Brùnsa, parlèta, lavèš, accompagnano l’uomo fin dai primi passi.

Appena l’uomo imparò a cuocere la carne e altri cibi si servì della teglia, la tègia. In pratica era solo una sottile lastra di pietra riscaldata sul fuoco su cui si appoggiava la carne. Noi le chiamiamo ancora piàgne, e sono le lastre usate fino al secolo scorso per coprire case e stalle. Dalle piagne si passò poi alle tègulæ (dal verbo latino tègere = coprire, proteggere), molto più leggere e maneggevoli perché prodotte nelle fornaci con impasto di argilla. Sagomando con cura quell’impasto si arrivò a qualcosa di ancora più utile e artistico, producendo oggetti chiamati ugualmente tègulæ (tègia in dialetto), ma a forma di vaso, non più di lastra.

Il prodotto fu ulteriormente elaborato e raffinato fino a dargli la forma di oggetti o animali, con decorazioni . Nacquero i vasa pineàta, quei vasi che, uniti al coperchio, prendevano la forma di pigna. Noi le chiamiamo pignatte. Siccome venivano posizionate in basso, sul treppiede sopra le braci, occorreva vigilare:                                                        Un ò-c a la pignàta / e ûn a la gàta.Ci fu anche chi imparò a lavorare la pietra e farne dei vasi, e chi utilizzò la polvere di quei sassi per farne un impasto e poi cuocerlo, come si faceva con la terracotta. Il prodotto fu denominato (vas) lapìdeum (vaso di pietra). Lo stesso nome fu dato ad un prodotto di bronzo, e, ancora quando io ero ragazzo, il Lavèš era una pentola di bronzo con manico mobile per appenderlo alla catena e tre piedini per poterlo anche appoggiare sulla brace. In seguito il termine si corruppe fino a diventare lavìdjum durante il medioevo, lavèš nel nostro dialetto. 

Anche la Brúnša (pentola), risale all’epoca del bronzo, come dice il nome. Se è di piccole dimensioni si chiama Brunšîn o Brunšîna. La brúnša ha continuato a chiamarsi così anche quando, per costruirla, furono utilizzati il rame, l’alluminio, il metallo smaltato o l’acciaio. La parola bronzo pare che derivi dal persiano byring, passato in greco con bròntē, ove sopravvive il richiamo al temporale e al tuono (nelle rappresentazioni teatrali i greci percuotevano un vaso di bronzo per simulare il tuono).

Nel tardo latino il termine diventa brùndjum. In oriente era di bronzo anche un vassoio che, a volte, veniva utilizzato come gong. A questo proposito ricordo una rešdûra che abitava poco lontano da casa mia e si serviva di un vomere rotto (gmêra) appeso ad un chiodo. Percuotendolo avvisava marito e figli di rientrare dai campi perché il pranzo era pronto.

Una variante della brùnša è la parlèta, di rame, tipica per la cottura della polenta. Il nome è il diminutivo di paiòlo (in dialetto paröl), quindi, al femminile, par(u)lèta = parlèta).

                                         Ad pulênta benedèta / a gh’è piêna la parlèta.

                                         La parlèta l’ê d’ ramûn, / la s’ pulìsa cûn al sabiûn,

                                         cûn al sabiûn ad cul pu’ gròs, / pu’ la s’ lâva in rîva al fòs.

(Di polenta benedetta è piena la pentola. La pentola è di rame spesso e si lava con sabbia, con sabbia di quella grossa, poi si sciacqua lungo il fosso).

 Il termine pentola in dialetto non trova spazio, sostituita da brúnša o parlèta. Molti studiosi dicono che deriva dal latino picta = dipinta, verniciata (come si fa per i vasi di terracotta per renderli impermeabili). Altri pensano che derivi da (olla) pèndula pensando ad una pignatta appesa mediante un manico di metallo (e come suono pèndula assomiglia di più a pentola).

Più recente è la padèla (padella) usata un tempo per friggere la chersênta, i tortelli di castagna a Natale, e altre fritture particolari. Oggi ha un numero incontrollato di forme e utilizzi. È piatta, dal bordo basso, con un manico unico. Quella per cuocere lo gnocco ha il manico ad arco, fisso, per poterla appendere alla catena del focolare. Il suo nome deriva dal verbo latino patère = essere largo, aperto, sostantivato in patêra, che, al diminutivo, diventa patèlla.

Prima di concludere permettete una breve divagazione sul termine Calsêder, poco diffuso nel reggiano, di più nel bolognese, in Romagna, in Lombardia (calcidròlo) e nel veneto (calcidrèl). È di origine greco-bizantina, per questo lo si trova a est dell’Emilia-Romagna, nell’ex esarcato di Ravenna. Alla lettera significa: vaso di rame per l’acqua (Kàlkos ydōr), e si riferisce prevalentemente a quei secchi particolari appesi alla catena del pozzo per attingere l’acqua.  Sono quasi sempre di rame o zinco, ma a volte anche di legno, come ci insegna la storia della secchia rapita.

 

 

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