“A 14 anni si può imparare a tagliare l’erba”. Anche in parrocchia

Quale valore hanno le parrocchie per i giovani nella società moderna. E' uno dei temi citati nell'editoriale di don Pietro Romagnani, parroco di Felina, nell'ultimo numero del "Bollettino della comunità" della zona pastorale di Felina, Gatta, Gombio, Villaberza e San Giovanni.

"Carissimi, - inizia la lettera del parroco - mi ha dato l’ispirazione a scrivere in questo numero una discussione creata su un noto social network riguardante l’uso del campetto parrocchiale. Ciò mi ha fatto interrogare su cosa i parrocchiani pensano sia la parrocchia, e su ciò che debba fare il parroco. Mi pare che da alcuni la parrocchia sia vista come il “giocatorio”, ed il parroco come colui che deve fare sì che i luoghi per giocare (campetti, sale, campo sportivo) siano in ordine, privi di pericoli ed agibili gratuitamente. Una sorta di società sportiva, che non si sa dove debba prendere i fondi o usare fondi destinati ad altre cose, per l’uso di alcuni (i ragazzi che giocano)".

"Ci può poi stare anche una partita a calcio - scrive il don -  che aiuti a comprendere regole, educazione, modi di comportamento, e per fare questo è necessario che anche in quelle occasioni ci siano adulti che aiutino a realizzare comportamenti corretti. Altrimenti si può cadere in prevaricazioni e bullismo, come in più occasioni mi è capitato di vedere. Ragazzini che, appena arrivano, pretendono di giocare scacciando i più piccoli o, in altre occasioni, li schiavizzano - per esempio - mandandoli a prendere il pallone quando esce dal campo, facendogli così attraversare anche la strada".

Alle volte cosa accade, nei luoghi parrocchiali?
"Mancando questa tutela, degli adulti, quello che i genitori pensano sia un luogo salutare 'lontano dal bar' può divenire anche peggio... almeno al bar c'è il barista che li richiama, mentre al campetto non c'è nessuno (ogni tanto il prete che va e viene tra una celebrazione ed una visita). Ma ancora, spesso (non so instillata da chi) trovo nei ragazzi la pretesa di poter giocare senza che loro debbano occuparsi di nulla. In altre parole pensano che “gli sia dovuto”. Nulla di più estraneo allo spirito parrocchiale, ma ancora di più, nulla di più estraneo ad uno spirito “sociale”. Il vivere in società esige che ognuno faccia la sua parte, e che si prenda cura del bene comune (la compianta professoressa Olmi, sempre richiamava i ragazzi sui loro doveri). Ma ancora di più nell'essere parrocchia dove ognuno coopera perché ogni cosa sia fatta bene".

Di seguito le citazioni di alcuni episodi singolari.

"Mi è capitato - scrive don Pietro - di essere stato offeso da un ragazzo avendogli fatto notare che mancavano i requisiti minimi di sicurezza perché il campo potesse essere usato. Un altro, tempo prima, alla richiesta di tagliare l’erba che era lunga, mi rispose che lui era venuto per giocare. Ed infine, facendo notare queste cose ad un genitore, ottenni come risposta che suo figlio non sapeva tagliare l’erba. E questo a 14 anni (che fosse forse ora di imparare?)".

Qual è, quindi, il ruolo della parrocchia?
"La parrocchia esiste per annunciare Gesù Cristo, aiutare a crescere nella conoscenza e nell'amore verso di Lui, a vivere una vita di fede autentica. A celebrare in modo sincero i sacramenti. E tutto questo ovviamente non è compito solo del parroco, ma di ogni battezzato/cresimato, che ha scelto liberamente di riconoscere Cristo come Signore, di amarlo, di onorarlo, di annunciarlo. Come dicevo ci sta anche il campetto, ma come accessorio. La parrocchia lo mette a disposizione se ci sono persone (laici, genitori) che si occupano della vigilanza (in modo che possa essere un uso educativo) e della manutenzione delle strutture (perché anche queste non debbano cadere sulle spalle del parroco)".

