La Messa è finita o è finita la Messa

Che siano tempi strani non è cosa nuova. Prendiamo il caso di un articolo pubblicato dal giornale cattolico “La Nuova Bussola Quotidiana”, intitolato “Messe senza prete, da Aosta a Rimini, ormai è un contagio”. Vi si parla anche di noi. Noi come Appennino reggiano. Le gravi difficoltà che attraversa anche la Chiesa dei nostri tempi non sono una novità ed una di queste è conseguenza - anche ma non solo - del calo di vocazioni sacerdotali in atto da decenni: il calo delle Messe. Cosa che costringe molti fedeli, soprattutto delle zone più periferiche, a doversi informare e spostarsi, domenica dopo domenica, per parteciparvi.

Riportiamo: “Un lettore del reggiano ci scrive: 'Nei paesi del crinale appenninico succede sovente che molte parrocchie, ormai accorpate in unità pastorali, non abbiano più la messa domenicale e la S. Messa viene sostituita da una semplice liturgia della Parola. A questo ci siamo ormai abituati. Ma quello a cui si fatica ad abituarsi è l’incomprensibile decisione di alcuni parroci di non comunicare in quale chiesa si svolgerà la messa domenicale per evitare che si assista a una trasmigrazione dei fedeli su e giù per i monti alla ricerca di una Messa. Il fedele, in sostanza, la domenica mattina deve aspettare nella sua chiesa e non sa se quel giorno potrà assistere alla Messa o se invece avrà una liturgia della Parola. Trovo tutto questo davvero deprimente e non credo che basti comunicare che il precetto domenicale è assolto comunque'. Eh, no: non basta; sembra che si vogliano 'costringere' i fedeli a preferire queste celebrazioni, piuttosto che la S. Messa”.

Ma quest'ultima, sia pure collegata, è ancora un’altra storia.

 

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5 Commenti

  1. Anch’io non vedo con molto favore la “trasmigrazione dei fedeli su e giù per i monti alla ricerca di una Messa”, perché resto convintamente dell’avviso che una collettività parrocchiale dovrebbe riunirsi quanto più possibile nella propria chiesa, e sotto il proprio campanile, così da rinnovare e consolidare ogni volta il senso della comunità di rispettiva appartenenza.

    Era del resto quanto succedeva da sempre, e in tale secolare consuetudine, ossia l’assistere alla S. Messa nella propria Parrocchia, io percepisco anche una forte valenza identitaria, non condivisa da chi invece, richiamandosi all’universalità della Chiesa, non è particolarmente sensibile ai “localismi” e mette tutti i luoghi sullo stesso piano (ritiene cioè sostanzialmente indifferente dove ci si raccolga per partecipare alla funzione religiosa).

    Tuttavia, detto questo, al “calo di vocazioni sacerdotali in atto da decenni” – cui anche il generoso impegno dei “laici” non ha potuto sopperire – corrisponde giocoforza una proporzionale contrazione delle Messe, e deve prenderne atto anche chi rimpiange la vecchia situazione e non si rassegna ad ascoltare la Liturgia della Parola in sostituzione della S. Messa.

    A meno che non si riesca a trovare la strada per ovviare alla crisi delle vocazioni, in maniera non convenzionale, con il lodevole obiettivo di far crescere il numero di quanti possono celebrare la Messa, e in tal senso il permettere la via del Sacerdozio anche agli uomini sposati potrebbe essere una buona “integrazione”, nella logica di far auspicabilmente “rivivere” le nostre chiese.

    Comprendo senz’altro la delicatezza del problema, ma mi sembra che dovrebbe essere comunque affrontato – pur con tutte le cautele richieste da una materia di questa portata, e prevedendo semmai criteri che valorizzino la condizione di celibato rispetto all’altra – se non vogliamo periodicamente ritrovarci a dover constatare che si sono moltiplicati i casi di “Messe senza prete”.

