva e frequentavano la stessa scuola e pagavano regolarmente pulmino e mensa.
    Quest’anno hanno aumentato la retta e hanno richiesto documenti burocratici dal paese di origine molto difficili da reperire.
    Alcune famiglie che hanno due o tre figli,non possono sostenere la spesa.
    Non credo che un comune non possa intervenire per trovare una soluzione senza per questo ghettizzare dei bambini.
    Quanto all’Isee si so cosa è anche se sono una semplice cittadina.
    In quanto ai soldi degli altri, non ho sentito una difesa cosi accesa quando il partito della Lega ha intascato 49 milioni pubblici.
    Forse dare un piatto di pasta a dei bambini costava meno anche per un comune.
    Cordialità

    Elena Paola Gazzotti

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  7. Mi sembra che il voler essere buoni a tutti i costi e sperando poi che siano gli altri a prodigarsi e dare del proprio si arriva a evidenziare delle analogie che non sono logiche e attinenti al caso. Nessuno dei buonisti pensa che ci saranno bambini italiani a Lodi che non si fermano a mangiare in mensa perchè la famiglia pensa di poter o dover risparmiare? Il consumo del pasto a scuola non è nè un diritto nè un dovere, è semplicemente un servizio che viene offerto a fronte di un compenso. Non è qualcosa offerto in modo gratuito e tantomeno è un pasto per sfamare i bambini. Pure io nei pomeriggi di rientro a scuola non potevo permettermi di pagare un pasto fuori: capivo i sacrifici che la mia famiglia doveva fare e perciò mi portavo un panino da casa. Di ciò mi sento orgoglioso. So che molti non condivideranno ma credo sia bene che già da bambini comincino a distinguere e capire ciò che è possibile fare e ciò che non è possibile: è così che si costruisce la dignità della persona ed è così che si rispetta l’altro. Ciò si fa evitando di mettere l’altro nella difficoltà di dover fare appello alla coscienza e permettendogli di usare doverosamente la razionalità per essere oggettivo nei giudizi. Questa per me è uguaglianza, cosa ben diversa dallo sfruttamento che molti non vogliono vedere e non vogliono ammettere.

    Anis

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  8. E’ ingiusto anche che i bambini italiani con intolleranze alimentari importanti vedano mangiare gli altri ogni ben di Dio ma loro possano soltanto assistere e sentire i commenti di gusto degli altri. Eppure la mensa la si paga per intero, oltre al portare gli alimenti idonei al proprio figlio poiché il servizio mensa non provvede all’acquisto. Quindi si potrebbe dire oltre al danno anche la beffa. Oppure si sia costretti a non lasciarli in mensa poiché il pasto per loro non viene preparato in modo accurato, conseguenza tutti i problemi del caso che può comportare a una famiglia che lavora. Non credo signora Gazzotti che questi bambini non soffrano e non abbiamo ferite. Ma le famiglie e i bambini hanno la dignità di non farne cause di stato, accettare e andare avanti. Le ingiustizie sui bambini non dovrebbero mai accadere, ma non capisco perché ci si stupisca e si faccia menzione dei casi come quello posto dalla signora e non ci si ponga mai il problema di casi come quello che ho citato. La salute di un bambino e’ un diritto, e si paga e si ripaga. Saluti.

    Daniela

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