La Casa della Carità: la Fede e le opere

Da: Parrocchia di Cagnola, Don Aldo Orienti da 50 anni parroco a Cagnola, 1962-2012,  numero unico, luglio 2012.

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La Casa della Carità: la Fede e le opere

Nel 1964, a distanza di 15 anni dalla sua morte, il ricordo di don Alfonso Ferretti era ancora quanto mai vivo a Cagnola. Don Aldo Orienti, insieme ai sacerdoti del Vicariato, decide di fermarne la memoria apponendo una lapide sul lato orientale esterno della chiesa, è il 24 novembre, festa di san Prospero patrono della parrocchia.

Ma il ricordo doveva andare oltre. Il testo della lapide, dettato da don Luigi Bronzoni, diceva: «I suoi figli spirituali | lo ricordano così: | amabile sacerdote-padre, | e pregano di essergli | in cielo suo gaudio e corona».

In parole più semplici, voleva dire: raccogliamo e proseguiamo la sua eredità di bene. Scriveva ancora don Aldo: «Il ricordo di Lui che tanto ha dato e fatto in parrocchia e altrove, divenga occasione di riflessione e ci doni di ricollegarci alla sua vita e al suo paterno insegnamento».

Ecco, allora, il progetto della Casa della Carità.

Nell’agosto 1966 decedeva la signora Emilia Pallai, già a suo tempo generosa benefattrice di don Alfonso. Con sorpresa di tutti, durante i funerali, don Giuseppe Monelli, originario di Collagna patria dei Pallai, legge il testamento olografo della defunta, scritto alla buona su un foglio di quaderno. Lascia alla parrocchia di Cagnola la casa della Schiezza, oltre all’Oratorio della Madonna della Tosse, per opere educative o assistenziali.

È il nucleo sul quale don Aldo progetta.  Vuol procedere a ragion veduta e perciò ne parla innanzitutto al vescovo Gilberto Baroni. Monsignore gli dice: «Tu che vai a Lourdes, chiedi consiglio alla Madonna».

È ciò che don Aldo fa e che gli dà sicurezza della scelta di puntare sulla Casa della Carità, sul modello dell’Ospizio di Santa Lucia in Fontanaluccia. Don Prandi gli promette le suore.

Nonostante aiuti e donazioni generose, l’opera non è facile. Ma, come al solito, con la solita pazienza, don Aldo salta tutti gli ostacoli di ordine burocratico e quelli relativi al buon vicinato. Del resto, come dirgli di no? Lo stesso sindaco Battistessa – comunista – collabora di buon grado perché l’opera risponde a bisogni forti, non altrimenti risolvibili.

Di salto in salto, si arriva al 23 novembre 1968 quando finalmente si può procedere alla solenne inaugurazione, presenti, con tutti i parroci della zona, le autorità civili e militari. Non ci sono ancora gli ospiti. Questi ne prenderanno possesso l’11 febbraio 1969, festa della Madonna di Lourdes.

 

C’è un’ultima cosa, altrettanto nota, ma che è giusto ricordare. L’esperienza della Casa della Carità, la vicinanza e il consiglio di don Mario Prandi, hanno fatto sì che, nel 1973 don Aldo emettesse i voti religiosi tra i primi “fratelli della Carità” fondati dallo stesso don Mario nel 1972.

Solo una persona del tutto estranea a ciò che significano le Casa della Carità può ritenere insignificanti questi “voti” di povertà, castità e obbedienza.

La carità non è un gesto. Non è un’elemosina. La carità è lo stile di chi imposta la sua vita – tutta la sua vita – sul comandamento nuovo di Gesù: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi». Nel “povero”, cioè nella persona che è in uno stato di bisogno materiale o morale, la carità cristiana vede Gesù in persona. Per questo nelle Case della Carità i “poveri” non sono nè “pazienti” né “clienti”, ma “ospiti” da trattare e servire con ogni onore.

Non si diventa fratelli della Carità in quattro e quattr’otto. C’è un percorso lungo di orientamento e di discernimento, e anche don Aldo, per quanto già prete e già ben sperimentato, lo ha seguito con periodici incontri a Fontanaluccia o a Pietravolta. Peraltro, nonostante certe sue paure, senza mai mancare una volta ai suoi doveri di parroco.

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Le foto relative all'inaugurazione, cinquant'anni fa, della Casa della Carità di Cagnola, provengono dall'archivio fotografico di don Artemio Zanni.

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