    P.B. 22.12.2018

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  2. Grazie a Redacon per avere evidenziato questo importante tema, un tema che deve imporre a tutti noi un momento di riflessione e di meditazione, credo che in molti dovrebbero fare un mea culpa. Se il popolo italiano fosse rimasto legato ai grandi valori della Cristianità e non a coloro che per trenta denari sono disposti a vendere Gesù, non ci troveremmo in questa tragica situazione. Da anni tanti ragazzi/e non frequentano più la Chiesa come luogo di incontro e di insegnamento; non frequentano più il catechismo e i sacramenti, imparano dai genitori che la Chiesa e i parroci sono luoghi e persone da evitare; meglio andare al bar che perdere mezzora per andare alla S. Messa. A mio avviso su questo ha molta responsabilità anche una certa politica. Ma se un giorno non ci sarà più la S.Messa celebrata dai parroci, ci saranno altri riti, altre religioni, ma avranno gli stessi valori e la stessa cultura della millenaria civiltà cristiana? Non credo proprio, ma ognuno ha ciò che si merita e credo che noi non meritiamo altro.

    Franzini Lino

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  3. C’è del vero nelle parole del secondo commento quando dice di credere “che noi non meritiamo altro”, e di essere altresì dell’avviso che “ha molta responsabilità anche una certa politica”, ma ci sono stati pure altri attori politici, messi poi in disparte, che erano invece piuttosto attenti e sensibili verso i valori, così come tra noi non è certo mancato chi, senza lasciarsi sedurre dalle sirene del multiculturalismo, inteso quale annullamento delle rispettive identità, è rimasto fortemente attaccato alle tradizioni, ha indirizzato i propri figli a non disertare la Chiesa, e vorrebbe che la S. Messa continuasse ad essere celebrata da un Parroco.

    A mia volta, ritengo che questi tenaci fedeli, proprio per la loro inossidabile perseveranza, meriterebbero di essere molto ascoltati dalla Chiesa, la quale dovrebbe innanzitutto apprezzarne l’esemplare devozione, cercando nel contempo di andarvi incontro con l’ovviare in qualche modo alla crisi delle vocazioni, perché in caso contrario potremmo correre realmente il rischio di andare verso un futuro in cui “ci saranno altri riti, altre religioni”, financo a sostituire “la stessa cultura della millenaria civiltà cristiana”, e arrivati a quel punto servirebbe ben poco il rendersi conto di aver sbagliato, perché sarebbe probabilmente ormai troppo tardi per tornare indietro.

    Stamane, 25 dicembre, la celebrazione della S. Messa ha visto presumibilmente ovunque una larga partecipazione, quantomeno nei nostri posti e in base agli abitanti, il che può essere ritenuto normale per questa giornata, e può anche darsi che non tutti gli odierni fedeli frequentino assiduamente la Chiesa durante l’anno, ma il Natale ha comunque una forte valenza simbolica, il che significa che i simboli sono comunque ancora “sentiti” e considerati, da una parte almeno, e di qui si può forse ripartire, sostenendo ad esempio con maggior fermezza, o se vogliamo meno tiepidamente, la presenza del Crocefisso nei luoghi dove un tempo era abituale, e altrettanto dicasi per il Presepe.

    Per finire, è abbastanza triste e sconfortante vedere che noi, pur essendo a casa nostra, stiamo via via perdendo secolari consuetudini, in mezzo ad una indifferenza apparentemente generale, mentre altri sanno conservarle e custodirle anche lontano dal proprio Paese.