 

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4 Commenti

  1. Mi congratulo con don Pietro, complimenti. Immagino che qualcuno avrà anche il coraggio di criticarla, ma non stia a preoccuparsi, Lei ha fatto una cosa giustissima e che tanti parroci dovrebbero fare: ha messo in evidenza un problema, anche se piccolo, della nostra Società. In questa società tutto è dovuto e a fare devono essere sempre gli altri. Compito di Don Pietro, come di tutti i parroci, è diffondere i Sacramenti, e già questo è un compito gravoso, e non di occuparsi di un campetto da gioco o dei locali che la parrocchia mette a disposizione dei ragazzi. Ad occuparsi di questo, e a ringraziare di ciò che hanno, devono essere i ragazzi e i loro genitori. Il sottoscritto ha 70 anni e ai miei tempi mi veniva insegnato in primis dai genitori, con le parole, con l’esempio o con modi più convincenti, come ci si doveva comportare. Ora le cose sono cambiate, alcune in meglio e altre in peggio, ma ribadisco: tanti, compresi tanti genitori, pensano che a tenere in ordine il campetto e ad insegnare un comportamento corretto ai loro ragazzi debbano essere gli altri; lo stesso vale per chi deve fare le pulizia o la manutenzione: sempre gli altri. Auguri finché dura.

    Franzini Lino

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  2. Ha ragione. I giovani, ma anche tanti adulti, mancano di rispetto e senso civico. Solo che gli adulti non li cambi, mentre i ragazzi possono crescere meglio. Genitori, riflettete e decidete che figli volete crescere. Io da ragazzino ho tagliato l’erba e sono ancora vivo.

    Cristian

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  3. Leggendo queste riflessioni sul ruolo della Parrocchia, e sul comportamento dei parrocchiani, mi sono tornati alla mente i tempi in cui le Canoniche erano punti di riferimento molto presenti nelle vita di una collettività, specie per le fasce giovanili che vi trovavano un luogo dove poter avere momenti di svago ma anche chi ti seguiva ed educava, aiutandoti a crescere e a divenire adulto (aspetto importante specie per quelle famiglie molto impegnate sul lavoro per necessità, ossia per “riuscire a campare”).

    Allora anche in città si poteva giocare senza grandi pericoli nelle strade e nelle tante piazzette, ma la Canonica funzionava in ogni caso quale punto di aggregazione perché c’era comunque un adulto cui poterti appoggiare, configurabile come una guida, e proprio a questo riguardo non ho mai dimenticato la sorella del Parroco dell’epoca, una figura che ricordo dolce e disponibile, ma capace di essere alla bisogna determinata ed inflessibile, e nessuno di noi ragazzi si permetteva di contestarla, e men che meno i nostri genitori.

    Credo che in quegli anni ormai lontani la Parrocchia abbia avuto un compito molto importante, complementare e integrativo rispetto a quello di famiglia e scuola, e semmai utilmente suppletivo quando una famiglia era per così dire “assente”, suo malgrado. Non va ovviamente escluso che tale compito sia stato facilitato dal fatto che ogni Parrocchia avesse il proprio sacerdote, il quale “dettava” in certo qual modo le regole per la rispettiva comunità di fedeli, ma in ogni caso quel ruolo è stato svolto e coperto.

    Per noi ragazzi era normale assistere alla Messa domenicale, pur se talora di malavoglia, e avere momenti di preghiera prima del gioco in Canonica, momenti che vivevamo semmai con insofferenza, anche per il silenzio che ci veniva imposto, ma che ci hanno abituati al senso del dovere. L’impressione di oggi è che quel “modello” sia profondamente cambiato, forse per andare incontro al “nuovo” subentrato nella nostra società, salvo poi arrivare a chiedersi “qual è, quindi, il ruolo della Parrocchia?” (un interrogativo mai posto nel passato, per quanto mi è dato sapere, perché si sapeva bene quale fosse detto ruolo)

    (P.B.)

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  4. Bravo “DON”, purtroppo abbiamo disimparato ad occuparci delle “cose” e deleghiamo, e purtroppo deleghiamo anche l’educazione dei figli sperando che altri se ne occupino. E poi ci lamentiamo se sono maleducati o altro, e diamo le colpe agli altri o alla cosiddetta società, ma la società siamo noi e quindi non dobbiamo delegare la cosa più importante: I FIGLI. BRAVO DON a richiamarci ai nostri doveri.

    Felici Gianni

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