    P.B. 25.12.2018

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  4. Sia ben chiaro che la liturgia della Parola non ha lo stesso valore della S. Messa.
    Se un fedele, per riunirsi con la sua comunità, vuole partecipare alla liturgia della parola male certo non fa, ma per “Santificare la Festa” ha l’obbligo di assistere alla S. Messa.
    In uno stampato distribuito settimanalmente nella mia Unità Pastorale, “Madonna delle Fonti” (quella di Villa Minozzo), vengono comunicati l’orario e la Parrocchia dove vengono fatte le liturgie e le S. Messe.
    Perciò tutti hanno la possibilità di assistere alla S. Messa.
    Certo che ad ognuno di noi farebbe piacere avere un prete per la propria parrocchia, come c’era una volta, ma purtroppo ciò è impossibile vista la mancanza di sacerdoti dovuta alla scarsità di vocazioni.
    Ed è proprio questo il punto cruciale.
    Domandiamoci da quando esiste questo “tracollo vocazionale”.
    Visioniamo i dati a partire da Concilio Vaticano II.
    Studiamo le politiche fatte dagli uomini che dirigono la Chiesa proprio da quel periodo, allora tutto appare chiaro.
    Il continuo abbandono dalla Dottrina bimillenaria della Chiesa, S. Messe dove non esiste più il Sacro è si mette l’uomo al centro al posto di Nostro Signore, tabernacoli tolti dall’altare e spostati in altri posti, la S.Messa celebrata dando le spalle al Santissimo, preti, o presunti tali, che dicono che l’inferno non esiste e che, visto che Dio è misericordioso, ci troveremo tutti in Paradiso (allora perché dovrei andare a Messa se alla fine vado in Paradiso) e l’elenco sarebbe interminabile.
    L’unica certezza è che l’Europa di oggi non è più cristiana.
    Molti sono i segnali che ci avvicinano alla fine dei tempi e presto vedremo se quando il Figlio dell’Uomo tornerà sulla terra troverà ancora la Fede.
    L’unica certezza che abbiano, e non è poco, è che le forze del male non prevarranno.
    Da parte nostra restiamo saldi nella Fede, e ascoltiamo la Parola del Signore nei Vangeli e non quello che ci raccontano gli uomini di questa Chiesa.
    La Preghiera è l’arma più forte.
    A noi la battaglia, a Dio la Gloria.

    Esuleinpatria

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  5. Se non erro, e per stare a quanto scrive “Esuleinpatria”, il Concilio Vaticano II si chiuse a fine 1965 e, sempre se non erro, tra i suoi propositi figurava quello di conseguire il rinnovamento della Chiesa, e di farla dialogare con il mondo dell’epoca, ossia il mondo contemporaneo (anche se al suo interno, almeno da quanto risulta o è dato sapere, non tutti erano propensi a seguire una tale via, per le incognite che poteva riservare).

    Di lì a poco, sul finire degli anni Sessanta, la nostra società entrò in una stagione di grandi cambiamenti, che mutarono profondamente linguaggio, comportamenti, e valori, e c’è da pensare che da quel momento Chiesa e società siano andate “di pari passo”, e la prima ha forsanche cercato di adattarsi alla seconda, per trattenerla o per riportarla a sé (pur se non è mai facile interpretare nel modo giusto fenomeni di questa portata).

    E, forse, tra quanti avevano allora approvato le “aperture” della Chiesa, ci sono oggi fedeli che ne stanno notando l’inefficacia, o hanno quantomeno l’impressione che quelle aperture non siano servite granché, come quando si rincorre qualcosa che fugge sempre più lontano, fino a diventare irraggiungibile, e fino a trascinarci in luoghi a noi sconosciuti, dove rischiamo di perderci perché ci mancano i punti di riferimento.

    Ovviamente non sappiamo quanti siano i fedeli che si sono in tal senso ricreduti, ma io penso che dovrebbero far comunque sentire la propria voce, e proprio questa, se appunto venisse espressa, potrebbe darci l’idea della loro consistenza numerica, e quindi della loro “forza” (corrono il rischio di essere guardati come “conservatori”, ma a me sembra che “il gioco valga la candela”, ossia che ne valga tutto sommato la pena).

    Farsi sentire per convincere la Chiesa a riprendere il suo “passo”, senza preoccuparsi troppo dell’incessante “correre” della società, vuoi perché sono due cose che camminano su piani diversi, pur con possibilità di intersecarsi, vuoi perché tradizione e modernità possono aiutarsi e compensarsi a vicenda, in una sorta di “bilanciamento” (o logica dei “contrappesi”, che ha sostanzialmente funzionato per tanti secoli).

    P.B. 29.12.2018

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